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Intervista

Mir: “Non è stato dato il giusto valore al titolo della Suzuki”

Joan Mir ha conquistato il titolo 2020 in MotoGP riportando alla Suzuki un mondiale che mancava da venti anni. Secondo il maiorchino questo risultato non è stato tenuto in considerazione nel modo giusto.

Joan Mir, Team Suzuki MotoGP

Alla sua quinta stagione nel mondiale, la seconda nella classe regina, Joan Mir è diventato campione del mondo della MotoGP a 23 anni guidando una Suzuki. Questo risultato non veniva ottenuto dalla Casa di Hamamatsu dal 2000, quando Kenny Roberts Jr. vinse il mondiale. Solo altri quattro piloti erano riusciti a raggiungere questo obiettivo dalla nascita del campionato nel 1949: Barry Sheene (1976 e 1977), Marco Lucchinelli (1981), Franco Uncini (1982) e il leggendario Kevin Schwantz (1993).

L’impresa di Mir è stata incredibile, considerando anche le circostanze particolari in cui è stata disputata la stagione 2020, condizionata dalla pandemia. A un anno di distanza dal titolo conquistato, Mir pensa che non sia stato dato il giusto valore che questo traguardo meritava e che da allora la vita gli è cambiata appena.

“La vita non mi è cambiata quanto invece avrebbe potuto, perché o avuto la fortuna, o la sfortuna, di diventare campione del mondo nell’anno del Covid e mediaticamente non si è sentito come un anno normale”, ha spiegato Mir in un’intervista esclusiva con Motorsport.com.

“Quest’anno abbiamo un po’ recuperato la normalità, ma non del tutto. È chiaro che ho vissuto un aumento di fama importante, ma non impressionante. E questa cosa mi fa felice in qualche modo”, rivela il maiorchino. Anche se comprende di essere un personaggio pubblico, Mir è geloso della sua vita privata e i suoi post sui social sono pi+ legati agli accordi commerciali che al desiderio di diventare una celebrità.

“So che se vincerò ancora o continuerò altri anni al massimo livello, il riconoscimento aumenterà, ma più in termini di aumento di fan sulle tribune. Lo scorso anno mi è dispiaciuto molto vincere il mondiale senza gente in circuito. È una cosa che mi porto dentro”, ammette.

È stato un mondiale ‘a porte chiuse’ che ha sicuramente tolto sfarzo e riconoscimenti. Da fuori, la sensazione è che Mir non sia stato trattato come merita un campione del mondo MotoGP da parte dello stesso campionato, dei rivali, dei media, dei fan...

“Da parte di tutti sì, ma non da parte dei fan. È una cosa che assumerà valore con gli anni, ma non è stato dato valore al fatto che Suzuki abbia vinto un mondiale dopo venti anni. Vincendo non si assume valore, ma se lottiamo per vincere il secondo titolo, forse otterrò un riconoscimento maggiore”. Il secondo titolo con Suzuki però non è arrivato nel 2021 e, vista la stagione, non sarà un’impresa facile a breve termine.

“Ho 23 anni, ogni stagione ho fatto dei passi in avanti e ho una carriera lunga davanti a me. Non sono riuscito a essere campione nell’ultima parte della mia vita sportiva, sono arrivato in MotoGP e boom! Voglio dire che c’è del margine, ma è importante che io veda che Suzuki voglia la stessa cosa. Se io credo che Suzuki vuole lo stesso che voglio io, continuerò a stare qui. Se smetterò di sentire questa cosa, me ne andrò immediatamente. Perché per me è importante che entrambi andiamo nella stessa direzione e che io creda nel progetto”, chiarisce il maiorchino, che dopo un anno dal prendere la decisione di non usare il numero 1 durante la stagione in cui era l’uomo da battere continua a credere che sia stata la scelta giusta.

Joan Mir, Team Suzuki MotoGP

Joan Mir, Team Suzuki MotoGP

Photo by: Gold and Goose / Motorsport Images

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