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MotoGP | Crafar: "Il mio ruolo non è punire i piloti, ma proteggerli"

Il presidente dello Stewards Panel della MotoGP ha rilasciato un'interessante intervista ai colleghi di GPOne.com, nella quale ha cercato di spiegare il suo approccio, che vuole più educare i piloti piuttosto che limitarsi a sanzionarli, per evitare che ripetano gli stessi errori e proteggerli. Un altro caposaldo è un dialogo aperto ed onesto.

Simon Crafar, Jack Appleyard

Simon Crafar, Jack Appleyard

Foto di: Gold and Goose / Motorsport Images

Simon Crafar ha accettato una sfida importante all'inizio della stagione 2025. L'ex pilota, che ha alle spalle anche un passato da commentatore televisivo, ha preso da Freddie Spencer il testimone come leader dello Stewards Panel di MotoGP. Un ruolo pesante, soprattutto per le tante polemiche che negli ultimi anni hanno circondato l'operato dei commissari.

Tuttavia, grazie anche all'ottimo rapporto che aveva costruito con i piloti nel suo ruolo di pit reporter, ma soprattutto con la grande apertura al dialogo che ha instaurato rispetto alla gestione precedente, il neozelandese sembra godere di un ottimo gradimento. E in occasione dell'ultimo Gran Premio prima della pausa estiva, andato in scena a Brno, ha rilasciato un'intervista molto interessante ai colleghi di GPOne.com, ammettendo che sta andando anche meglio di come lui stesso si sarebbe aspettato.

"Ero convinto che ci sarebbero voluti uno o due anni anche solo per sentirmi bene, ma la verità è che mi sono sentito subito benissimo e mi sto divertendo, perché posso sfruttare al massimo tutto quello che ho imparato nel passato. Ovviamente conoscevo e capivo già le dinamiche di un incidente, ma con il mio lavoro precedente ho imparato come comunicare certe cose, come mantenere un'ottima comunicazione con i piloti e le squadre. Questo è importantissimo, perché se non comunichi bene con loro, è difficile poi che capiscano quando li penalizzi, e ti ritrovi davanti delle persone arrabbiate", ha detto Crafar.

Tra le altre cose, ha spezzato anche una lancia a favore del suo predecessore, spiegando che gli ha lasciato una situazione molto più semplice rispetto a quello che aveva trovato al suo arrivo: "Quando Freddie era arrivato qui, il lavoro da fare era abbastanza diverso. Io mi ritengo fortunato perché lui ha portato tanti cambiamenti durante il suo periodo. Io non ho avuto gli stessi problemi che ha avuto lui: all'inizio lui era nella stessa stanza della Race Direction, ma la squadra era diversa. Lui ha letteralmente costruito una squadra ed ha fatto un ottimo lavoro, perché la squadra che ha creato è ottima. Sono stato semplicemente fortunato ad arrivare oggi e non all'epoca".

Joan Mir, Honda HRC, Ai Ogura, Trackhouse Racing crash

Joan Mir, Honda HRC, Ai Ogura, Trackhouse Racing crash

Foto di: Ronny Hartmann / AFP via Getty Images

Il motivo per cui ritiene che il dialogo con i piloti sia una parte fondamentale del processo decisionale è molto semplice: "Con queste moto tutto è difficile ed anche per questo parlare con i piloti è diventato ancora più importante, perché loro hanno informazioni che tu, come giudice, non hai. Io li ascolto sempre prima di emettere qualsiasi giudizio, assieme ai miei colleghi. Sappiamo che dobbiamo mettere nel conto ipotesi tecniche dietro a certi incidenti ed è proprio per questo che parliamo tanto con i piloti prima di emettere giudizi. Non è un problema grande, ma rende le cose un po' più difficili".

Tra le altre cose, ha assicurato che il rapporto con i piloti non è cambiato, anche se chiaramente ora è su due livelli differenti, come è giusto che sia: "Quando incontro un pilota e magari prendiamo un caffè assieme, non è cambiato nulla. Ma è diverso quando loro vengono da me per qualche problema, è chiaramente diverso. Loro cercano di difendere la loro posizione, diventa un rapporto molto professionale da entrambe le parti ovviamente. Funziona bene, perché quasi tutti riescono a tenere i due aspetti separati ed è quello che voglio anche io, perché sono momenti diversi quando li incontro in ufficio e quando li incontro magari nel paddock. Se devo penalizzare un pilota, non significa che non mi piacca passare del tempo con lui, anzi direi il contrario. Spesso mi capita di incontrare in ufficio i piloti che preferisco, perché sono a volte quelli più determinati e a volte aggressivi".

Un altro aspetto importante poi è come inquadra il ruolo del giudice, che secondo lui deve essere più un educatore che un carnefice: "Tante persone vedono il mio ruolo come quello del punitore, di chi elargisce sanzioni. Io invece la vedo diversamente, per è un lavoro teso a proteggere i piloti ed è così. Le regole sono scritte così per proteggere i piloti dai piloti e penso che parte del mio lavoro sia proprio evitare che i piloti commettano più volte gli stessi errori. Ma anche proteggerli da pericoli che potenzialmente possono avere gravi conseguenze. Credo che il mio ruolo sia più quello che non semplicemente essere uno che punisce questo o quel pilota. Io sapevo che educare i piloti giovani facesse parte del mio lavoro, ma non avevo realizzato quanto questo aspetto sia importante per noi e mi piace tantissimo. Cerchiamo di costruire un futuro più sicuro per questi piloti quando arriveranno nelle classi maggiori.

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