Salcito: "Ho tagliato il cinghino del casco di Senna"

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Di: Domenico Salcito
01 mag 2014, 07:22

Il dottore che era sulla Medical Car con Sid Watkins racconta le concitate fasi dei soccorsi ad Ayrton

Venti anni! Sono passati 20 anni da quei giorni terribili di fine aprile e inizio maggio 1994. Ogni volta che la mente mi riporta a quei fatti, mi assale l’angoscia e la tristezza. Quel 1 maggio 1994, giorno di gara per la F.1, sia per gli addetti ai lavori, sia per il pubblico, non c’era la consueta aria di festa che si respirava sempre sul circuito “Enzo e Dino Ferrari” di Imola. Si celebrava il 14esimo Gp di San Marino, ma avevamo alle spalle e negli occhi il bruttissimo incidente occorso durante le prove libere del venerdì a Rubens Barrichello e la tragica morte di Roland Ratzenberger, il giorno precedente. IN QUATTRO SULLA MEDICAL CAR All’epoca ero co-responsabile del Servizio Medico con l’amico Giuseppe Piana, e componente leader di un team di primo intervento in pista. Quell’anno, avevo come compagni d’avventura un rianimatore, Federico Baccarini, il Prof. Sid Watkins, medico della FIA, e il driver Mario Casoni. Scattavamo dal fondo dello schieramento della F.1 e rientravamo alla fine del primo giro alla postazione allestita alla Variante Bassa, pronti a rientrare in pista in caso d’incidente. ERAVAMO DIETRO ALLE MONOPOSTO IN GRIGLIA Le monoposto erano schierate in griglia di partenza. C’era una cappa di tensione. Nella nostra macchina c’era il silenzio assoluto. Quando si sono accesi i semafori rossi Mario Casoni ha messo la prima e abbiamo cominciato a muoverci: davanti, in realtà, nella nostra visuale potevamo notare solo il muro di gomme delle monoposto incolonnate. Poi l’urlo dei motori pronti a liberare tutta la potenza. Era una sensazione incredibile perché vibrava l’asfalto: verde! Le monoposto si erano avventate verso il Tamburello. Il gruppo era scattato in fretta, ma due vetture erano rimaste bloccate in un incidente. SULL’ERBA NELL’INCIDENTE DEL PRIMO VIA Con la nostra Alfa Romeo 164, magistralmente guidata da Mario Casoni, eravamo riusciti a infilarci sull’erba sul lato sinistro della pista, nella piccola via di fuga davanti alla tribuna centrale, mentre eravamo ormai lanciati a quasi 200 Km/h e cercavamo di evitare le gomme e i detriti che ci erano volati sopra della Benetton B194-Ford di J.J. Lehto che era stata tamponata dalla Lotus 107C di Pedro Lamy. Sul lato destro del tracciato, invece, era sfilata l’altra vettura a fondo schieramento, quella dei Leoni della CEA. Il Gp era appena partito e già era accaduto qualcosa! IN PISTA C’ERA LA SAFETY CAR Abbiamo completato quel primo giro aspettando delle indicazioni via radio, ma alla conclusione della tornata ci siamo parcheggiati regolarmente alla nostra postazione della Variante Bassa, mentre le F.1 si erano incolonnate dietro alla Safety Car che si era necessaria per sgombrare il rettilineo dalle macchine incidentate. LA RADIO: “INCIDENTE AL TAMBURELLO. BANDIERA ROSSA!” Non ricordo per quanti giri la Safety Car abbia guidato il serpentone delle macchine in fila, ma ricordo che quasi subito dopo la ripartenza, avevo sentito un’inquietante comunicazione radio: “Incidente al Tamburello. Bandiera rossa”. HA CAPITO SUBITO CHE AYRTON ERA GRAVE Feci partire immediatamente la macchina, senza avere altre notizie. Con Casoni c’era una provata intesa. Colmammo velocemente la distanza di circa 1 Km che ci separava dalla curva del Tamburello. Appena sbucati dalla curva ho visto la monoposto ferma e avevo capito immediatamente di chi si trattava. L’Alfa 164 si era fermata di fianco alla Williams incidentata e immediatamente ero stato preda di ansia e tensione poiché avevo già inteso la gravità del caso. NON ERA COSCIENTE E SANGUINAVA MOLTO Il casco verde-oro era reclinato sul fianco. Il pilota non era cosciente. Da sotto il casco si evidenziava del sangue. In ginocchio, sulla destra della Williams c’era già Giuseppe Pezzi, il medico rianimatore posizionato al Tamburello. Aveva tentato di rimuovere il casco, ma con scarso risultato poiché il sangue ostacolava la visibilità del congegno che permette di slacciare il sottogola. HO TAGLIATO IL CINGHINO PER RIMUOVERE IL CASCO All’emozione iniziale subentrava la calma del dover agire. Ordinai, allora, al collega Baccarini di salire sulla parte posteriore della F.1 incidentata mentre io, inginocchiato sul lato sinistro della Williams, impuntavo le forbici riuscendo così a tagliare il sottogola e ad asportare il casco. Le condizioni cliniche e la posizione del traumatizzato non permettevano altre manovre, per cui decisi per un’estrazione rapida dall’abitacolo. Non eravamo stati ostacolati dal volante che abbiamo poi scoperto trovarsi fuori dall’abitacolo. Slacciate le cinture di sicurezza avevamo preso Ayrton in braccio e per sdraiarlo poi per terra, al fine di poter iniziare al più presto le manovre rianimatorie. CHIAMAMMO L’ELICOTTERO IN PISTA Con l’amico Piana, che nel frattempo ci aveva raggiunto, vista la drammatica condizione clinica, decidemmo, per la prima volta in un Gran Premio, di far atterrare l’elicottero in pista, con l’invio diretto all’Ospedale Maggiore di Bologna, senza passare dal Centro Medico dell’Autodromo, come da protocollo FIA. QUEL MALEDETTO PERTUGIO NEL CASCO A prima vista, il casco sembrava integro. Ho avuto in mano per circa mezz’ora il casco di Ayrton, in attesa di consegnarlo alla polizia, ma l’emozione, la rabbia, l’agitazione del momento e, forse, qualche lacrima non mi avevano consentito di individuare il maledetto pertugio attraverso cui il maledetto braccetto della sospensione aveva prodotto il disfacimento della base cranica e del cervello provocandogli la morte, che era avvenuta di certo 4 ore dopo l’ospedalizzazione, e non sulla pista come qualcuno ha cercato di insinuare. ABBIAMO PIANTO IN SILENZIO DOPO IL SECONDO VIA The show must go on. Era stato deciso che la gara sarebbe ripartita. E noi componenti del Team medico sull’Alfa 164 avevamo rifatto quella partenza solo per dovere professionale. Una nera cappa di dolore e di angoscia era calato in quell’abitacolo. Restammo così a piangere, ognuno nel proprio silenzio, chiusi in macchina, fino alla fine della gara. ROLAND E AYRTON INSIEME SULLE BARELLE Il giorno dopo, il dottor Piana ed io, ci eravamo recati presso la Medicina Legale di Bologna. Ancora oggi, mi riesce impossibile descrivere e raccontare l’emozione, l’angoscia e il dolore che mi pervase alla vista di Roland e Ayrton. Erano là, ognuno su una barella, distesi uno di fianco all’altro, in un pallore mortale, surreale. Il grande campione e il pilota che inseguiva la gloria, accomunati dalla stessa passione, quasi in un abbraccio fraterno prima di dividersi per raggiungere i lontani luoghi del loro riposo eterno.
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Autore Domenico Salcito
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