Analisi

Formula 1

Hamilton: l'arrivo alla Mercedes valutato come un suicidio

La stampa britannica nel 2012 aveva bollato il trasferimento di Lewis alla Stella. Il pilota inglese era stato accusato di aver fatto una scelta commerciale puntando a un contratto che valeva 100 milioni di sterline. Nessuno credeva che potesse iniziare un ciclo di successi impressionante al quale ha contribuito in prima persona. In realtà è una grande dote vedere laddove gli altri non guardano, meritandosi l'abitacolo della monoposto vincente come faceva Fangio.

Roberto Chinchero

Roberto Chinchero

Pubblicato: 19 nov 2020, 16:10

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Lewis Hamilton, Mercedes AMG F1

Chi vuole sminuire i trionfi di Lewis Hamilton mette sul piatto la solita considerazione: “Con la Mercedes sono capaci tutti”. Era il 28 settembre 2012 quando fu annunciato ufficialmente il contratto triennale che sanciva l’ingresso di Hamilton nella squadra con la quale otto anni dopo sarebbe arrivato al vertice della storia della Formula 1 per numero di vittorie.

Quel giorno, soprattutto per i media inglesi, fu impossibile accettare una conseguenza della decisione presa da Lewis, ovvero lasciare la McLaren.

“Il suicidio di una carriera”, “100 milioni di sterline per Hamilton”, “Scelta commerciale”, “Hamilton passa dal team numero 1 al numero 4”. Così fu commentata la decisione di Lewis, che a quattro anni dal suo primo (e in quel momento unico) titolo Mondiale, sembrava aver imboccato una via gratificante sul fronte economico, ma senza alcuna prospettiva sportiva per tornare ad essere ciò che era stato, ovvero un campione del Mondo.

“Dalla Mercedes ha ottenuto più libertà nella gestione della sua immagine e delle sue iniziative personali – commentava una prestigiosa firma britannica – in McLaren non gli era possibile. Per il resto è difficile pensare ad altro, visto che nelle ultime tre stagioni la Mercedes ha vinto una gara rispetto alle 16 della McLaren”.

E ancora: “Hamilton non sa molto della storia delle corse e, quindi, non può imparare dagli errori commessi da altri piloti. Forse la Mercedes ce la farà e Hamilton tra qualche anno ci sembrerà intelligente, ma temo che quella fatta da Lewis sarà una mossa simile a quella di James Hunt quando andò alla Wolf, a quella di Emerson Fittipaldi quando passò alla sua squadra, a quella di Jacques Villeneuve quando sposò la BAR o allo sfortunato passaggio di Niki Lauda alla Brabham”.

Queste erano anche le valutazioni di molti degli addetti ai lavori nel paddock: Hamilton era andato a soldi e, probabilmente, pensava già alla sua vita post-Formula 1, a gettare le basi per altre attività, cosa che in McLaren (con Ron Dennis) non poteva fare come avrebbe voluto.

Nessun accenno ad una visione tecnica e sportiva, alla possibilità che dietro la scelta di Lewis ci fosse un tornaconto economico ma non solo quello.

La capacità di guardare oltre è d’altronde una delle doti che distinguono gli ottimi piloti dai campionissimi. La storia insegna che Juan Manuel Fangio è sempre stato micidiale sia in pista che fuori, sapendo individuare in anticipo quale sarebbe stata la miglior vettura per la stagione successiva. Cambiò cinque squadre e vinse altrettanti Mondiali, un maestro in quello che oggi si chiama ‘timing’ ma che all’epoca era indicato come fiuto.

Non deve essere stato facile per Hamilton nel 2012 provare ad immaginare anche solo una minima parte di ciò che sarebbe stata in grado di fare la Mercedes, e oggi (sempre per chi ama sminuire l’operato di Lewis) è facile definire la scelta come ‘fortunata’.

Accadde lo stesso con Fangio, additato dagli avversari come un argentino che andava forte, ma anche con una gran dose di fortuna che gli ha permesso di essere sulla vettura giusta al momento giusto.

Coincidenze? Vedere laddove gli altri non vedono non è detto che sia questione di buona sorte, anche se nel caso di Lewis ha potuto contare su un Cicerone d’eccezione, ovvero quel Niki Lauda che, parlando la sua stessa lingua, seppe toccare le corde giuste.

“La storia racconta che non si lascia una squadra vincente in F1 – concluse nel 2012 un giornalista britannico al termine di un lungo commento sulla scelta di Hamilton - a meno che non sia per andare in un altro team che ha dimostrato di saper vincere…”.

Una considerazione che in quel momento suonava ironica, ma di ironia nel percorso di Lewis ce n’è stata poca. Semplicemente, la storia gli ha dato ragione.

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