Mazzola: “Svizzera aliena dal motorsport, la F.1 può tornare grande”

Distributore di sapienza e umiltà, l’ex ingegnere della Ferrari racconta la sua seconda giovinezza da performance coach. “Con personaggi come Ross Brawn la massima serie può riprendere il volo...”.

Mazzola: “Svizzera aliena dal motorsport, la F.1 può tornare grande”
Luigi Mazzola all'OBV di Mendrisio
Luigi Mazzola all'OBV di Mendrisio
Conferenza Luigi Mazzola presso l'OBV di Mendrisio
Luigi Mazzola all'OBV di Mendrisio
Copertina
Luigi Mazzola, Mike Conway, Venturi
Luigi Mazzola, Venturi
Luigi Mazzola, Venturi
Luigi Mazzola, Venturi, nuovo direttore tecnico
Luigi Mazzola Scuderia Ferrari, Test Team Manager, and Chris Dyer, Scuderia Ferrari, Race Engineer
Hirohide Hamashima, Head of Bridgestone Tyre Development con Luigi Mazzola, Ferrari Test Team Manage
Stefano Domenicali, Ferrari Manager F1 Operations con Luigi Mazzola, Test Team Manager
Felipe Massa, Ferrari with Rob Smedley and Luigi Mazzola, Ferrari Test Team Manager
Luigi Mazzola, Ferrari Test Team Manager

Luigi Mazzola non è cambiato di una virgola dai tempi gloriosi e felici dell’epoca Ferrari, dove ha lavorato dal 1988 nel ruolo di Race Engineer fino al 2009, allorché la sua funzione è diventata di dirigente coordinatore dello sviluppo della performance. La sua vita è stata contrassegnata da numerosi trofei in qualità di test manager, ingegnere di pista e responsabile tecnico delle attività di prova.

 

L’ingegnere originario di Ferrara, laureato in Ingegneria Meccanica presso il Politecnico di Torino con specializzazione in Engineering dell’Autoveicolo, oggi residente a Lugano, 55 anni, mette il suo sapere a disposizione di tutti: dai bambini ai medici, e persino agli scienziati. Da zero si è costruito una nuova attività di performance coach, che “in realtà ho sempre svolto senza saperlo”.

Motorsport.com Svizzera ha avuto il piacere e l’onore di intervistarlo poche ore prima della conferenza con medici, infermieri, assistenti di cura e dipendenti dell’Ospedale “Beata Vergine” di Mendrisio, nel Canton Ticino.

Luigi, partiamo dall’ultima esperienza in Venturi nell’ambito della Formula E. Una sorta di mondo nuovo per lei, abituato ai rumorosi paddock della Formula 1. Come si è trovato?

“Sicuramente sono due mondi differenti. La Venturi mi ha chiesto un aiuto a livello organizzativo, chiaramente nell’ambito della tecnica. Ammetto che è stata un’avventura davvero positiva perché c’era tanta curiosità. Hanno modi e tempi completamente diversi rispetto a quanto ero abituato. Mi incuriosiva l’innovazione del motore elettrico. Chiaramente necessita ancora di miglioramenti, ma la direzione presa è quella giusta”.

Con gli ingressi di grandi Case, crede che le monoposto elettriche possano essere il futuro del motorsport?

“No, personalmente non credo che possa sostituire la massima formula. Sono due filoni che vanno in via parallela e non uno che sorpassa l’altro. Il mondo del motorsport è composto di limiti estremi, in Formula E non siamo ancora a quei livelli”.

Da uomo Ferrari, crede che anche la “Rossa” farà il passo verso il mondo elettrico?

“Non credo. È vero che un costruttore deve pensare e orientarsi in base a quello che si pensa possa essere il futuro. La Ferrari la vedo più ibrida, ma ‘full electric’ non me la immagino proprio...”

Reputa che la Formula 1 possa tornare “quella di una volta”?

“Certo, la Formula 1 la metteranno a posto: con un certo Ross Brawn non vedo problemi a limare certi aspetti. Poi è chiaro che, se c’è l’egemonia della Ferrari, l’egemonia della Mercedes e via dicendo, diventa tutto un po’ più noioso. Sì può dire che in un Gran Premio una macchina è favorita rispetto a un’altra, ma nessuno ci metterebbe la firma. Se poi arrivano ancora uno o due team a giocarsela ad armi pari, allora diventa la Formula 1 che dev’essere”.

Concorda con chi afferma che la Formula 1 del giorno d’oggi sia più lontana dagli appassionati?

“Credo che l’acquisizione di Ross Brawn sia il colpo più importante messo a segno dalla Liberty Media. Ho lavorato per tanti anni insieme a lui: conosco il modo di pensare, di lavorare e la passione che ci mette. Penso che darà una grossa mano per riavvicinare la Formula 1 agli appassionati”.

Anni e anni di successi indimenticabili con la Ferrari. Ne esiste uno che conserva con più piacere?

“Sì, certamente anche se io la mia carriera la divido in tre fasi. Gli Anni 90 con Prost, la fase Sauber per poi tornare in Ferrari negli anni non vincenti e poi con la Ferrari negli anni trionfanti. Il ricordo più bello rimane il Gran Premio del Brasile del 1990, con Alain che si emozionò e scoppiò a piangere per la prima vittoria in Ferrari. Qualcuno potrebbe dire ‘ma hai avuto anche Schumacher campione del mondo 21 anni dopo l’ultima volta”. Sì, è vero, ma non l’ho vissuto direttamente in pista”.

Passando alla Svizzera… come valuta il movimento automobilistico del nostro Paese?

“La Svizzera negli ultimi anni non ha mai favorito il motorsport. Nonostante sia molto legato alla Confederazione Elvetica, per aver contribuito alla creazione della Sauber tra il 1992 e il 1993, credo che ci sia poca possibilità di crescere dal punto di vista dei piloti. La maggior parte degli appassionati sono nell’area tedesca per la vicinanza con la Germania”.

Non trova sia un po’ paradossale, vista e considerata la quantità di addetti ai lavori che ci vivono?

“In questo momento la vedo molto lontana dal movimento automobilistico. Speriamo che l’ePrix di Zurigo possa avvicinare la Svizzera al motorsport e viceversa”.

Perché i giovani di oggi sono poco attratti dalla Formula 1 e si ha nostalgia di venti-venticinque anni fa?

“La risposta sta nella domanda. Parliamo di piloti del calibro di Senna, Prost, Pironi, Mansell, Schumacher e via dicendo. In qualsiasi sport la differenza la fa l’uomo. Se viene a mancare l’aspetto umano manca l’attrattività. Faccio un esempio: quando Alberto Tomba faceva le discese sugli sci, in Italia tutti erano incollati al televisore, come per Adriano Panatta col tennis. All’epoca una gara poteva essere noiosa, ma c’era Gilles Villeneuve o Ayrton Senna. Bastava un gesto semplicissimo a cambiarti la domenica”.

 

Non ci sono più i piloti di una volta?

“Non si può sottovalutare l’aspetto del talento. In Formula 1 corre chi ha il budget, ma è quasi sempre stato così. Io prenderei piloti che hanno talento, perché in qualche modo verranno supportati. Lì viene fuori la personalità, il carattere, l’uomo. Prendiamo per esempio Max Verstappen. Tralasciando il livello di maturità, quando è in pista dimostra di saperci fare. Ad avercene di piloti come lui...”

C’è un ricordo di Michael Schumacher che conserva con “gelosia” e che vorrebbe regalare ai lettori di Motorsport.com?

“Ne ho a bizzeffe. Non mi scorderò mai il primo test fatto insieme. Fu una situazione molto particolare: si trovava male sulla macchina, non era abbastanza veloce. Allora, dovetti cambiare completamente il set-up della macchina. Era una situazione abbastanza opprimente e pressante: un due volte campione del mondo andava più lento di chiunque altro su una Ferrari. Ho preso la decisione di cambiare completamente l’assetto, andando contro le scelte della scuderia. Michael fu contento e appoggiò la mia decisione, e così cambiammo completamente la direzione di come assettare la monoposto”.

Che cosa porta con sé della vostra ultima volta insieme?

“L’ultimo test insieme lo facemmo a Jerez. Se c’è una cosa di Schumacher che pochi sanno, o perlomeno non era così visibile, è che è un personaggio molto emotivo, usa molte emozioni. Lui, proprio grazie a questo, guidava le persone. È vero che sapeva guidare, ma a quei livelli sono bravi tutti. ‘Schumi’ coinvolgeva gli uomini, li emozionava come voleva lui. Concluso il test in Spagna, passammo tutta la sera al bar a raccontarci di tutto e di più. Quello è stato uno dei momenti più belli e sicuramente emozionante. Nel mio libro “Avanti tutta” sono presenti molti altri aneddoti interessanti”.

 

Ora sta vivendo una seconda giovinezza, per così dire, da performance coach. Luigi Mazzola si sente meglio con le cuffie all’orecchio o nei panni di “professore”?

“Relazionandomi con personaggi di caratura importante mi sono sempre chiesto che cosa ci fosse dietro a tali successi: dal punto di vista fisico, emotivo, psicologico, dell’inconscio. Ho cercato di mettere insieme tutti i puzzle che vedevo in tutte queste persone. Mi sono sempre detto che, una volta chiuso con la Formula 1, mi sarebbe piaciuto portare all’esterno tutti questi aspetti. Così sono ripartito da zero. Ho cominciando a crearmi un portafoglio clienti piano piano, ma devo dire che mi trovo molto bene anche nei panni di ‘docente’. Dal nulla ho creato un’attività singolare perché posso parlare con un bambino di dieci anni così come a un dottore, a una persona malata o a funzionari di banca, e via dicendo”.

È più facile parlare al pilota o, per esempio, a un medico?

“La difficoltà sta nel momento in cui hai persone che possono essere più o meno suggestionabili. Tanto più una persona è analitica, meno riesci a scardinarla, e viceversa. Il pilota, quando è in difficoltà, è altamente suggestionabile. Personalmente credo che la suggestionabilità sia un’apertura al cambiamento delle persone”.

Vede un legame con la sua precedente attività?

“Io questo lavoro l’ho sempre fatto, soltanto che non me ne rendevo conto. Quando hai un pilota che viene battuto dal compagno di squadra, vi assicuro che i due lavori si somigliano parecchio. L’ingegnere è il placebo del pilota per far sì che il pilota diventi il placebo di se stesso”.

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