Intervista

Moto3

Taccini esclusivo: “Il CEV è professionale, il CIV è immagine”

Leonardo Taccini, giovane promessa italiana, debutta quest’anno nel CEV con il Team Leopard e si racconta a Motorsport.com, spiegando il proprio percorso di crescita come pilota e sottolineando le differenze fra il campionato spagnolo ed il CIV, dove ha vinto il titolo Premoto3 nel 2016.

Lorenza D'Adderio

Lorenza D'Adderio

Modificato: 9 set 2020, 14:04

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Leonardo Taccini, Team Leopard Junior

Il 2020 sarà sicuramente un anno memorabile per Leonardo Taccini, giovane pilota italiano che proprio quest’anno ha debuttato nel CEV, il campionato spagnolo che è ormai diventato categoria propedeutica per il mondiale. Da qui provengono nomi del calibro di Maverick Vinales, i fratelli Espargaro e, senza uscire dai confini nazionali, Dennis Foggia, Lorenzo Dalla Porta e Nicolò Bulega.

Taccini, classe 2002, scende in pista quest’anno con il team Leopard, squadra campione del mondo in Moto3. Motorsport.com ha avuto l’occasione di parlare con il pilota romano, che ha raccontato le proprie sensazioni ed il percorso di crescita nel CEV, oltre a spiegare le differenze con il CIV, di cui vanta due titoli, uno conquistato nel 2015 nella classe Premoto3 125 ed il secondo Premoto3 250, ottenuto l'anno seguente.

Che effetto ti ha fatto ricevere la proposta dal team Leopard per correre nel CEV nel 2020?
“È stata una sorpresa, una cosa inaspettata. Sono contento di correre con loro, perché sono veramente dei professionisti che si dedicano al massimo ad un pilota e questo aspetto non è facile da trovare anche con altri team. Hanno una mentalità molto aperta, che nel mondo delle moto non è facile trovare, ma una delle cose che mi piace tanto di loro è la schiettezza. Se tu vai male, te lo dicono. Allo stesso tempo, se vai male per un problema alla moto, ammettono le loro colpe. Questa è una cosa che pochi team fanno ed è bello vederlo, dà molta carica e motivazione in più. È più bello di quanto mi fossi aspettato, da quando sono con questo team, mi hanno sempre parlato di crescita”.

Hai riscontrato delle differenze tra il CIV, dove hai corso e vinto, ed il CEV?
“Le differenze principali si trovano al livello di piloti. Al CIV se prendi un secondo parti decimo, massimo nono. Al CEV se prendi un secondo parti 24esimo. Il gap è ridotto perché girano tutti forti, l’altro weekend i primi giravano con il passo del mondiale, avrebbe potuto veramente vincere una gara nel mondiale. Invece nel CIV, il gruppo fa fatica rispetto ai primi. Il CEV è bello perché è difficile e ti aiuta tanto a crescere. Io arrivavo dal CIV e molte cose non le sapevo, alcuni trucchetti non mi sono mai stati insegnati. Al CEV quando tra il primo ed il venticinquesimo non passa nemmeno un secondo, devi andare a lavorare su cose microscopiche che io non sapevo, ma che ti fanno fare una differenza importante. Questa è la crescita che ti fa fare il CEV, ti rende più professionista nell’approccio con il team. Non che il CIV non lo sia, perché è professionale, ma lo vedo più come un’immagine”.

“Il Campionato italiano è più una categoria per apparire, mentre il CEV è una categoria per farti crescere ed apparire. Chi vince il CIV va forte, ha anche talento, ma tecnicamente sa ben poco, perché i piloti che vanno forte sono quattro, gli altri sono tutti molto lenti. Al CEV invece sono tanti a lottare per la vittoria, è sempre tutto molto al limite. Devi lavorare su aspetti differenti, lo stile di guida, la testa, la bagarre. Molto spesso succede che si sta nelle retrovie e ci sono dieci piloti che si battono per una posizione e girano tutti con gli stessi tempi”.

Quindi ti sei ritrovato a dover cambiare l’approccio arrivando ad una categoria molto competitiva…
“Il CEV non è un campionato facile, perché nell’ultimo appuntamento disputato avevo fatto una qualifica non particolarmente eccellente perché non conoscevo il circuito. In gara partivo indietro ed anche girando con il passo dei primi, che era quasi da mondiale, ero 15esimo, ero dietro. Il livello è molto simile e per arrivare tra i primi devi crescere e la crescita deve essere più che tecnica soprattutto mentale, almeno per quanto mi riguarda. C’è anche da dire che molti dei ragazzini che corrono nel CEV hanno un livello molto alto di agonismo, provengono dalla Talent o dalla Rookies Cup, cosa che purtroppo io non sono riuscito a fare. Quindi la mia vera pecca era che mi mancava anche l’esperienza, cosa che tre anni al CIV Moto3 non mi ha dato. Ho capito che in tre anni non ho imparato nulla, mi sono reso conto che il modo di guidare era sbagliato per una moto grande, ma non per una moto3. Peccato, perché tre anni non te li ridà più nessuno”.

In tre anni hai comunque conquistato un titolo e ottenuto dei risultati…
“Sicuramente vedevano che ero molto altalenante, ma fino a che corri e stai lì, nessuno si pone il problema e ti dice dove sbagli o dov’è il tuo problema. Quando sono arrivato al CEV, per una serie di motivi le prime gare sono andate male. Ma da un certo punto di vista sono anche contento che siano andate così, perché almeno per la prima volta ho capito dove dovevo lavorare e quali erano le mie difficoltà. Ad Estoril, giravo ad un secondo dal mio compagno di squadra, invece a Jerez abbiamo girato abbastanza forte, con i tempi dei primi addirittura. Mi sono reso conto che sono veloce, ma devo lavorare tanto su di me. Prima sapevo di essere veloce, ma vedevo che faticavo a fare alcune cose senza capire come mai. Mentre il CEV mi ha inquadrato la visione del mondo delle moto e come lavorare. Mentre fino allo scorso anno reputavo alcuni aspetti stupidi, come le sessioni di rilassamento, qui ho capito che stupide non sono”.

Hai intrapreso un percorso particolare in questo senso?
“Fino a poco tempo fa non ero seguito da uno psicologo, infatti avevo problemi di approccio, mi innervosivo facilmente, soffrivo molto la gara e commettevo molti errori. Non riuscivo ad esprimere al massimo il mio potenziale. Adesso invece mi sta seguendo uno psicologo e mi sta dando una grandissima mano soprattutto per l’approccio del weekend. Prima del warmup, della gara o la sera prima della gara faccio tecniche di rilassamento. Sto lavorando sul rimanere rilassato ed il più concentrato possibile.

Leonardo Taccini, Team Leopard Junior

Leonardo Taccini, Team Leopard Junior

Photo by: Team Leopard Junior

Ora che sei in una categoria così professionale, punti all’approdo nel mondiale?
“Beh sì, è uno degli obiettivi, perché stiamo vedendo che sto avendo un’ottima crescita. Escluderei le due gare del Portogallo che sono andate male, ma io nemmeno le calcolo, le considero un po’ ‘finte’. Ancora non ci conoscevamo bene io ed il team, la squadra non sapeva come ragionassi. Io stesso non ci stavo tanto con la testa perché comunque arrivavo da una gara difficile a Estoril, ad Algarve abbiamo faticato tutto il weekend. Il mio CEV inizia proprio dalla gara di Jerez, dove siamo andati abbastanza bene, con una crescita positiva. Per arrivare al mondiale devo continuare a crescere così. Non siamo lontani dall’essere davanti, ma manca un piccolo step per essere al top”.

Quali aspettative hai per il prossimo appuntamento della stagione?
“Non mi aspetto niente, sto soltanto cercando di continuare a lavorare così e di fare quello step che mi porterà ad essere davanti. Io però voglio arrivare ad essere completo e sto cercando di lavorare su me stesso in questa pausa prima di Aragon. Vedrò come andrà la gara, perché le piste non le conosco, ma voglio arrivare sicuramente più pronto di quanto non lo fossi a Jerez”.

Pensi che ci siano delle piste dove ti senti più a tuo agio o che possano essere più congeniali a te?
“Lo step più che in pista lo prepari a casa. A differenza di un altro pilota, io devo migliorare a livello mentale. Parlando con professionisti, mi è stato detto che io ho tanto talento, ma il problema è che ho una testa che funziona male ed il 90% delle volte faccio grandi stupidaggini, quindi devo lavorare molto su questo aspetto, magari facendo tecniche di rilassamento”.

Guardando al futuro, hai già qualche idea sul 2021?
“Ci sono varie opzioni, ma per ora è un po’ presto per parlarne, perché devo ancora fare questo passo in avanti. Se ci riesco, magari il prossimo può essere un anno di soddisfazioni. Ma al momento bisogna ancora lavorare tanto per essere lì. Preferisco rimanere concentrato sul momento, di cercare di allenarmi e crescere il più possibile, perché per ora secondo me sono arrivato ad un punto della mia carriera che devo fare questo step. Purtroppo al CIV non l’ho mai fatto non per colpa mia, ma perché non sono mai stato supportato da gente valida. Mi spiego: al CIV, visto che non era un campionato così competitivo, se io partivo 17esimo e rischiavo di vincere la gara, nessuno si poneva il dubbio che io avessi qualche problema di gestione della rabbia o cose del genere. Pensavano ‘ha sbagliato la qualifica, ma in gara è andato forte, amen’. Per questo, i miei tre anni di CIV non sono serviti a niente, non ho imparato nulla. Se fossi andato in Spagna prima, a quest’ora starei nel mondiale oppure mi starei giocando il titolo del CEV”.

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