Todt: "Il mio no a Senna in Ferrari. Dovevo rompere dei contratti!"

Il presidente della FIA è alla conclusione del suo ultimo mandato: prima di chiudere un lungo ciclo, il manager francese ha fatto il punto In una lunga intervista trasmessa nella serata di ieri dal canale francese beIN sports e Jean ha toccato diversi punti molto interessanti, rivelando anche un retroscena su Ayrton.

Todt: "Il mio no a Senna in Ferrari. Dovevo rompere dei contratti!"

Tra meno di un mese, il 15 dicembre, Jean Todt terminerà il suo mandato che lo ha visto ricoprire il ruolo di Presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile per dodici anni. In una lunga intervista trasmessa nella serata di ieri dal canale francese beIN sports, Todt ha toccato molti punti, dal passato al presente, ripercorrendo una fetta importante di una carriera che lo ha visto impegnato nel motorsport per oltre cinquant’anni. Ecco alcuni dei passaggi emersi nel corso della lunga intervista.

L’arrivo in Ferrari

“Tutti mi dicevano di non andarci, che si trattava di una missione impossibile, ma credo che proprio questo mi abbia dato la spinta a provarci. Non è stato facile, sono entrato in Ferrari il 1 luglio 1993 e abbiamo vinto il nostro primo Campionato del Mondo Costruttori nel 1999, quindi dopo un bel po' di tempo dal mio arrivo, e la stagione successiva il primo Campionato del Mondo Piloti con Michael. E prima di quei traguardi tante volte ho pensato: beh, avevano ragione, non ce la faremo mai”.

Dietro la scelta Schumacher

“Poche settimane dopo il mio arrivo, ho incontrato Ayrton Senna durante il weekend di Monza nell’Hotel in cui eravamo, sul Lago di Como. Gli ho proposto di passare alla Ferrari nel 1995, ma lui spingeva per il 1994. Noi avevamo già due piloti sotto contratto, Jean Alesi e Gerhard Berger, non potevamo soddisfare la sua richiesta, e quando Ayrton ha chiesto il motivo gli ho spiegato la situazione. Non ha desistito, dicendomi che in Formula 1 i contratti non contano, ma ho risposto che per me un contratto è da rispettare".

"Così gli abbiamo offerto un accordo per il 1995, ma purtroppo sappiamo cosa è accaduto. Volevo un top driver, perché quando sono entrato in Ferrari, i responsabili del telaio hanno detto che non si vinceva a causa del motore, per altri invece il problema era proprio il telaio, e per altri ancora la responsabilità era dei piloti. Quindi mi sono detto, c'è una variabile che possiamo eliminare: se prendiamo il miglior pilota al mondo, o comunque un pilota già campione del Mondo, possiamo eliminare una scusa. Se avessimo avuto Senna, nessuno avrebbe potuto puntare il dito sul pilota, ed è il motivo per cui dopo abbiamo preso Michael”.

Il primo incontro con il giovane Michael

“Credo che la prima volta che ci siamo visti sia stato nel 1991, all'aeroporto di Osaka in Giappone. A quel tempo Michael correva per la Mercedes nel campionato Sport Prototipi, e io ero il capo del team Peugeot. Avevamo vinto la gara e ricordo che un pilota aveva fatto uno stint estremamente brillante e avevo chiesto chi fosse. Mi fu detto che era un giovane pilota di nome Schumacher. Quando è arrivato in Ferrari c’è stato feeling immediato, avevamo la stessa ambizione, lo stesso approccio al lavoro e all'impegno. E poi abbiamo capito che avevamo bisogno l'uno dell'altro, abbiamo avuto spesso momenti difficili, prove difficili da affrontare, ma siamo rimasti sempre molto uniti. Al di fuori del lavoro, dato che a lui non piace perdere e nemmeno a me, se giocavamo a backgammon o a qualsiasi altro gioco, a volte c’era anche un po' di tensione, ma era sempre in spazi ben lontani dal lavoro”.

Non c’è un più grande in assoluto

“Non ho mai considerato Michael il più grande pilota della storia, perché penso sia molto difficile fare questa valutazione. Credo che ci siano i piloti migliori per ogni epoca. Fangio è stato il miglior pilota del suo tempo, lo stesso vale per Michael e oggi possiamo dire che Hamilton è il miglior pilota del suo tempo. Ma c’è stato anche Jim Clark, indubbiamente il miglior pilota del suo tempo. In ogni decade, o poco più, c’è un pilota che si è distinto sopra tutti gli altri, poi possiamo provare a confrontarli valutando i titoli conquistati, ma ha senso? Ai tempi di Fangio c'erano otto Gran Premi all'anno, si poteva cambiare macchina durante la gara o prendere l'auto del tuo compagno di squadra. Il sistema di punteggio era diverso, quasi tutto era diverso, quindi non credo si possano confrontare. E credo che questo valga per qualsiasi sport”.

La Formula 1 dei talenti

“In Formula 1 ci sono 20 piloti, tutti piloti estremamente talentuosi. Ce ne sono forse due o tre che hanno una piccola scintilla in più, ma la grande differenza è data dalla monoposto che gli viene data da guidare. Parlavamo di Michael, beh, quando è arrivato alla Ferrari nel 1996 era reduce da due titoli mondiali, conquistati nel 1994 e nel 1995, ma nel 1996 ha vinto solo tre Gran Premi, ed è stato ben lontano dall'essere Campione del Mondo".

"E di esempi ce ne sono moltissimi, lo abbiamo visto anche con Alonso quando ha dovuto guidare una macchina che non gli permetteva più di vincere, e lo vediamo oggi. Alonso è un pilota eccezionale, ma oggi semplicemente non ha a disposizione una monoposto che gli possa permettere di puntare a vincere. Pierre Gasly se oggi guidasse una Mercedes o una Red Bull, penso che renderebbe la vita difficile ai suoi avversari. Vincerebbe un Mondiale? Non lo so, ma credo che sarebbe a lì a giocarsela”.

L’addio alla FIA

“Non sono teso. Ne parlo spesso con le persone a me vicine e dico che sono felice al 70%, e probabilmente un po' triste al 30%. Sono sempre stato ottimista, e ho concluso tanti cicli: sono stato navigatore per 15 anni, responsabile della squadra Peugeot per 12 anni, team principal alla Ferrari per 16 anni e poi Presidente FIA per altri 12 anni, ed è stata un'esperienza emozionante”.

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