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Curiosità

F1 | Jim Clark, una tragedia tra luci e ombre

Il 7 aprile 1968, a Hockenheim, si spegne Jim Clark: un incidente mai chiarito che lascia interrogativi irrisolti e un vuoto profondo nel mondo delle corse...

Jim Clark, Team Lotus

Los Angeles, 7 aprile 1968. All’improvviso, una trasmissione radiofonica musicale si interrompe, spezzando la normalità di un pomeriggio qualunque. C’è una comunicazione urgente. La voce dello speaker cambia tono, si fa più lenta, più grave. Non è un semplice annuncio: è qualcosa che si avverte ancora prima di essere pronunciato, un peso che attraversa l’etere e arriva dritto a chi ascolta. È una tragedia. Riguarda un uomo amatissimo, un campione capace di conquistare l’America vincendo a Indianapolis e di dominare in Formula 1 con un talento naturale, quasi irripetibile. Poi, poche parole, nette, definitive, impossibili da accettare: “Jim Clark non c’è più”.

I numeri, così freddi e perfetti, raccontano solo una parte della grandezza del pilota scozzese: due titoli mondiali, 25 vittorie in Formula 1 su 43 Gran Premi, successi in Formula 2, Formula 3, Turismo, Sport e nella Coppa Tasmania, vinta tre volte. Ma Clark era molto più di questo. Era un talento naturale, puro, quasi istintivo. Un ex pastore di greggi che, insieme a Colin Chapman, aveva riscritto il modo di intendere la velocità.

Il mondiale del 1968 era iniziato come spesso accadeva per lui: vincendo. In Sudafrica aveva dominato, lasciando gli avversari a distanza. Il calendario della stagione gli concedeva una pausa prima del Gran Premio in Spagna e, Clark, aveva scelto di correre anche in Formula 2. Una presenza quasi inevitabile, perché per lui correre non era solo lavoro: era natura.

All’ Hockenheimring, quel 7 aprile, il freddo punge e la pista è traditrice: bagnata a tratti, quasi asciutta in altri, punteggiata da pozzanghere. Clark è al volante di una Lotus 48 diversa dal solito, adattata, non perfettamente sua. Parte prudente, come spesso faceva quando non era in pole. Dopo quattro giri è ottavo. Nulla di strano. La sua era sempre una rimonta silenziosa, precisa, inevitabile.

Poi, in un attimo, tutto si spezza. All’inizio del quinto giro Jim affronta una curva a sinistra, perde aderenza, riesce a riprendere la vettura. È ancora lui, ancora il controllo assoluto. Ma subito dopo, in una curva a destra ampia, veloce, considerata facile, accade l’impensabile. A oltre 200 km/h – forse molti di più – la sua Lotus perde completamente aderenza. Non una sbandata, ma qualcosa di più definitivo. Clark lotta con il volante, prova a salvarla. Non ci riesce.

La monoposto esce di pista, sfonda la recinzione e si schianta contro un albero. L’impatto è devastante, la vettura si spezza in due. In quel punto, a quella velocità, non c’è scampo. Clark riporta ferite letali alla testa. Viene portato all’ospedale di Mannheim, ma è già senza vita.

Eppure, in pista, il tempo sembra non accorgersene. Lo speaker parla di un ferito. La verità resta sospesa, trattenuta, quasi negata. La gara continua. Solo più tardi, a evento concluso, anche Graham Hill scopre ciò che è accaduto. Resta il silenzio. Un silenzio irreale, come se nessuno volesse davvero accettarlo. Subito dopo, arriva il bisogno di capire. Di trovare una causa, una logica, una spiegazione che renda accettabile l’inaccettabile. Ma ogni tentativo si perde nelle contraddizioni.

Chris Amon racconta una gara regolare, senza segnali evidenti. Derek Bell descrive quella curva come semplice, percorribile anche sul bagnato. Max Mosley ricorda invece un muro d’acqua, una visibilità quasi nulla. Le ipotesi si moltiplicano: una foratura lenta, uno pneumatico difettoso, un problema alle sospensioni, uno spegnimento improvviso del motore. Qualcuno parla perfino di un ostacolo in pista, di una manovra disperata per evitare qualcuno.

La verità è che la Lotus è distrutta, irriconoscibile. Non si può ricostruire nulla con certezza. Anche quando emerge l’ipotesi di una gomma sgonfia, accettata quasi come versione ufficiale, resta il dubbio che sia solo un modo per dare una risposta, qualsiasi risposta. 

Forse si ruppe una sospensione. Forse no. Forse Clark perse il controllo per qualcosa che non sapremo mai. Quando muore un campione così, non è solo una perdita sportiva. È uno smarrimento collettivo. È la sensazione di aver perso qualcosa che sembrava invincibile. Succederà di nuovo, anni dopo, con Ayrton Senna.

La notizia, intanto, fa il giro del mondo. Arriva ovunque. Arriva anche a Los Angeles, dove quella radio interrotta torna a parlare. Lo speaker legge la notizia, poi si ferma. Respira. E dice: “Se, come me, siete addolorati per la morte di Jim Clark, allora accendete i fari delle vostre auto.” E accade qualcosa di impossibile da dimenticare. In pieno giorno, migliaia di auto accendono i fari. Le strade si illuminano. Piccole luci, come stelle. Per salutare la più grande di tutte.

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