F1 | Non solo McLaren: anche Williams colpita dal porpoising, ma ha evitato la squalifica
La squalifica delle McLaren a Las Vegas ha riacceso il tema delle altezze da terra e dell’usura del pattino, data la scarsa quantità di dati ricavati nelle libere. La squadra di Woking non è stata l'unica a soffrire i saltellamenti durante la corsa, perché anche la Williams ha patito lo stesso problema, ma è riuscita a evitare la squalifica.
La squalifica di entrambe le McLaren nel weekend del GP di Las Vegas ha riportato al centro dell’attenzione il tema delle altezze da terra e, di conseguenza, dell’usura del pattino. Un promemoria di come le squadre cerchino costantemente il limite, correndo talvolta il rischio di oltrepassarlo. Tuttavia, le due MCL39 non sono state le sole a soffrire gli effetti del porpoising lungo la Strip.
Anche la Williams ha dovuto fare i conti con gli stessi problemi di saltellamento sui rettilinei e nelle curve più veloci. A differenza della McLaren, però, la squadra di Grove è riuscita a mantenersi entro i parametri imposti dal regolamento, evitando così una squalifica che avrebbe potuto compromettere il quinto posto conquistato da Carlos Sainz.
Da un lato le squadre puntano a portare le vetture il più vicino possibile all’asfalto, per massimizzare il carico aerodinamico e ridurre la resistenza all’avanzamento, soprattutto su rettilinei lunghi come quelli di Las Vegas. Dall’altro, però, devono preservare un margine sufficiente per restare entro i parametri FIA sull’usura del pattino.
Foto di: Peter Fox / Getty Images
È un sottile gioco di equilibri che, a Las Vegas, è stato condizionato anche dalla scarsità di dati raccolti nelle prove libere. L’asfalto sporco e la bandiera rossa nelle prime due sessioni hanno ridotto al minimo la possibilità di effettuare long run, mentre la pioggia caduta prima delle FP3 ha lasciato la pista bagnata per gran parte del turno, complicando ulteriormente il lavoro delle squadre.
Sono elementi che hanno inciso su due fronti. Da un lato, come nel caso della McLaren, le squadre non avevano rilevato particolari problemi di porpoising nelle libere, immaginando che non si sarebbero ripresentati in gara. Dall’altro, i pochi giri “reali” completati in FP2 e FP3 hanno ridotto al minimo le possibilità di confrontare i dati effettivi di usura del pattino con quelli delle simulazioni.
Non esistendo un sensore capace di misurare in tempo reale l’usura dello skid, i team devono affidarsi da un lato alle stime ricavate incrociando altri dati della vettura, dall’altro alle rilevazioni effettuate al termine delle sessioni. In quel momento il pattino viene smontato e misurato con strumenti dedicati, così da ottenere il consumo reale. Questo valore viene poi confrontato con le simulazioni per affinare la stima e definire il setup in vista di qualifiche e gara.
Carlos Sainz, Williams
Foto di: Zak Mauger / LAT Images via Getty Images
“Ciò che impariamo da come estrarre performance da questa vettura e da questo ciclo tecnico è la ragione per cui stiamo migliorando nelle ultime gare. La vettura del prossimo anno non funzionerà allo stesso modo da punto di visto aerodinamico, non saremo così dipendenti dal fondo dal punto di vista aerodinamico”, ha spiegato James Vowles nel classico debrief post-gara spiegando cosa può imparare una squadra quando affronta scenari così inaspettati come quello emerso a Las Vegas.
“Ma, uno degli aspetti che è molto importante per me e per la Williams è che iniziamo ogni weekend imparando dai nostri errori, perché ciò che impariamo è la miglior testimonianza di come lavoriamo, di come usiamo le gomme, di come impostiamo la vettura”.
Come la McLaren, anche la Williams è rimasta sorpresa nel vedere un porpoising così accentuato. Il fenomeno del saltellamento, in sé, è facilmente rilevabile dai sensori, incrociando i valori di carico, le altezza da terra e i dati ottenuti degli accelerometri. Ciò che risulta più complesso, invece, è integrare il porpoising nelle stime di consumo del pattino.
Non disponendo di un sensore dedicato, quel dato può essere soltanto stimato. A quel punto entrano in gioco numerosi fattori che cambiano da vettura a vettura: la quantità di carico generato, il margine che il team ha deciso di concedersi prima della gara e il modo in cui la squadra reagisce alle condizioni incontrate. In sostanza, lo stesso fenomeno può impattare in maniera profondamente diversa.
Carlos Sainz, Williams
Foto di: Simon Galloway / LAT Images via Getty Images
La McLaren ha individuato presto il porpoising, ma soltanto nella seconda parte di gara le stime hanno segnalato il rischio concreto di superare il limite imposto dalla FIA, tanto da dover usare tecniche estreme di saving per tentare di salvare la situazione. Si può inoltre ipotizzare che la scuderia di Woking, solitamente tra le più efficaci nella gestione delle altezze da terra, abbia optato per un setup leggermente più aggressivo e morbido rispetto ai rivali per lottare per la vittoria.
Vowles ha voluto elogiare il lavoro del team durante la gara: una volta riscontrato il porpoising, la squadra ha adottato le misure necessarie per restare entro i parametri FIA, realisticamente intervenendo anche sulla pressione degli pneumatici durante la sosta. Una scelta che potrebbe contribuire a spiegare anche le maggiori difficoltà incontrate da Carlos Sainz nel secondo stint con la mescola hard rispetto alla prima parte della corsa.
“Uno degli aspetti importanti, ad esempio, come abbiamo risposto allo stesso problema che ha sofferto la McLaren [a Las Vegas], il porpoising. Siamo riusciti a rispondere a questo problema in gara, il che vuol dire che siamo stati in grado di concludere la corsa in una condizione di legalità”, ha raccontato Vowles.
“Tutto ciò che impariamo su questo fronte, tornerà utile anche per il prossimo anno e per le stagioni successive. Quindi, come comunichiamo e qual è la cultura del lavoro alla Williams. Per noi è estremamente importante il modo in cui lavoriamo. L’altro aspetto è come usiamo le simulazioni. Questo ci rende migliori come team e sono aspetti che potranno tornare utili in futuro”.
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