Ocon: "Devo convincere la Mercedes di valere il suo investimento"

Intervista al pilota della Manor, che racconta le difficoltà del primo approccio da titolare con la Formula 1, ma anche le tante cose imparate nei primi GP. E il campione della GP3 non nasconde le sue grandi ambizioni future...

Corre veloce la vita di Esteban Ocon. Nel 2014 il titolo nella Formula 3 Europea, poi dodici mesi dopo il successo nella GP3 Series, e all’inizio di questa stagione il doppio ruolo di terzo pilota della Renault e tester della Mercedes. Due programmi ‘attivi’, visto che Ocon ha girato con entrambe le monoposto. Poi ad agosto la chance di debuttare in Formula 1 con il team Manor, dopo lo stop di Rio Haryanto.

L’escalation del ventenne pilota francese aveva forse alzato troppo l’asticella delle aspettative, al punto che c’è chi non ha nascosto un pizzico di delusione dopo i primi tre weekend di gara in cui Pascal Wehrlein è stato quasi sempre più veloce. Poi a Sepang il primo segnale di crescita, con una qualifica che ha visto Ocon precedere il compagno di squadra. Ma il rischio di giudicare un pilota in modo troppo affrettato sembra concreto in Formula 1. Ocon lo sa bene, ma (almeno in apparenza) sembra immune da pressioni che non siano legate al suo ruolo professionale.

Esteban, è una Formula 1 che mette fretta, senza sconti. Cosa emerge da un tuo primo bilancio dell’esperienza Manor?
“Ho avuto una chance eccezionale, ma è arrivata quando gli avversari avevano disputato almeno metà stagione. Uno degli ostacoli maggiori è stato quello di capire la monoposto e soprattutto gli pneumatici. Su quest’ultimo fronte vengono fornite molte informazioni in un tempo brevissimo, e non è semplice riuscire ad interpretare il tutto trasformando le indicazioni in miglioramenti in pista. Faccio un esempio: scaldare la gomma prima di lanciarsi per il giro di qualifica. Quando ho esordito a Spa io avevo alle spalle solo tre sessioni FP1, ma non sempre capita che il programma di lavoro del team preveda la possibilità di simulare queste condizioni. Ed invece sono cruciali, e lo conferma il buon lavoro fatto da Pascal. Ma sto crescendo, ed è questo che conta. A Sepang è andata decisamente meglio”.

Altri problemi?
“Il mio approccio. Prima di correre in Formula 1 sono sempre stato abituato a cercare il massimo dalla guida, senza soffermarmi troppo su quanto avrei potuto guadagnare sul fronte tecnico. Ma qui non basta più, e concentrarsi su un decimo da cavare in pista rischia di togliere tempo al lavoro che si fa sulla monoposto, ed è un lavoro che magari di decimi te ne fa togliere tre, o cinque. Lavorare sul setup offre possibilità di guadagno maggiori, e l’ho capito bene dopo le primissime gare. Quando si arriva in Formula 1 ci si interfaccia con un sacco di ingegneri che fanno domande precise a cui bisogna saper rispondere. E se lo fai nel modo giusto ne benefici parecchio”.

Tornando alle gomme. Molti esordienti faticano un po’ a gestire gli pneumatici in gara…
“Si, sappiamo bene che non si può forzare dal primo all’ultimo giro. Su questo fronte mi ha aiutato un po’ la mia esperienza in GP3, dove questa problematica, seppur in forma meno importante, era presente. Bisogna cambiare il modo di guidare, in qualifica devi capire dove poter fare la differenza in un solo giro, come sfruttare il grip. In gara l’opposto. Sono cose ben note, ma non per questo semplici da mettere in atto per un esordiente. Qualche weekend di apprendistato credo ci possa stare”.

E’ per questo che il tuo compagno Pascal Wehrlein ti è stato davanti in qualifica nei primi tre weekend?
“E’ una questione di dettagli. Lui è un buon pilota, ed in più conosce meglio la sua monoposto, ha lavorato molto con gli ingegneri da inizio stagione e sa come ottenere tutto dalla macchina nei momenti cruciali. Io invece nelle prime qualifiche ho forzato molto la guida, e non ha pagato. Ma a Sepang è andata molto meglio, e in qualifica sono stato io a mettermi davanti”.

Che obiettivi ti sei posto? Stare davanti a Pascal?
“Questo non è un obiettivo fine a se stesso. Voglio fare un buon lavoro con il team, convincerli di essere un professionista. E se lavori bene, poi arrivano anche quei risultati di cui parlavi. Il mio obiettivo è migliorare, sempre. Sai, c’è una casa importante come Mercedes che mi supporta, e il mio compito principalmente è convincere chi mi da fiducia di valere l’investimento che sta facendo”.

Si è avuta l’impressione che dietro la chance di debuttare in Manor che ti ha concesso la Mercedes ci sia stato il test che hai disputato dopo il Gran Premio di Silverstone con il team campione del Mondo...
“Penso di si. Sono stati due giorni incredibili, una macchina pazzesca. E la squadra ha apprezzato molto il lavoro che ho fatto, credo abbiano visto in me un buon potenziale. Certo che la monoposto è incredibile..”.

Sei un pilota Mercedes, ma hai un contratto con la Renault. Credi che possa essere il team francese la tua prossima destinazione?
“Non ci penso, almeno per ora. Parlo con Toto e Gwen (Wolff e Lagrue), poi sarà una loro decisione. A me è chiesto di fare un buon lavoro, poi si vedrà”.

In questa stagione hai guidato sia la power unit Renault che quella Mercedes. Che differenze hai sentito stando al volante?
“Sono simili, non ho sentito una grande differenza. Quando schiacci l’acceleratore il feeling è analogo”.

Da quando hai indossato i panni da pilota titolare, come è cambiata la tua vita rispetto al ruolo di riserva che hai avuto nella prima metà di campionato?
“Molto. Soprattutto il giovedì! E’ diventato il giorno più impegnativo del weekend! C’è un’agenda fitta di impegni, si passa da incontri con sponsor, a televisioni e giornalisti. Quando a Spa ho terminato il mio primo giovedì da pilota titolare, ero davvero stanco”.

Alcuni piloti che hanno guidato delle vetture meno performanti descrivono le loro gare come molto impegnative. Un occhio davanti, ed uno dietro per cercare di non creare problemi ai primi della gara quando si arriva alle fasi di doppiaggio. Confermi?
“E’ strano, ed anche difficile. Parti, spingi e vai al massimo che puoi. Poi ti arriva un messaggio via-radio che ti ricorda di fare attenzione perché alle tue spalle stanno arrivando i primi della corsa. Guardi negli specchietti…e vedi Rosberg che arriva. Non ti fa proprio bene, pensi..‘ho già preso un giro!’ Ma comunque si, bisogna stare attenti a non creare problemi. Se sei da solo è più semplice, mentre dare strada quando sei in bagarre con tuo avversario diretto, a volte è complicato”.

Hai avuto problemi con le piste che non conoscevi?
“In generale no, a parte Singapore, dove si sono sommati diversi fattori. Il bilanciamento della monoposto non mi piaceva, e ho faticato a trovare il limite su una pista che di curve ne ha davvero tante. A Sepang, altro circuito che non conoscevo, non ho avuto problemi, e tutto ha funzionato al meglio”.

E’ cambiata la tua vita da quando sei stato promosso nel ruolo di pilota titolare?
“Direi di no. Almeno per ora. A parte piccole novità. Mi capita di girare per la mia città (Evreux, in Normandia) e a volte vengo fermato da persone che chiedono di potersi fare una foto con me, ma per il resto non è cambiato davvero nulla”.

E’ felice Esteban Ocon?
“Direi proprio di si. Ho creduto in questo sogno, e ho dato tutto per riuscire a realizzarlo. Ho ancora un lungo cammino davanti, sono stati fatti dei passi fondamentali, ma ne restano altri ancora più importanti. Mi sono sempre messo in discussione, e continuerò a farlo. D’altronde, questo è il mondo dove voglio essere. Se andasse male dovrei iniziare tutto daccapo”.

 

 

 

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A proposito di questo articolo
Campionati Formula 1
Piloti Esteban Ocon
Team Manor Racing
Articolo di tipo Intervista