F1: il secondo non è servito. Cosa succede a chi ha cambiato team?

Sergio Perez, Sebastian Vettel e Daniel Ricciardo hanno avuto dei problemi di adattamento alle nuove monoposto maggiori di quelli visti da Carlos Sainz e Fernando Alonso, ma in generale tutti stanno soffrendo il passaggio a un'altra squadra. Pochi decimi dal tempo del compagno determinano grandi differenze nella griglia di partenza. I pochi test collettivi hanno acuito una anomala situazione che andrà a riallinearsi nei prossimi GP.

F1: il secondo non è servito. Cosa succede a chi ha cambiato team?

Dopo le prime due gare del mondiale 2021 la classifica generale descrive molte situazioni, alcune delle quali ampiamente previste ed altre sopraggiunte un po' a sorpresa.

Il confronto Hamilton-Verstappen era stato ampiamente annunciato, ma nessuno poteva immaginare un dato che dopo il weekend di Imola è emerso molto chiaramente: i piloti che nel 2021 hanno cambiato squadra stanno incontrando non poche difficoltà nel processo di integrazione nei rispettivi nuovi team.

Le differenze sono più o meno marcate, Sergio Perez, Sebastian Vettel e Daniel Ricciardo stanno faticando molto, mentre Carlos Sainz e Fernando Alonso sono ad una distanza più accettabile dai vicini di box.

Le differenze di punti fra i compagni di squadra

Pilota

Punti

-

Punti

Pilota

Sergio Perez

10

-

43

Max Vesrtappen

Daniel Ricciardo

14

-

27

Lando Norris

Carlos Sainz

14

-

20

Charles Leclerc

Fernando Alonso

1

-

2

Esteban Ocon

Sebastian Vettel

0

-

5

Lance Stroll

 

Ciò che sorprende è che nella parte sinistra della tabella (che include i piloti confermatisi in difficoltà) ci sono complessivamente 1.076 Gran Premi disputati, 93 vittorie, 82 pole position e 6 titoli mondiali.

La somma dei palmares dei piloti nella parte destra, priva di campioni del mondo, vede 371 Gran Premi, 13 vittorie, e 12 pole. Quanto conta quindi l’esperienza nell’adattamento ad una nuova squadra e ad una nuova monoposto?

Al termine del weekend di Imola tutti coloro che hanno accusato maggiori difficoltà hanno evidenziato un aspetto: la mancanza di feeling.

Detto così si fa un po' fatica a capire, e sentire piloti come Alonso o Vettel sottolineare che ‘serve tempo’, fa nascere qualche interrogativo: tempo per cosa? Si torna al feeling, ovvero a quella padronanza del mezzo che in condizioni particolari (Imola ne è un esempio) permette di osare qualche centimetro in più su un cordolo, un’uscita di curva o in un punto di frenata.

“Prendiamo la gara di Imola – ha spiegato Alonso – ho girato per la prima volta con questa monoposto sul bagnato, poi siamo passati all’umido e infine all’asciutto. Ogni chilometro è stato prezioso per familiarizzare con la macchina, ma non è stato semplice. Abbiamo disputato due gare che alla fine sono state anche dei test, visto che le prove pre-campionato che ho avuto a disposizione sono state di un giorno e mezzo…”.

La carenza di test ha indubbiamente condizionato l’apprendistato dei nuovi abbinamenti squadre-piloti della stagione 2021, ed è indentificata come la causa principale. Uno degli effetti è che nel mondiale appena iniziato due e tre decimi di ritardo dal proprio compagno di squadra non comporta partire alle sue spalle, ma ritrovarsi tre o quattro file dietro, il che non è un grande aiuto al morale.

“Ho bisogno di quell’ultimo pizzico di fiducia – ha ammesso Vettel – in effetti non sono l’unico pilota ad aver cambiato squadra e a non essere ancora al cento per cento. L’ultimo step diventa determinante in qualifica, quando devi mettere tutto insieme, e nei momenti più caldi, come si è visto a Imola”.

Per quanto i regolamenti tecnici nel tempo abbiano cercato di ridurre le aree di libertà concesse ai progettisti, nel paddock continuano ad esserci diverse filosofie alla base delle monoposto. “Filosofie diverse – ha spiegato il team principal dell’Aston Martin, Otmar Szafnauer – che necessitano di un approccio differente da parte di chi siede alla guida. Ne ho avuto la conferma anche parlando con Perez. Checo mi ha ribadito che la Red Bull ha una filosofia diversa dalla nostra, e che ha bisogno ancora di tempo per arrivare a sfruttare al meglio la sua attuale monoposto, come d’altronde è per Seb, hanno solo bisogno di chilometri ma sono certo che arriveranno ad avere la padronanza perfetta della vettura”.

In passato questo processo di apprendimento era uno dei compiti che i piloti passati ad una nuova squadra dovevano svolgere nei test invernali, mentre oggi il tutto si svolge forzatamente nei primi weekend di gara.

I simulatori, nati come supporto alla guida, negli anni sono progressivamente diventati sempre più uno strumento a disposizione degli ingegneri, e per quanto riguarda il feeling di guida non sono di grande aiuto.

“C’è bisogno di girare con la macchina ‘reale’ – ha concluso Szafnauer – e nel nostro caso c’è anche il rimpianto di non aver sfruttato al meglio i test in Bahrain a causa di problemi di affidabilità".

"Sebastian ha perso una parte significativa del suo giorno e mezzo di prove per colpe di certo non sue, e visto come sta progredendo chilometro dopo chilometro, credo che se avesse avuto l’opportunità di girare a Sakhir senza imprevisti oggi sarebbe in posizioni differenti”.

Anche l’analisi di Andreas Seidl è in linea con quella di Szafnauer.
“Il processo di integrazione di un nuovo pilota richiede tempo – ha spiegato il team principal della McLaren – credo che con Daniel (Ricciardo) tutto sarà al cento per cento entro tre weekend di gara, un lasso di tempo che gli servirà per essere completamente a suo agio con la nostra monoposto".

"È un passaggio che abbiamo vissuto anche con Sainz quando era arrivato da noi provenendo dalla Renault, queste macchine sono molto complesse, e trovare gli ultimi tre o quattro decimi richiede tempo. Ma sono quei decimi che fanno la differenza”.

“Purtroppo questo margine sembra proprio che nel 2021 faccia una grande differenza – ha sottolineato Ricciardo – ti ritrovi facilmente da essere nelle prime tre file a non passare la Q2. E su una pista come Imola, dove c’è da prendersi qualche rischio, ho avuto maggiori difficoltà rispetto al Bahrain quando c’è stato da spingere al massimo. Ma sono convinto che presto la situazione sarà migliore”.

L’impressione è che il cartello ‘lavori in corso’ potrà essere messo da parte dopo il weekend di Barcellona (la quarta tappa in calendario) nel quale si dovrebbe completare questa delicata fase di integrazione che non fa sconti a nessuno, dagli esordienti fino ai campioni del mondo.

Poi si passerà a parlare di performance e di rendimento, senza più potersi appellarsi a quelle che oggi sono motivazioni concrete, ma che col tempo rischiano di diventare alibi meno credibili.

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