Formula 1 e Le Mans: mondi paralleli destinati a ritrovarsi

Formula 1 e 24 Ore di Le Mans sono state per anni eventi complementari. Anzi, le grandi case erano le prime a spingere per fare in modo che i migliori piloti del mondo corressero per loro su entrambi i fronti. Negli anni questa caratteristica si è persa, ma forse qualcosa sta bollendo in pentola...

Formula 1 e Le Mans: mondi paralleli destinati a ritrovarsi
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C’è stato un momento in cui i piloti correvano col farfallino. Un periodo epico, in cui il confine tra uomini ed eroi si faceva sottile come un respiro. Un’epoca in bianco e nero, in cui contava solamente correre veloce, più veloce degli altri. Non importa con quale mezzo meccanico: vincere era il solo risultato accettabile. 

Era un momento storico legato inevitabilmente ai ricordi in bianco e nero, avvolto ed ammantato dall’onda lunga del secondo dopoguerra e della rinascita economica. La gente iniziava a stare bene dopo anni di sofferenza: aveva voglia di sognare. Anzi, aveva bisogno di sognare, aveva bisogno di eroi. 

Ed ai piloti è sempre piaciuto impersonare quel ruolo che ad alcuni, va detto, calzava meglio che ad altri. 

 

E allora via: sempre con la valigia in mano, sempre pronti a fare spola da una riva all’altra dell’Atlantico, tra Europa e Stati Uniti, solamente per correre. Per dimostrare di essere il migliore, sempre e comunque, con qualsiasi mezzo. A qualsiasi costo. 

Non c’erano distinzioni tra Formula 1 e Le Mans, anzi. 

Paradossalmente erano proprio gli stessi costruttori a puntare forte sul fatto di poter schierare in entrambe le competizioni i loro enfant terribles. E, pace armata, i calendari di Formula 1 e della 24 Ore di Le Mans facevano in modo di non entrare mai in conflitto. Anche perché, è bene accennarlo, in F1 non si disputavano 23 gare in un anno solare. Ma questo è un altro discorso. 

Dicevamo di Le Mans. Semplicemente, la gara. La corsa che tutti coloro che si siano mai allacciati un casco hanno sognato di vincere. Il prestigio che conferisce questo singolo appuntamento è tale da vedere il proprio nome impresso per sempre nella storia del motorsport. 

 

Non a caso, insieme alla 500 Miglia di Indianapolis ed al GP di Monaco di F1 è tra gli appuntamenti più seguiti dagli appassionati di tutto il mondo, capace com’è di calamitare l’attenzione su di sé come pochi altri eventi nel corso dell’anno. 

Per le case automobilistiche, poi, non serve nemmeno spiegarlo: dimostrare di poter realizzare una vettura velocissima, solida, robusta ed affidabile è un biglietto da visita indescrivibile. Ci sono costruttori che hanno inseguito questo risultato come una chimera per anni, arrivando a sfiorarlo – quasi a maledirlo – in diverse occasioni prima di riuscire a farlo proprio. 

Arriva il momento in cui, però, un pilota viene visto come un bene da proteggere e tutelare. O, per essere più cinici, un investimento. Si dice basta con il continuo switch tra una monoposto di Formula 1 ed un prototipo. 

 

Sarà così per anni. 

Che sfide abbiamo perso. Generazioni intere di piloti impossibilitati a gareggiare su più fronti.  

Fino ad oggi. 

È vero: i piloti di Formula 1, dal primo all’ultimo, sono tra i migliori del mondo. Ed è altrettanto vero che, prestazionalmente, non ci sia ad oggi un’altra vettura capace di raggiungere le stesse performance di una monoposto di F1. Ma Le Mans è sempre Le Mans. 

Alonso, Hulkenberg, Hartley, Buemi e Nakajima sono gli ultimi di questa schiera capaci di aggiudicarsi la vittoria assoluta della 24 Ore più celebre del mondo, ma in futuro ai loro nomi potrebbero aggiungersene altri. 

 

Diamo uno sguardo a quanto fatto da Peugeot: il costruttore francese ha deciso di investire in maniera pesante sul proprio ritorno nel WEC, dove sarà impegnato a partire dal 2022 grazie ad un’hypercar ufficiale. La line-up piloti conta ben tre ex F1 su sei titolari: Jean-Eric Vergne - già autore di ottime performance in LMP2 con il team G-Drive - Paul di Resta e Kevin Magnussen. 

Con la conferma degli equipaggi Toyota composti, tra gli altri, da Sebastien Buemi, Kazuki Nakajima, Kamui Kobayashi e Brendon Hartley, si alza sensibilmente il livello qualitativo dei concorrenti alla vittoria assoluta, sempre in attesa delle scelte operate da Scuderia Cameron Glickenhaus, Audi e Porsche.  

Paradossalmente, l’abbandono repentino della Formula E da parte di un numero sempre maggiore di case ufficiali potrebbe facilitare e non poco l’arrivo nel mondiale endurance e a Le Mans di piloti di indubbio valore, che adesso vanno a comporre la griglia di partenza del campionato con monoposto 100% elettriche. 

 

E se a ciò si va ad aggiungere anche l’imposizione di un budget cap importante in F1 che va a chiudere i rubinetti delle scuderie economicamente più floride, costringendole di conseguenza a scelte difficili quali il taglio del personale, non è utopico pensare come un ricollocamento di figure di valore per seguire progetti che non si prefigurano come esageratamente costosi possa essere una strada a oggi percorribile. 

Enzo Ferrari non si è mai tirato indietro quando si trattava di schierare i suoi uomini migliori a Le Mans. Da Bandini a Phill Hill, passando per Scarfiotti a Rindt (anche se, va detto, l’austriaco è stato portacolori NART), rivedere al via della classica della Sarthe i titolari del Cavallino contemporaneamente impegnati in F1, sarebbe un biglietto da visita incredibile per il mondo dell’automobilismo sportivo. 

Le Mans e l’endurance sono competizioni nobili, che hanno fatto e continuano a fare la storia del motorsport. Avere il coraggio e l’audacia di osare, di far sognare, di scuotere gli animi degli appassionati potrebbe essere la scelta vincente per richiamare le luci della ribalta su categorie che purtroppo, almeno nel nostro Paese, non hanno la stessa eco mediatica di cui gode la Formula 1. Ma se Ferrari dovesse calare la carta hypercar... 

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