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F1 | Norris, Verstappen e Leclerc: ecco perché i top driver non cambiano più squadra

Lando, Max e Charles hanno scelto di non cambiare colori. È una Formula 1 in cui i big sembrano preferire le certezze costruite negli anni al fascino di una nuova sfida. Ma dietro alla comfort zone ci sono ragioni molto concrete. Scopriamole...

Roberto Chinchero

Roberto Chinchero

Pubblicato: 31 ago 2026, 09:30

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Lando Norris, McLaren

Lando Norris, McLaren

Foto di: Sam Bagnall / Sutton Images via Getty Images

Il rinnovo di Lando Norris con la McLaren fino al termine del 2030 completa uno scenario che fino a qualche anno fa sarebbe stato sorprendente. Max Verstappen ha recentemente prolungato il suo rapporto con Red Bull fino alla stessa scadenza, mentre Charles Leclerc è legato alla Ferrari fino al termine del 2028. Tre dei piloti più importanti della Formula 1 contemporanea hanno scelto di restare dove sono.

Verstappen ha disputato solo ventitré Gran Premi con la Toro Rosso prima di essere promosso in Red Bull nel 2016, ma di fatto è sempre stato nella stessa famiglia. Storia simile per Leclerc, che ha trascorso una stagione in Sauber prima di approdare a Maranello. Norris, addirittura, non ha mai disputato un Gran Premio con colori diversi da quelli McLaren. Se si allarga lo sguardo ai programmi junior, il legame diventa ancora più evidente: tutti e tre sono cresciuti all'interno delle strutture che li hanno successivamente portati al vertice.

Max Verstappen, Red Bull Racing

Max Verstappen, Red Bull Racing

Foto di: Sam Bloxham / LAT Images via Getty Images

Perché dovrebbe cambiare squadra un pilota che si trova già in una posizione privilegiata? È la domanda che probabilmente Norris, Verstappen e Leclerc si sono posti prima di firmare i rispettivi rinnovi. Tutti e tre dispongono di uno status molto solido all'interno delle loro squadre, conoscono perfettamente le persone con cui lavorano e sanno come muoversi in strutture che negli anni si sono inevitabilmente adattate anche alle loro esigenze.

È quella che spesso viene definita comfort zone, un termine che può avere un'accezione negativa ma che in Formula 1 rappresenta un valore da non sottovalutare. Un pilota deve interfacciarsi con centinaia di persone, ma soprattutto deve costruire un rapporto quasi simbiotico con un gruppo molto più ristretto: ingegneri, tecnici, performance engineer e uomini che lavorano al simulatore. Servono anni per arrivare ad un livello di conoscenza reciproca nel quale poche parole sono sufficienti per capire cosa sta accadendo. Cambiare squadra significa azzerare questo patrimonio e dover ricominciare da zero.

Quanto questo passaggio possa essere complicato lo hanno ricordato due casi recenti. Lewis Hamilton ha incontrato molte difficoltà nel suo primo anno in Ferrari e Carlos Sainz ha vissuto problemi analoghi dopo il passaggio dalla Scuderia alla Williams. Non significa che un pilota non possa adattarsi ad un nuovo ambiente, ma conferma quanto il processo possa essere lungo e soprattutto quanto sia difficile prevederne l'esito.

Charles Leclerc, Ferrari

Charles Leclerc, Ferrari

Foto di: Eric Le Galliot

C'è poi un altro aspetto che raramente viene ammesso pubblicamente. Cambiare squadra significa rimettersi in gioco. Verstappen, Leclerc e Norris conoscono perfettamente il loro peso all'interno delle rispettive strutture. Sanno cosa possono chiedere, conoscono i propri riferimenti e soprattutto hanno costruito negli anni una posizione tecnica e politica molto forte. Trasferirsi altrove vorrebbe dire entrare in un territorio sconosciuto, magari trovandosi di fronte un compagno di squadra perfettamente inserito nel nuovo ambiente.

È davvero un dettaglio secondario? Per un pilota considerato tra i migliori al mondo il rischio più grande non è necessariamente quello di ritrovarsi al volante di una monoposto meno competitiva, poiché c’è sempre la prospettiva della crescita. Può, invece, esserlo quello di scoprire che, in un contesto nuovo, il compagno di squadra riesce ad essere più performante.

Nella Formula 1 attuale il valore di un pilota viene misurato ogni weekend prima di tutto rispetto a chi guida la stessa monoposto. Un cambio di squadra comporta quindi anche un rischio reputazionale che chi si trova già in una posizione di forza non ha necessariamente interesse a correre.

Ayrton Senna, Williams FW16 Renault

Ayrton Senna, Williams FW16 Renault

Foto di: Ercole Colombo

In passato c'era spesso una motivazione molto forte che spingeva un campione a lasciare la propria squadra: la necessità di andare dove c'era la macchina vincente o condizioni finanziare molto più allettanti. Senna lasciò la McLaren per la Williams, Schumacher salutò la Benetton campione del mondo per accettare la sfida Ferrari, Alonso passò dalla Renault alla McLaren e successivamente alla Ferrari, Hamilton lasciò proprio la McLaren per scommettere sulla Mercedes.

Erano decisioni molto diverse tra loro, ma avevano un denominatore comune: la convinzione che altrove ci fosse un'opportunità migliore. Oggi questa certezza è molto più difficile da avere. La Formula 1 è entrata in una fase nella quale i cicli tecnici possono cambiare rapidamente e soprattutto è diventato molto complicato prevedere quale team sarà il riferimento tra due o tre stagioni. Firmare con un'altra squadra significa scommettere che quella monoposto sarà migliore quando arriverà il momento di guidarla.

Norris è forse l'esempio più significativo. Ha aspettato la McLaren quando vincere sembrava un obiettivo molto lontano e oggi raccoglie i frutti di quella scelta. Perché dovrebbe lasciare proprio ora una squadra nella quale è cresciuto e con la quale è diventato campione del mondo?

Max Verstappen, Red Bull Racing

Max Verstappen, Red Bull Racing

Foto di: Simon Galloway / LAT Images via Getty Images

Un ragionamento simile vale per Verstappen. Red Bull gli ha permesso di debuttare giovanissimo, lo ha promosso nel team principale quando aveva appena diciotto anni e con lui ha costruito un ciclo vincente. Oggi è nel suo giardino, un posto dove può permettersi tutto ciò che desidera. Leclerc, dal canto suo, rappresenta ormai qualcosa che va oltre il semplice rapporto professionale con Ferrari. È arrivato a Maranello come pilota della Driver Academy, è diventato il riferimento sportivo della squadra e mantiene con il mondo della Scuderia un legame che ha anche una componente emotiva.

Poi, naturalmente, ci sono i soldi. Tutti e tre sono pagati come piloti di vertice e questo elimina un'altra delle motivazioni che storicamente potevano favorire un trasferimento. Se una squadra garantisce competitività, centralità nel progetto e un trattamento economico all'altezza del mercato, diventa difficile trovare altrove un'offerta capace di giustificare il rischio.

C'è infine un elemento importante: l'età. Norris ha 26 anni, Verstappen e Leclerc 28. Sono piloti ancora lontani dalla fase finale della carriera, non sono costretti a considerare ogni contratto come l'ultima grande occasione. Anche rispettando integralmente gli accordi attuali, alla fine del 2030 Verstappen avrebbe 33 anni e Norris 31, stessa età che Leclerc avrà alla scadenza del suo attuale contratto. Il tempo per un'eventuale seconda parte della carriera altrove non manca.

Charles Leclerc, Ferrari

Charles Leclerc, Ferrari

Foto di: Sam Bagnall / Sutton Images via Getty Images

Ed è forse questo elemento a rendere ancora più razionali le loro scelte. Restare oggi non significa necessariamente rimanere per sempre. La Formula 1 ha raccontato per decenni le carriere dei suoi campioni anche attraverso i loro trasferimenti. Oggi i tre piloti che rappresentano una parte importante del presente e del futuro della categoria sembrano aver scelto una strada diversa. Non necessariamente perché siano meno coraggiosi di chi li ha preceduti, ma perché il rapporto tra rischio e beneficio è cambiato.

Norris, Verstappen e Leclerc hanno già ciò che normalmente un pilota cerca quando decide di cambiare squadra: competitività, denaro, fiducia e centralità nel progetto. Andarsene significherebbe rinunciare a delle certezze in cambio di una promessa. E nella Formula 1 di oggi, probabilmente, una promessa non basta più.

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