F1 | Il modello Marko è fallito: troppe "vittime" alla ricerca del nuovo Max
Helmut non ha risparmiato feroci critiche ad Hadjar dopo l'errore nel giro di formazione seguito da un umano pianto di delusione. Papà Hamilton e Domenicali sono corsi a rincuorare il francese debuttante, mentre il consulente austriaco di Red Bull ha infilzato il rookie. Questo atteggiamento non paga e ora chi rischia è proprio Marko.
Helmut Marko, Red Bull Racing
Foto di: Erik Junius
Il 12 agosto 2014 la Red Bull annunciò l’ingresso di Verstappen nel suo junior team. Max, all’epoca sedicenne, aveva già in tasca la certezza dell’ingresso in Formula 1 nel ruolo di pilota titolare, come venne poi ufficializzato sei giorni dopo dalla Toro Rosso.
Il suo contratto è stato l’apice del lavoro portato avanti da Helmut Marko negli ultimi venticinque anni, un successo raggiunto soprattutto grazie alla possibilità di poter offrire a Verstappen un volante di Formula 1 nel team ‘B’ di famiglia, opzione non a disposizione di Toto Wolff, ovvero l’antagonista di Marko nella calda estate di undici anni fa.
Marko sorride con Verstappen: Max è l'unico pilota che gli dà le soddisfazioni che cerca, gli altri è pronto a fustigarli
Foto di: Red Bull Content Pool
Da quando Verstappen ha fatto capire di essere la migliore scommessa vinta dalla Red Bull, Marko ha preso il “modello Max” come esempio. La figura dell’olandese è diventata quella con cui tutti i giovani dello junior team devono confrontarsi, il metodo di lavoro che ha funzionato con Verstappen si è trasformato nell’approccio certificato della casa.
Nel periodo 2015/2018 tra Max e Marko ci sono stati anche momenti di tensione che hanno raggiunto l’apice nel weekend di Monaco 2018, quando Verstappen compromise le sue chance incappando in un incidente alle Piscine in FP3. Marko usò toni duri, e Max da quel momento cambiò atteggiamento e, soprattutto, marcia. Un altro successo per Marko.
L’ascesa inarrestabile di Verstappen verso i vertici della Formula 1 ha rafforzato sempre più le convinzioni di Marko, ovvero pugno di ferro, poco incline ad una seconda chance e zero empatia per un pilota in difficoltà, tendere la mano non è un’opzione prevista. Se le cose prendono una direzione non ottimale, o un ragazzo esce da solo dal pantano o addio sogni di gloria, ha funzionato con Verstappen, quindi, deve funzionare in quel processo di selezione che nelle intenzioni di Marko deve portare alla ricerca del nuovo Max.
Isack Hadjar dopo aver sbattuto nel giro di formazione del GP d'Australia
Un esempio concreto? Weekend di Melbourne: Isack Hadjar dopo un brillante avvio di settimana che lo ha portato vicinissimo al passaggio in Q3 incappa in un errore prima del via della gara. Il pilota francese esce di pista alla prima curva, e si dispera. Quando ritorna nel paddock è in lacrime, e per una forma di pudore Isack evita di sfilarsi il casco. Anthony Hamilton, papà di Lewis, vede le immagini in televisione ed esce dall’hospitality Ferrari dove stava assistendo alla gara per andargli incontro.
"Mi ha colpito molto vedere la reazione di Isack – ha commentato Hamilton Sr. a Canal+ - ho provato tenerezza per lui. So quanto è dura per un ragazzino di otto anni sognare di diventare piloti di Formula 1, c'è un sacco di pressione in tutto il percorso e quando stai per avverare il tuo sogno ti ritrovi fuori dalla gara. Deve essere la sensazione peggiore del mondo, ho voluto solo dargli un abbraccio paterno. Mi sono detto che era giusto andare da Isack per dirgli di tenere la testa alta, di camminare a testa alta”.
Anthony Hamilton è andato ad incoraggiare Hadjar dopo l'errore di domenica
Foto di: Red Bull Content Pool
Anche altri addetti ai lavori, tra cui Stefano Domenicali, si sono recati nell’hospitality della Racing Bulls per una pacca sulla spalla, consapevoli del significato del gesto in un momento così particolare.
Poi, dopo la gara, ecco il commento di Marko intervistato dalla rete austriaca ORF: “Ho trovato lo spettacolo un po' imbarazzante”, riferendosi al pianto di Hadjar. Una dichiarazione cinica che conferma la solita terapia d’urto: si getta benzina sul fuoco della disperazione per vedere chi resiste e chi soccombe.
D’altronde, ha funzionato con Max, quindi perché non dovrebbe funzionare con tutti? Sulla strada che sta percorrendo in cerca del prossimo Verstappen, il consulente speciale della Red Bull sta condizionando il destino di tanti piloti. Solo pochi (Sainz, Albon, Gasly) hanno avuto la forza e anche la fortuna di rialzarsi dopo essere stati accompagnati all’uscita, riuscendo a proseguire la loro carriera e tornando anche ad essere nel mirino della stessa Red Bull.
Dopo la prima gara del 2025 non sono mancate le prime frecciate ad Hadjar, ma anche in direzione Lawson, all’esordio in Red Bull con undici Gran Premi alle spalle. Cosa possa portare un dirigente ottantenne ad esprimersi in questo modo e a proseguire nel suo programma all’insegna del cinismo resta un mistero.
Christian Horner, Team Principal Red Bull Racing
Foto di: Red Bull Content Pool
In parziale soccorso è poi arrivato Christian Horner: “È stato abbastanza straziante vederlo (Hadjar) così distrutto, d’altronde era il suo primo Gran Premio. Credo che gli aspetti positivi sul weekend di Isack ci siano tutti, si è comportato molto bene durante le prove e le qualifiche. Non dobbiamo dimenticare che stiamo giudicando dei piloti giovanissimi, e ripeto, ci sono tanti aspetti positivi che può trarre da questo weekend e ha tanta strada davanti a sé”.
Le parole di Horner sono quelle che ci si aspetta di sentire da parte di chi nel 2025 gestisce delle risorse. Si parla molto dell’addio (improbabile) di Verstappen alla Red Bull, ma sarebbe più opportuno auspicarsi un saluto di Marko. Ha dato molto, in cambio ha ricevuto tantissimo, ma il bilancio di venticinque anni di scouting resta fondamentalmente legato ad un episodio.
I risultati dell’ultimo decennio dicono che il metodo Marko non funziona, e quando sul fronte scouting le scelte si sono confermate corrette, a mandare tutto all’aria è stata la gestione successiva, ovvero la solita forte pressione con l’assillante richiesta di risultati. Il tutto su ragazzi under 20, arrivati a vivere nell’ansia di sentire squillare lo smartphone e vedere apparire sullo schermo “Marko”.
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