F1 | Paradosso Las Vegas: i piloti si lamentano, ma senza i suoi difetti la gara perde vita
Il GP di Las Vegas continua a dividere: i piloti criticano l'asfalto scivoloso, le sconnessioni e le basse temperature, che complicano la gestione gomme e riducono il grip. Eppure proprio questi difetti generano il temuto graining e l'unica variabile che può differenziare i team, senza cui la corsa rischia di appiattirsi e perdere spettacolo.
Sin dal suo ingresso in calendario, il Gran Premio di Las Vegas ha suscitato opinioni contrastanti, anche tra i piloti. È naturale che nei primi anni si registri una fase di assestamento sia nelle attività, con gli eccessi del 2023 ormai ridimensionati, sia nell’organizzazione dell’evento, ma che anche quest'anno ha generato polemiche.
Al termine del weekend statunitense, infatti, i piloti hanno voluto mettere in evidenza alcune criticità del Gran Premio, a partire da quello che resta probabilmente il punto più delicato: l’asfalto, segnato da sconnessioni e povero di aderenza. Un fondo che Fernando Alonso ha giudicato non all’altezza degli standard della Formula 1, criticando anche la collocazione nel calendario.
"Se devo essere onesto, è troppo scivoloso e non si riesce a mandare in temperatura le gomme. Non c’è grip, la pista è piena di avvallamenti ed è al limite della sicurezza. In futuro dovremo parlarne con la FIA e capire se sia accettabile continuare a correre in queste condizioni", ha dichiarato lo spagnolo. Sulla stessa linea anche Oliver Bearman, che ha sottolineato come il freddo complichi ulteriormente la situazione.
Fernando Alonso, Aston Martin Racing
Foto di: Sam Bagnall / Sutton Images via Getty Images
Non trattandosi di un tracciato permanente, ma di una strada cittadina aperta tutto l’anno al traffico, l’asfalto non è pensato per la F1. Si tratta infatti di un manto stradale comune, caratterizzato da scarso grip e da una superficie piuttosto scivolosa. A questo si sommano un layout relativamente semplice e le consuete basse temperature stagionali: condizioni che rendono particolarmente difficile portare le gomme nella giusta finestra di utilizzo.
Ma questa è, in fondo, l’anima di Las Vegas. Il GP di quest’anno ha messo in luce come proprio gli aspetti criticati dai piloti siano stati, nelle passate edizioni, gli stessi che avevano reso le gare vivaci, ricche di sorpassi e dall’esito incerto. Uno scenario ben diverso da quello vissuto quest'anno quando, salvo rare eccezioni, la corsa si è sviluppata in maniera piuttosto piatta.
Senza un asfalto così scivoloso, senza le basse temperature e senza il tanto temuto graining, il rischio è che la gara perda proprio gli elementi capaci di introdurre quella variabile che distingue i team: la gestione degli pneumatici. In fondo, tutto ruota attorno a un concetto chiave per la F1 di oggi: lo spettacolo nasce dal degrado delle coperture.
Lando Norris, McLaren
Foto di: Peter Fox / Getty Images
Negli appuntamenti in cui l’usura degli pneumatici è minima, soprattutto ora che le prestazioni tra le vetture sono così ravvicinate, diventa raro assistere a gare ricche di azione. I piloti possono infatti spingere senza preoccuparsi di un eventuale calo della gomma, e l’unica variabile rimane il divario tecnico tra i team. Ma se i margini sono ridotti, anche i sorpassi finiscono per diventare rari, anche perché tutti i team usano ali scariche.
Quando la gestione degli pneumatici diventa determinante, chi riesce a preservarne meglio le prestazioni ha maggiori possibilità di creare un gap rispetto ai rivali. È proprio questo fattore che oggi consente di assistere a sorpassi in pista. A Las Vegas, però, l’unica variabile capace di generare questa differenza è il graining: se il fenomeno viene limitato, la gara rischia di appiattirsi, come già accaduto in Azerbaijan.
Qui il graining nasce proprio da quegli aspetti che i piloti vorrebbero modificare in futuro. Con un asfalto meno scivoloso sarebbe più semplice generare grip, calore e temperatura negli pneumatici. Senza le basse temperature imposte dalla gara in notturna, inoltre, il calore si manterrebbe meglio anche nei rettilinei, rendendo le gomme meno vulnerabili alla formazione del graining.
Andrea Kimi Antonelli, Mercedes
Foto di: Zak Mauger / LAT Images via Getty Images
Quest’anno Pirelli ha incrementato la resistenza meccanica degli pneumatici, riducendo sensibilmente il graining, tanto che si è passati da due a un solo pit stop. Certo, il problema non è scomparso del tutto, ma si è manifestato in forma molto più contenuta: un aspetto che rende più difficile creare quelle differenze prestazionali capaci di aprire la strada ai sorpassi.
Lo si è visto anche con Andrea Kimi Antonelli: una volta ripulito il graining comparso a metà gara, è riuscito a portare lo stesso treno di gomme fino alla bandiera a scacchi, difendendosi dai rivali nonostante avesse percorso quasi 50 giri su quelle hard. Questo perché le caratteristiche del tracciato, con poche curve che generano tanto stress sugli pneumatici, portano a un degrado volumetrico e termico estremamente ridotto.
Non a caso, qui il pit stop non nasce per l’usura della gomma, ma perché il graining riduce sensibilmente l’aderenza. In quel momento diventa più conveniente montare un set nuovo piuttosto che attendere che la copertura si ripulisca e torni a funzionare. Il punto è che non è nemmeno possibile portare gomme più morbide proprio per timore del graining.
Senza tutti gli elementi citati in precedenza, la gestione degli pneumatici risulterebbe più agevole e lineare. Certo, nel 2026 lo scenario potrebbe “azzerarsi”, con l’arrivo di monoposto completamente nuove e l’introduzione dell’override mode, capace di generare artificialmente differenze prestazionali tra le vetture, ma resta comunque un tema da valutare in prospettiva futura.
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