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GP d’Italia a rischio dopo 70 anni: scopriamo perché

Per la prima volta da quando esiste il campionato Mondiale di Formula 1, il Gran Premio d’Italia è un punto interrogativo. La stagione 2020 di F1 con i vincoli dettati dalla convivenza con il Coronavirus rischia di perdere i circuiti storici se si dovrà correre con le porte chiuse.

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GP d’Italia a rischio dopo 70 anni: scopriamo perché

“Due turni a porte chiuse”. Quante volte abbiamo sentito questa frase pronunciata da un Giudice Sportivo? Parliamo di calcio, ovviamente, contesto nel quale disputare una partita senza la presenza del pubblico è tra i provvedimenti disciplinari conseguenti ad un’infrazione.

Le “porte-chiuse” sono sinonimo di condanna, sanzione, punizione. Tra qualche mese (ce lo auguriamo davvero!) la Formula 1 dovrebbe riprendere la sua attività in pista, ma lo farà su autodromi deserti, in cui l’unica presenza ammessa sarà quella strettamente necessaria per lo svolgimento del Gran Premio.

Sarà una situazione inedita per il Circus, che dovrà rispettare un provvedimento pur non avendo commesso… alcuna illegalità. Ad imporlo sono le comprensibili misure restrittive legate alla situazione che stiamo vivendo, e come tali vanno rispettate.

Non sarà però un passaggio semplice per la Formula 1, nel cui modello di business la presenza di pubblico rappresenta uno dei punti fermi per la sopravvivenza del sistema.

Le condizioni attuali impongono delle scelte da prendere con il criterio di valutazione del “male minore”, ed oggi l’opzione delle gare a porte chiuse è di fatto l’unica via percorribile per poter tornare ad accendere i motori ad inizio estate.

Ma per quanto tempo la Formula 1 potrà permettersi di organizzare gare a porte chiuse? E, soprattutto, quali sono i Gran Premi che possono permettersi di finanziare un GP senza la presenza di pubblico?

A rischio i templi della Formula 1

La brutta notizia (per gli appassionati e non solo) è che in questa situazione a soffrire maggiormente sono le piste storiche del Mondiale. Parliamo di realtà come Monaco (già cancellata), Monza, Spa, e in generale tutti gli autodromi gestiti da promoter che non possono contare su ingenti finanziamenti governativi.

Anche se minori rispetto alle spese di chi deve allestire un circuito cittadino, gli impianti permanenti devono comunque stanziare fondi importanti per gli allestimenti necessari per accogliere la Formula 1.

Il primo punto è che un circuito (come ad esempio Monza) deve avere la certezza di non poter ospitare il pubblico almeno sei settimane prima dell’evento, il tempo necessario per poter montare le tribune.

Si tratta di una cifra notevole, visto che i costi di montaggio e smontaggio variano da un range di 25 euro per un posto scoperto, ai 60 di uno coperto. Considerando il numero di spettatori che ospitano le varie tribune (tra i 35.000 ed i 40.000 nel caso di Monza) si tratta di una spesa di un milione e mezzo di euro. Se si verificasse uno stop in extremis come è accaduto a Melbourne, sarebbe un tale bagno di sangue per le finanze dell’impianto da metterne in crisi la sua sopravvivenza.

Senza pubblico diventa indispensabile un aiuto esterno

Ma anche qualora fosse chiaro con largo anticipo che l’evento sarà disputato a porte chiuse, restano comunque grossi problemi da superare. Dando per scontato che Liberty rinuncerà a chiedere la quota che abitualmente devono versare gli organizzatori dei GP, restano i costi di allestimento impianto, più quelli legati al personale essenziale per lo svolgimento della manifestazione: commissari di percorso, personale interno, sicurezza, strutture mediche e molte altre voci minori. Chi si accolla questi costi? L’unica chance è che sia Liberty a farsi carico delle spese, ma è tutto fuorché scontato visto il difficile momento che tutti stanno attraversando.

La mancanza di pubblico rende difficilmente praticabile la via dei finanziamenti pubblici, supporti di cui anche Monza ha goduto in passato. Di fatto la spesa è un investimento, che viene ampiamente ripagato dall’indotto che genera la manifestazione. Secondo uno studio eseguito dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza, l’indotto diretto del Gran Premio dello scorso anno è stato di 24,6 milioni di euro, suddiviso tra Alloggi (8.124.000), Ristoranti (6.631.000), Trasporti e parcheggi (1.867.000) più shopping ed entrate minori, che ammontano a 8 milioni di euro. Il tutto è ovviamente legato alla presenza degli spettatori (200.000 lo scorso anno nei tre giorni), e senza pubblico tutto decade.

Gli unici porti sicuri sono i Gran Premi “statali”

Il piano elaborato da Liberty, FIA e squadre, prevede la partenza del Mondiale 2020 il prossimo 5 luglio in Austria, con una seconda gara che sarà disputata (sempre sulla pista di Spielberg) la settimana successiva.

Ma il Red Bull Ring (il nome non porti fuori strada…) è un impianto privato di proprietà del grande gruppo leader nel settore delle bevande energetiche, ed uno sforzo economico per garantire a proprie spese i servizi necessari allo svolgimento delle gare, non è tale da togliere il sonno al patron Dieter Mateschitz. Si può fare.

Il 19 e 26 luglio le intenzioni sono quelle di replicare il copione a Silverstone, ed in questo caso c’è da ipotizzare che sarebbe Liberty a farsi carico delle spese, essendo la gara di casa di 7 dei 10 team di Formula 1, i quali risparmierebbero parecchio sul fronte logistico.

Quello che accadrà dopo la tappa britannica è un punto interrogativo anche sulla carta, si sussurra la possibilità dell'Hungaroring nella sua data originale, ma per il resto tutto tace.

Diverso è invece l’approccio di altre gare in calendario, come Russia, Azerbaijan, Cina, Vietnam, Bahrain ed Abu Dhabi, eventi garantiti da fondi governativi stanziati al fine di promuovere nel mondo l’immagine dei rispettivi paesi sfruttando un evento sportivo globale.

In questi casi la presenza di pubblico in pista non è un elemento imprescindibile per lo svolgimento della manifestazione, se c’è meglio, se non c’è poco importa. Da anni l’enorme tribuna esterna alla prima curva del circuito di Shanghai è usata come un gigante tabellone pubblicitario, ma al governo locale importa bene poco.

Questi sono al momento i luoghi più sicuri per una Formula 1 in emergenza, ma il lavoro per cercare di garantire un calendario completo prosegue. Le indiscrezioni parlano di un piano extra-europeo diviso per mesi da settembre a dicembre, e ad esempio ad ottobre sarebbe previsto un tour nelle Americhe con i GP di Usa, Messico e Brasile.

L’Europa sarà destinata a pagare un prezzo alto agli effetti del Covid-19, ma oggi in gioco c’è qualcosa in più delle pur grandi tradizioni cementate da piste storiche in sette decenni di storia.

Oggi c’è in gioco il futuro della Formula 1, e in una situazione d’emergenza la priorità è tornare ad accendere i motori. Se, come si spera, i piani andranno in porto, la buona notizia sarà di portata maggiore rispetto ad eventuali sacrifici momentanei di qualche tempio, a patto che sia solo un caso eccezionale come ciò che sta vivendo oggi tutto il pianeta.

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