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F1 | L'obbligo di Riccardo Paletti

Il 13 giugno del 1982, a Montréal, va in scena l’ennesima tragedia nell’anno buio della Formula 1. Riccardo Paletti, al suo secondo Gran Premio, perde la vita a due giorni dal suo 24esimo compleanno...

Riccardo Paletti

Il 1982 è uno di quegli anni che, nel mondo della Formula 1, viene ricordato come uno dei più bui. Troppe tragedie, condensate in un lasso di tempo troppo ridotto per essere metabolizzate, o per prenderne coscienza. Ci sono dolori che, nonostante lo scorrere del tempo non affievoliscono, non smettono di farsi sentire. Soprattutto non mancano la loro presenza, sono puntuali anno dopo anno, per ricordare il motivo di tanta sofferenza.

E questo, è un altro racconto di quel 1982 che fa male. Narra di un ragazzo sventurato, al suo secondo Gran Premio in Formula 1, il 13 giugno del 1982. Il suo nome era Riccardo Paletti. Pochi mesi prima, a Misano, aveva provato per la prima volta una vettura di Formula 1, la Osella FA1B n°32 ex di Beppe Gabbiani, impiegata dalla squadra torinese nel campionato del 1981 appena terminato. 

Riccardo è un giovane ragazzo milanese. Ha un bel viso asciutto, accompagnato da un paio di grandi occhiali da vista. È figlio unico, e i suoi genitori gli dedicano tutto l’amore e le attenzioni possibili. La sua carriera da pilota inizia tardi, quando ha 19 anni, perché da piccolo non ha la passione per i motori, si dedica ad altri sport come il karate, disciplina in cui a 13 anni si laurea campione juniores, o agli sport di montagna, come lo sci alpino. Nonostante un avvio tardivo nel mondo delle corse, Riccardo impiega solamente quattro anni per passare dalla Formula Super Ford alla Formula 1. 

Dietro a quel suo aspetto da studente, celava una grande passione per la velocità e uno spiccato senso dell’agonismo. Diceva di voler correre in Formula 1 perché gli piacevano i soldi e le donne, ma in realtà il suo desiderio era quello di diventare un collaudatore prima ancora che un pilota. Tramite il papà beneficia di un consistente supporto finanziario che lo aiuta ad entrare in quel mondo assetato di denaro. All’epoca, era di moda accessoriare la propria auto con impianti audio hi-fi, e i produttori sponsorizzano squadre e piloti.

Riccardo Paletti, Osella FA1C Ford

Riccardo Paletti, Osella FA1C Ford

Foto di: Motorsport Images

Lo sponsor di Riccardo, dopo averlo sostenuto in Formula 2, lo informa di essere disinteressato a supportare ancora quella categoria perché vi erano troppi sponsor di uno stesso settore. E così, riceve un ultimatum: “Se vuoi correre in Formula 1 bene, altrimenti ci cerchiamo un altro”. “Sono stato praticamente obbligato a correre in Formula 1 il prossimo anno”, ripete, come a giustificarsi. Firma con Osella un contratto per una stagione, più un’opzione per quella seguente. “Sono in squadra con un pilota della classe e del calibro di Jarier, lo seguirò proprio come Cévert faceva con Stewart, per imparare”. 

La prova di Riccardo con la Formula 1 si svolge in tre giorni consecutivi. Prova, riprova e si ferma spesso per ascoltare i consigli tecnici e riposare. Non resta molto impressionato dai 500 cv che spingono la Osella, ma dalla progressione del propulsore nel prendere giri e, soprattutto, dalla rigidità della vettura, una wing-car che complicava maledettamente la guida.  

“Le Formula 1 sono pericolose, molto pericolose, troppo pericolose. Ci vuole un nulla per farsi molto, molto male. Sono troppo rigide e con regolamenti-beffa che non si capisce il perché siano stati fatti”. Mentre parla, il volto di Riccardo si incupisce. “Saltella da tutte le parti, è una grande fatica fisica”. Purtroppo, Riccardo, non terminerà mai un Gran Premio. Al debutto con la nuova monoposto in Sudafrica manca la qualificazione alla gara. Stessa sorte anche in Brasile e a Long Beach.  

Riccardo Paletti, Osella FA1C Ford, al Gran Premio di San Marino

Riccardo Paletti, Osella FA1C Ford, al Gran Premio di San Marino

Foto di: Motorsport Images

Arriva Imola. Qui riesce a qualificarsi, ma al settimo giro è costretto a fermarsi per la rottura di una sospensione. E poi, arriva Montréal. Ma Riccardo è demoralizzato. In quegli anni, era abitudine per i giornalisti soggiornare nello stesso albergo dei piloti. Nel clima di una Formula 1 molto più familiare ed intima, si creavano rapporti di amicizia profondi, fraterni. 

In Canada, quell’anno, la stampa italiana soggiornava al Novotel. Di quel piccolo gruppo fa parte anche Giorgio Piola, inviato per la Gazzetta dello Sport e Autosprint. La mattina del venerdì di prove, prima di andare in circuito, Giorgio si reca nella sala ristorante per fare colazione. Vede Ercole Colombo, il celebre fotografo della Formula 1, seduto accanto a Riccardo, nel pieno di una conversazione. Giorgio decide di unirsi a loro e diventa inaspettatamente ascoltatore di un discorso che, negli anni, non avrebbe mai e poi mai dimenticato. 

“Ercole, se anche questa volta non riesco a qualificarmi, smetto di provarci – confida Riccardo - la Formula 1 non è come nelle categorie minori dove mi trovavo a mio agio. Evidentemente non riesco a gestire bene la potenza di queste monoposto. Quindi, se non riesco a qualificarmi anche qui in Canada smetto, nonostante so bene che la cosa potrebbe procurare del grande dispiacere a mio padre, che mi ha sempre spinto e supportato”. 

Queste parole di Riccardo, con il senno di poi, mettono i brividi e suscitano ancora una forte emozione in chi le ha ascoltate. Un ricordo struggente, se pensiamo a cosa sarebbe accaduto pochi giorni dopo. A Montréal, Riccardo riesce a qualificarsi. Domenica 13 giugno parte dalla penultima fila dello schieramento di partenza, tiene giù il gas e infila le marce.  

La velocità sale: in piena accelerazione non vede, non intuisce che la Ferrari di Pironi, schierata in pole position, è rimasta ferma in griglia col motore ammutolito. Gli altri la scartano, qualcuno la sfiora, Riccardo non ci riesce. Percorre circa 150 metri: ha la visuale coperta dalle altre autovetture e va a impattarsi, a 180 km/h, nel retrotreno della monoposto rossa. Pironi, illeso, è il primo ad accorrere verso di lui. Il servizio di soccorso, non preparatissimo in verità, cerca di estrarlo dalle lamiere della sua Osella, deformate dall’impatto. In un attimo, il povero ragazzo viene avvolto dalle fiamme, causate dalla fuoriuscita di carburante dai serbatoi della sua vettura. 

La monoposto di Riccardo Paletti, Osella FA1C-Ford, dopo l'incidente

La monoposto di Riccardo Paletti, Osella FA1C-Ford, dopo l'incidente

Foto di: Motorsport Images

Sono momenti che durano un’eternità. Sua mamma, la signora Gina, è nei box. Lei, che per timore seguiva ogni corsa del figlio a distanza, chiusa nel motorhome, per evitare di assistere a qualsiasi imprevisto. Lei, che in preda alla disperazione, vuole raggiungere a tutti i costi suo figlio sul luogo dell’incidente. Una scena straziante, ma Riccardo non c’è più.  

Una tragica fine per un ragazzo dall’aria malinconica a volte ingiustamente dimenticato. Ma che non lo sarà mai per chi sente ancora quel dolore dal quel giorno così oscuro. Che puntualmente riemerge più forte anche in chi, come Giorgio Piola, ad ogni Montréal della Formula 1, passa davanti alla chiesa che diede l’ultimo saluto a Riccardo con un groppo alla gola.  

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