Dosoli: "Yamaha nuova all'80%. Così possiamo avvicinarci alla vetta!"

Andrea Dosoli, Road Racing Project Manager Yamaha, ha rilasciato un'intervista esclusiva a Motorsport.com in cui ha parlato degli sforzi e degli obiettivi di Yamaha in SBK. C'è convinzione di poter avvicinare Ducati e Kawasaki.

Dosoli: "Yamaha nuova all'80%. Così possiamo avvicinarci alla vetta!"
Alex Lowes, Pata Yamaha, Neil Hodgson, Andrea Dosoli
Sylvain Guintoli, Pata Yamaha, e Lorenzo Savadori, IodaRacing Team
Sylvain Guintoli, Pata Yamaha
Sylvain Guintoli, Pata Yamaha
Alex Lowes, Pata Yamaha
Alex Lowes, Pata Yamaha
Alex Lowes, Pata Yamaha
Alex Lowes, Pata Yamaha

Tra le due litiganti la terza ancora non gode, ma la sensazione è che sia solo questione di tempo. Il messaggio che esce da Aragon è di una Yamaha in continua crescita, a cui manca uno step per battagliare con una certa continuità con le regine del campionato, Kawasaki e Ducati. Infrangere questo duopolio non sarò facile ma in Yamaha ci credono e stanno investendo molto nel campionato, vertice di un progetto, chiamato bLU cRU che ha l’obiettivo di far crescere giovani talenti per portarli passo dopo passo al massimo campionato.

Un progetto a cui tiene particolarmente Andrea Dosoli, Road Racing Project Manager Yamaha.

“L’impegno che Yamaha sta mettendo nella SBK – inizia l’intervista a Motorsport.com - non è solo mirato alla SBK. C’è davvero un grande impegno in tutte le varie classi, e con l’introduzione della Supersport 300 abbiamo finalmente la possibilità di offrire un percorso di crescita ai giovani talenti, che possono contare su un’azienda che mette a disposizione loro mezzi competitivi. Il progetto bLU cRU prevede questo, con la possibilità, step by step, di arrivare fino alla SBK. Ed è per la prima volta che come Yamaha possiamo offrire questo”.

“L’idea di base è prendere un giovane per farlo correre nella 300, lo facciamo crescere passando dalla Supersport 600 e se ha le qualità lo portiamo fino alla SBK – spiega Dosoli -. Dipende poi dal pilota riuscire a fare il passo successivo. Abbiamo identificato questo paddock come piattaforma utile per questo progetto. Se si analizza la scelta dei piloti si capisce in quale direzione stiamo andando. Ragazzi giovani, che si meritano un’opportunità non solo per come guidano in pista ma anche per il carattere, per come si comportano fuori dalle piste. Noi diamo loro la possibilità di crescere, siamo al loro fianco. Un progetto che ha portato in 600 ragazzi come Tuuli e Caricasulo, o giovani che non hanno mai avuto la possibilità di esprimere in maniera professionale il loro talento come Mahias. Questa è la filosofia che abbiamo adottato anche in SBK, quando abbiamo scelto Michael van der Mark da affiancare ad Alex Lowes”.

Veniamo al weekend di Aragon. Opinione diffusa che abbiate raccolto meno di quanto avreste potuto. Il che comunque dimostra quanto sia competitiva la R1: un bel passo in avanti rispetto alla stagione 2016.
“Il 2016 è stato il primo anno della R1, del ritorno in SBK dopo la chiusura del progetto nel 2011, con una moto nuova nata per le corse che è risultata competitiva nei campionati nazionali ma che portata a livello del mondiale SBK è dovuta a crescere – continua Dosoli -. Una crescita che in qualche modo è stata rallentata nel 2016 dagli infortuni che hanno condizionato le prestazione dei nostri piloti; e quando chi guida la moto non è perfettamente a posto dal punto di vista fisico risulta difficile portare avanti uno sviluppo perché non riesci a trovare il limite della prestazione. Però già a fine 2016 avevamo fatto un buon passo in avanti permettendo a Guintoli di salire sul podio in Qatar”.

“L’esperienza maturata nel 2016 ci ha chiaramente aiutato a identificare le aree dal punto di vista tecnico su cui dovevamo investire di più – prosegue -. La moto 2017, nei limiti del regolamento SBK, è abbastanza diversa da quella del 2016, frutto del massiccio lavoro svolto in inverno. Abbiamo in pratica lavorato su tutte le aree della moto cercando di migliorare in particolare l’accelerazione fuori dalle curve e la costanza del rendimento durante la gara. Se compariamo visivamente le due mote si vede la differenza: non entro nei dettagli ma credetemi che l’80% e forse più dei componenti sono nuovi. Ma la moto da sola non è sufficiente, bisogna considerare tre aree: il lavoro che viene fatto in pista dalla squadra, la moto stessa e il pilota".

“La squadra ha dovuto imparare a conoscere la moto, arrivava da un’esperienza diversa, ha dovuto sviluppare conoscenze, automatismi per poter sfruttare al meglio, pista per pista, le caratteristiche della R1. Per fare questo come Yamaha abbiamo aiutato pesantemente il team di Paul Denning. Un numero per dare un’idea: se l’anno scorso Yamaha forniva il supporto di tre persone quest’anno ce ne sono sette perché per potere competere con Kawasaki e Ducati è necessario che ci sia uno sforzo di tutta la azienda. La squadra è cresciuta, conosce meglio la moto, è capace di settarla meglio in base alle diverse condizioni della pista, delle richieste dei piloti e delle condizioni atmosferiche. Ma non è sufficiente perché poi manca il terzo tassello, che è rappresentato dai piloti”.

“Devo ammettere il grande lavoro fatto da Alex Lowes - sottolinea Dosoli -, un professionista che ha capito gli errori fatti, cambiando la preparazione in modo significativo dalla fine di campionato 2016, arrivando già ai test in una condizione fisica stabile, non più condizionata dagli infortuni. Il vero step lo ha fatto però modificando l’approccio, e cioè focalizzandosi sulla gara e non sul giro veloce; quindi tanti long run per essere preparato per quello che potrebbe richiedere la gara. Questa è stata la chiave di volta, Alex è ora in grado di gestire la gara, capisce l’importanza di portare a casa il miglior risultato possibile. Mi voglio pubblicamente congratulare con lui per il grande lavoro che ha fatto, per la maturità raggiunta. Tutto questo ha aiutato anche il team. Quando costantemente riesci a stare nelle posizioni a ridosso del podio, acquisisci fiducia; aiuta non solo la testa ma anche l’azienda a sviluppare la moto perché solo stando vicino ai tuoi competitors hai la possibilità di capirne i punti deboli”.

Il discorso è probabilmente diverso per van der Mark.
“Lui è ancora giovane ma lo ritengo dotato di grande talento. Sta crescendo gara dopo gara e i suoi risultati sono legati alla conoscenza che lui ha della R1, moto che va guidata in un certo modo. Lo sta già facendo, tanto che ad Aragon non ha stravolto la moto utilizzata nelle due precedenti gare. Gli serve ancora un po’ di tempo ma sono convinto che sarà in grado di avvicinare sempre di più i top”.

Quindi l’obiettivo è, se non la vittoria, almeno lottare costantemente per il podio.
“Se l’obiettivo non fosse quello non avrebbero senso tutti gli investimenti che Yamaha sta facendo in questo campionato – conclude Dosoli -. Pensiamo ci voglia del tempo ma con i miglioramenti che abbiamo visto negli ultimi tempi, continuando a lavorare in questo modo, riteniamo che il gap con le moto che in questo momento stanno vincendo possa essere ridotto”.

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