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Formula 1 Messico

F1 | Russell, un silenzio che fa più rumore delle parole

Nel giorno in cui Antonelli diventa campione del mondo, George si congratula con il compagno e lascia il circuito senza incontrare i media. Le lacrime, la protezione di Wolff e una stagione che ha ribaltato ogni aspettativa. Poi, arrivano le parole del britannico, che raccontano tutta la fatica di una sconfitta e la volontà di ritrovare se stesso.

Beatrice Frangione

Beatrice Frangione

Pubblicato: 4 nov 2026, 10:40

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George Russell, Mercedes

Domenica scorsa, a gara conclusa, dal box Mercedes nell’Autodromo Hermanos Rodriguez la musica risuonava a tutto volume. Ancora una volta i Ricchi e Poveri avevano riempito un luogo di corse con le loro note, mentre il “Nessun dorma” di Puccini, con quel suo “Vincerò!” carico di emozione, sembrava accompagnare perfettamente un momento destinato a entrare nella storia dello sport italiano. Andrea Kimi Antonelli era appena diventato campione del mondo di Formula 1, riportando il titolo in Italia dopo 73 anni.

Tra musica, abbracci e festeggiamenti, però, c'era qualcuno che non riusciva a condividere fino in fondo quell'euforia. In un contesto così rumoroso, George Russell, quella domenica dopo la gara, non se l'è sentita di parlare. Per il britannico, mentre la Mercedes celebrava il trionfo del suo giovane compagno, si consumava la conclusione più amara di una stagione che aveva immaginato completamente diversa. Un'impresa storica vista da un uomo costretto a misurare la distanza, improvvisamente enorme, tra ciò che aveva immaginato e ciò che era accaduto. Un silenzio quello del britannico che, ventiquattr'ore più tardi, ha trovato finalmente le proprie parole.

Subito dopo il Gran Premio, comunque, Russell si è congratulato con Kimi. Un gesto sportivo, ancora più significativo perché compiuto in un momento doloroso. Poi, ha lasciato l'autodromo senza presentarsi ai media. La Federazione ha multato Mercedes di 5.000 euro, ma ridurre quella scelta a un'infrazione significherebbe guardare il dettaglio e perdere il quadro. Le lacrime nel retrobox, l'abbraccio di Toto Wolff e quell'assenza hanno raccontato la sconfitta molto prima di qualsiasi dichiarazione.

Il giorno seguente, sui social, George ha deciso di parlare “con il cuore in mano”. Il passaggio più rivelatore non è forse quello in cui ammette che il 2026 non doveva essere il suo anno, ma la domanda che rivolge a sé stesso: “Momenti di confusione? Spesso”. “Confusione” è una parola rara nel vocabolario pubblico dei piloti, abituati a offrire risposte certe anche quando la pista le smentisce. Russell, invece, riconosce di aver perso talvolta i propri punti di riferimento. Non ha bisogno che qualcuno interpreti al suo posto ciò che prova: è lui a chiamarlo per nome.

Per comprenderlo bisogna tornare a Melbourne, quando il 2026 sembrava aver scelto il proprio protagonista. Russell aveva vinto, la Mercedes aveva interpretato magnificamente il nuovo regolamento e il britannico sembrava finalmente nella posizione attesa da anni: una monoposto da titolo, l'esperienza per sfruttarla, una squadra che conosceva ormai come casa propria. “Questa stagione è iniziata esattamente come speravo”, ha scritto. Poi, però, la storia ha preso un'altra direzione.

Gli avversari, per lui, almeno nell'immaginario della vigilia, erano soprattutto fuori da Brackley. Verstappen, naturalmente. Poi Ferrari e McLaren, con i loro piloti. Antonelli era il talento giovanissimo da accompagnare nella crescita, rapidissimo ma ancora chiamato a dimostrare continuità. Non era irragionevole pensarlo. Eppure...

Kimi ha cominciato a vincere, poi ha continuato a farlo, fino a rendere normale ciò che normale non era affatto. Nove successi in diciannove Gran Premi, mentre Russell, pur vincendo tre gare, finiva per perdere progressivamente terreno. George ha pagato guasti pesanti, ma anche fine settimana difficili sul piano del rendimento. Nel suo messaggio lo riconosce senza cercare ripari: parla di sfortuna e “prestazioni deludenti”, della prima stagione della carriera con più giornate negative che positive. E confessa quanto sia stato faticoso rialzarsi, “settimana dopo settimana”. Non è soltanto la frustrazione di chi perde: è l'usura di chi deve ogni volta ritrovare la fiducia per riprovarci. 

Il Messico è stato una sintesi quasi spietata. Era secondo in griglia, a nove millesimi dalla pole di Hamilton. Un problema nell'erogazione dell'energia lo ha fatto precipitare indietro alla partenza; sono arrivati il contatto con Hadjar, dieci secondi di penalità e il sesto posto. Intanto Kimi saliva sul podio, chiudendo matematicamente il mondiale. Non tutto è stato colpa di George, come non tutto può essere spiegato con la sfortuna. Wolff ha riconosciuto le responsabilità della squadra e le difficoltà nel trovare la corretta finestra di funzionamento della W17, soprattutto dopo gli aggiornamenti.

Ad oggi, comunque, la classifica aggiunge una ferita al verdetto. Dietro Antonelli non c'è Russell, ma Verstappen. Poi Hamilton. George è solo quarto. Il favorito della vigilia si ritrova fuori persino dalle prime tre posizioni, mentre il compagno più giovane ha già conquistato ciò che lui insegue da tutta la carriera. E c'è qualcosa di profondamente amaro nel prepararsi per anni a un appuntamento con la storia e scoprire, quando finalmente arriva, che il destino aveva preparato un copione diverso.

Nel “Deserto dei Tartari”, Dino Buzzati racconta attraverso Giovanni Drogo il tempo trascorso aspettando la grande battaglia, quella che dovrebbe dare un senso ai sacrifici. Anche Russell ha guardato a lungo verso il proprio orizzonte, cercando l'occasione per misurarsi con i migliori. Quando l'ha avuta, ha scoperto che la sfida più difficile non era lontana, ma a pochi metri dal suo volante. Il paragone si ferma qui: George non è condannato al destino di Drogo, perché ha ancora la possibilità di scrivere il seguito.

Proviamo ora a dare uno sguardo fugace al 2027. Mercedes potrà assicurare pari opportunità, ma non cancellare ciò che il 2026 ha consegnato ai suoi piloti. Kimi partirà con la sicurezza del campione del mondo; George avrà esperienza, la fiducia di Toto e soprattutto una necessità che nessun contratto può soddisfare: ritrovare la convinzione di poter essere lui a guidare la sfida iridata. Nel suo messaggio pubblico, promette di dare tutto per recuperare le prestazioni che hanno caratterizzato gran parte della sua carriera.

Le sue congratulazioni a Kimi contano quanto il suo successivo silenzio. Nel primo gesto c'è il rispetto per il merito altrui; nel secondo, il dolore di chi ha inseguito lo stesso traguardo. Le due cose possono convivere. E le parole arrivate lunedì non cancellano quel silenzio: gli danno un significato più preciso. George ha ammesso la fatica, la confusione, la delusione, senza negare il successo del compagno.

Questo suo momento può diventare il punto da cui ripartire, smettendo di chiedersi come sarebbe dovuta andare e cominciando a decidere come ricostruirsi. D’altronde, George ha ancora tempo e talento per cambiare il finale, riuscendo a convivere con la verità più difficile del suo 2026: il primo avversario da battere non è più all'orizzonte. È proprio accanto a lui. 

 

 

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