F1 | Verstappen e la libertà perduta: quando correre per passione è diventato un lusso
L’olandese riaccende un’immagine dimenticata del motorsport, ma oggi la libertà di correre fuori dalla Formula 1 è un privilegio per pochi. Tra contratti rigidi e precedenti pesanti, il caso Kubica ha cambiato tutto.
#3 Mercedes-AMG Team Verstappen Racing, Mercedes AMG GT3 EVO: Max Verstappen
Foto di: Jan Brucke/VLN
Le immagini di Max Verstappen al volante di una Mercedes GT sul Nürburgring hanno fatto il giro del mondo. Non solo per il valore sportivo della sfida, ma perché raccontano qualcosa che nel motorsport moderno sembrava ormai scomparso: il piacere di correre, semplicemente per il gusto di farlo. Per molti appassionati è stato un ritorno al passato. Un’immagine quasi anacronistica, da album dei ricordi, quando i piloti di Formula 1 riempivano i molti weekend liberi correndo ovunque ci fosse un ingaggio da portare a casa.
Non è un caso che la percezione attorno all’olandese sia cambiata. Anche tra i suoi detrattori storici, spesso critici nei confronti del suo approccio aggressivo in pista, in molti hanno rivisto il proprio giudizio. Perché quel Verstappen “fuori contesto” ha restituito un’immagine più vicina alla passione pura che oggi fatica ad emergere in un mondo più patinato. Verstappen è un pilota che non ha mai fatto mistero di amare il motorsport anche oltre i confini dorati della Formula 1, ma è davvero l’unico pilota ad essere spinto da questa passione?
#3 Mercedes-AMG Team Verstappen Racing, Mercedes AMG GT3 EVO: Max Verstappen
Foto di: Max Verstappen
La risposta è no: molti altri piloti avrebbero il desiderio di potersi cimentarsi anche in altri contesti. Max, però, è l’unico oggi a godere della libertà di poter correre dove vuole. Uno status privilegiato, costruito grazie ad un enorme potere contrattuale nei confronti della Red Bull. Un equilibrio delicato, in cui il team ha scelto di concedere margine pur di non incrinare il rapporto con il proprio pilota di riferimento.
Da anni, infatti, i contratti firmati dai piloti di Formula 1 prevedono clausole di esclusività molto rigide. Qualsiasi attività extra deve essere preventivamente valutata e autorizzata dal team. È solo uno dei tanti vincoli imposti ai professionisti di questo livello: in molti casi sono esplicitamente vietate anche attività sportive considerate potenzialmente rischiose.
Le squadre, del resto, non possono permettersi leggerezze. Il lavoro di strutture che ormai superano i mille dipendenti converge su due soli piloti, figure chiave su cui gravano investimenti da centinaia di milioni di euro ogni anno. È quindi comprensibile che i vertici non vogliano correre rischi. Oggi i piloti sono veri e propri “brand ambassador”: attorno alla loro immagine ruotano sponsorizzazioni, campagne pubblicitarie e strategie di marketing. Mettere tutto questo in discussione per attività esterne alla Formula 1 è, per i team, semplicemente impensabile.
#3 Mercedes-AMG Team Verstappen Racing, Mercedes AMG GT3 EVO: Max Verstappen, Daniel Juncadella, Jules Gounon
Foto di: Max Verstappen
Verstappen ha saputo sfruttare il proprio status in un momento particolarmente delicato, quando la Red Bull non gli garantiva una vettura dominante e, soprattutto, mentre Toto Wolff non faceva mistero del suo interesse nei suoi confronti. Una dinamica fuori dall’ordinario, come quella che nel 2017 portò Fernando Alonso a disputare la 500 miglia di Indianapolis.
Il rapporto tra la McLaren e Alonso attraversava una fase critica. Dopo un avvio di stagione disastroso (tre ritiri nelle prime tre gare e nessun piazzamento nei primi dieci) Fernando si trovò in una situazione di forte frustrazione. Fu allora che Zak Brown ebbe l’intuizione: offrirgli la possibilità di saltare il Gran Premio di Monaco per prendere parte alla leggendaria Indianapolis
500. Si trattò di un regalo ad un pilota che in quel momento non aveva ambizioni di classifica. Il team di Formula 1, da parte sua, in quel momento non aveva nulla da perdere.
Ma c’è un precedente che, più di ogni altro, ha segnato l’atteggiamento delle squadre nei confronti delle attività extra dei propri piloti. Un episodio che molti addetti ai lavori ricordano ancora con estrema chiarezza.
Dopo quattro stagioni in BMW, legato da un contratto particolarmente restrittivo, Robert Kubica approdò in Renault nel 2010. Per la squadra francese fu un acquisto di grande valore, e Kubica (grande appassionato di rally) colse l’occasione per ottenere il via libera a disputare alcune gare. Tutto sembrava procedere per il meglio. Kubica disputò una stagione solida e, lontano dai riflettori, firmò con la Ferrari nel dicembre 2010 un contratto che lo avrebbe portato a Maranello nel 2012. L’inizio del 2011 fu promettente: all’inizio di febbraio, nei test di Valencia, Robert fece segnare il miglior tempo assoluto. Poi, appena due giorni dopo, arrivò il destino, sulle strade del rally di Andora, in Liguria.
Oltre al dramma umano, quell’incidente compromise pesantemente anche la stagione della Renault (poi diventata Lotus), ritrovatasi improvvisamente priva del suo leader. Le critiche nei confronti della squadra furono inevitabili: aver concesso quella libertà venne visto come un errore. Da quel momento, qualcosa è cambiato. Le squadre hanno chiuso sempre di più, i contratti si sono irrigiditi, i margini si sono ridotti, le eccezioni sono diventate rarissime. Ecco perché oggi Verstappen rappresenta un caso a parte. Non perché sia l’unico a voler correre ovunque, ma perché è uno l’unico a poterselo permettere.
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