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F1 | Esclusivo - Bortoleto, il tempo è dalla sua parte: “Kimi e Hadjar sul podio? Vediamo tra 20 anni...”
Gabriel racconta a Motorsport.com il suo presente e il futuro che immagina con Audi. Antonelli e Hadjar oggi sono più vicini alla vittoria, ma il brasiliano non ha fretta: crede nel progetto di Hinwil e si prepara al momento in cui avrà una monoposto vincente. I consigli di Binotto e Verstappen, il sogno della F1 e i sacrifici della famiglia completano il ritratto di un ragazzo che non ha mai avuto un piano B.

Roberto Chinchero
Modificato: 14 ott 2026, 10:31
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Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team
Foto di: Alex Bierens de Haan / LAT Images via Getty Images
Gabriel Bortoleto li guarda salire sul podio. Kimi Antonelli e Isack Hadjar sono ragazzi della sua generazione, piloti con i quali ha condiviso buona parte del percorso che porta alla Formula 1. Li conosce bene, ha corso contro di loro e sa di averli battuti. Oggi, però, le rispettive carriere stanno attraversando momenti differenti. Antonelli e Hadjar hanno già assaporato lo champagne della Formula 1, mentre Bortoleto è impegnato in una sfida diversa, quella di contribuire alla crescita di un progetto che guarda lontano.
La situazione potrebbe generare impazienza. Gabriel, invece, sembra aver trovato un modo molto lucido per conviverci. “Vedo Hadjar, ma anche Kimi. Sono i due della mia generazione che stanno conquistando dei podi. Ho corso tutta la mia vita con loro. La verità è che nelle categorie minori sono andato bene anche nel confronto con loro e conosco le mie capacità. Ma devo avere pazienza. Ognuno ha la sua strada. Vediamo tra vent’anni come finiremo”.
È probabilmente questa frase a raccontare meglio il Bortoleto di oggi. A 22 anni ha già realizzato il sogno che lo accompagnava da bambino, arrivare in Formula 1, ma ha anche scoperto l’altra faccia della medaglia. Dopo anni trascorsi a vincere, lottando per campionati e successi, oggi deve misurare i progressi con un metro differente.
“Sono molto contento di essere in Formula 1, è il primo passo di un sogno che ho sempre avuto. Allo stesso tempo, sono sincero, è anche difficile quando arrivi dalle categorie minori dove hai vinto e poi arrivi in Formula 1 sapendo di non poter lottare per le prime posizioni. Sono quasi due anni ormai. Oggi l’obiettivo è conquistare dei punti e non è facile”.
Il punto, però, è ciò che Bortoleto vede davanti a sé. Non considera Audi una tappa intermedia in attesa di una chiamata migliore. Non parla come un pilota che spera di mettersi in mostra per convincere uno dei top team. La sua scommessa è un'altra: essere ancora lì quando sarà Audi a diventare un top team.
“Quello che mi motiva e mi spinge ad andare avanti è il progetto di cui faccio parte. Non sono in una squadra che ha come ambizione quella di restare dove siamo oggi. Sono in una squadra che ogni anno sta migliorando e che ha davanti un progetto chiaro a lungo termine. Spero che un giorno guarderò indietro e vedrò che il percorso fatto è servito per arrivare in alto”.
È una convinzione che emerge più volte durante la conversazione. Anche quando gli viene fatto notare che, per età e prospettive, rappresenta uno dei punti fermi del programma Audi, Bortoleto non parla di pressione.
“Orgoglio sì, pressione no. I momenti difficili ci saranno, ci saranno i momenti in cui non vinci e io devo continuare a lavorare sulla mia testa, su me stesso e a svilupparmi come pilota. Perché il giorno in cui Audi mi darà l’opportunità di vincere, con una macchina vincente e un motore vincente – e succederà, non penso che ci vorrà tantissimo tempo – dovrò essere pronto a far vedere che sono capace”.
Colpisce quel “succederà”. Non “se”, ma “quando”. Bortoleto sembra aver accettato che il suo percorso richieda una moneta che un pilota giovane normalmente fatica a spendere: il tempo.
Anche perché sa perfettamente che le gerarchie possono cambiare. “Adesso Hadjar e Kimi sono sicuramente più vicini all’obiettivo finale, che è vincere un Mondiale, ma può essere che in un anno cambi tutto. Non si sa mai. Io devo continuare a fare del mio meglio”.
Binotto, molto più di un capo
Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team, Mattia Binotto, Audi F1 Team
Foto di: Guido De Bortoli / LAT Images via Getty Images
C’è una persona con la quale Gabriel parla spesso proprio di questa situazione: Mattia Binotto. Il responsabile del progetto Audi ha vissuto dall’interno gli anni della Ferrari vincente, ha attraversato cicli molto differenti e oggi si trova a costruire qualcosa partendo da fondamenta completamente nuove. Bortoleto lo cerca anche per questo.
“Parlo molto con Mattia. Gli chiedo spesso aiuto su questa situazione perché so che ha molta esperienza e capisce quello che sto passando adesso. È già stato in un team vincente e adesso è in un team che vuole vincere. Mi aiuta molto”.
Il loro rapporto, però, sembra essere andato oltre quello tradizionale tra un pilota e il vertice della propria squadra.
“È un mentore, è un amico, è un capo, ma è anche una figura molto diversa da quello che immaginavo. Perché alla fine, quando hai un capo, normalmente il rapporto è un po’ formale. Lui invece è una persona diversa. Non lo vedo soltanto come un capo, ma anche come una persona da cui posso andare per chiedere consigli sulla mia vita personale. È molto bello questo aspetto”.
C’è poi un altro consigliere, decisamente particolare. Si chiama Max Verstappen.
Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team, Max Verstappen, Red Bull Racing
Foto di: Jayce Illman / Getty Images
I due sono amici, condividono la passione per il sim racing e Bortoleto non nasconde che quel rapporto gli consente di raccogliere consigli preziosi. Non necessariamente su come affrontare una curva o preparare una qualifica. Gabriel vuole capire soprattutto come nasce una squadra vincente.
“Parlo spesso con Max. Ovviamente i dettagli rimangono tra me e lui, ma tante volte parliamo di come mi sento, di come sto crescendo, di quello che voglio dall’Audi e di come ci stiamo sviluppando come squadra. Gli faccio domande sulla situazione che ha vissuto in Red Bull prima di vincere il Mondiale: come erano le cose, come funzionava la squadra”. Sono domande che a volte arrivano nel modo più informale possibile, durante una sessione davanti a un videogioco. “Sono cose che mi vengono in mente magari mentre stiamo giocando e allora gliele chiedo”.
Binotto e Verstappen rappresentano due prospettive differenti sulla stessa questione. Il primo conosce cosa significhi costruire una struttura chiamata a vincere, il secondo ha vissuto personalmente l'attesa che ha preceduto il primo titolo mondiale. Bortoleto ascolta entrambi
perché oggi la sua sfida non è soltanto andare forte: è prepararsi al momento in cui avrà gli strumenti per vincere.
Il ragazzo che non voleva un piano B
Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team
Foto di: Andy Hone/ LAT Images via Getty Images
La pazienza che mostra oggi è curiosa se confrontata con il Gabriel delle categorie minori. Allora non voleva sentir parlare di alternative. Letteralmente.
“Mai”, risponde quando gli viene chiesto se abbia avuto un piano B. “Tante persone mi dicevano che era sbagliato pensare così, e può essere che lo fosse, perché ci sono tante belle categorie nel motorsport che offrono la possibilità di diventare professionista e correre ad alti livelli. Ma volevo arrivare in Formula 1 perché era la categoria che sognavo da bambino”.
Con il passare degli anni, chi gli stava intorno provava a riportarlo alla realtà. I sedili disponibili erano pochi, il ricambio limitato e molti piloti capaci restavano fuori.
“Mi dicevano: «Anche se vinci la Formula 3 e anche se stai vincendo la Formula 2, se poi non succede, cosa farai?» E io rispondevo: «Questa cosa non mi entra in testa. Non dirmelo neanche». Mi incazzavo e me ne andavo”.
La risposta arrivò in pista. Bortoleto vinse da rookie la Formula 3 e l'anno successivo si presentò in Formula 2. Uno dei momenti che ricorda con maggiore intensità è Monza 2024.
In qualifica finì nella ghiaia alla prima Lesmo. Era in piena lotta per il campionato, Isack Hadjar sarebbe partito davanti e Gabriel dall'ultima posizione. Per qualche minuto pensò di aver compromesso tutto. “Mi sono detto: parto ultimo, lui parte terzo, anche se faccio la gara della mia vita in che posizione posso finire? Abbiamo tutte macchine uguali, non è che una sia molto più forte dell’altra. Anche gli ingegneri dicevano che non sarebbe stato facile sorpassare”. Vinse.
“Con tutto quello che è successo in gara, vincere è stata per me un’emozione incredibile. Una cosa davvero speciale”. Era anche un messaggio al paddock. Bortoleto non aveva ancora un contratto per correre in Formula 1 e sapeva che ogni occasione poteva essere decisiva. “Dovevo far vedere di meritare un’opportunità”.
La telefonata che vale vent'anni
Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team
Foto di: Sam Bloxham / LAT Images via Getty Images
Quando quella chiamata è finalmente arrivata, Bortoleto non aveva inizialmente compreso fino in fondo cosa stesse accadendo. Le trattative con Audi erano iniziate da tempo, ma non era chiaro se il progetto riguardasse il 2025 oppure il 2026. Poi il suo manager lo chiamò comunicandogli la data dell'annuncio.
“Io gli ho detto: «Che annuncio? Per il 2026?» E lui: «No, per il 2025!» Io gli ho risposto: «Ma cosa dici, per il 2025?» E lui: «Correrai nel 2025 come titolare»”. Bortoleto era nella sua casa di Milano. La fidanzata era con lui. Chiamò immediatamente la famiglia in Brasile.
“Ho fatto una video chiamata con mio papà, mia mamma e mio fratello e ho detto: «Devo dirvi una cosa, fermate tutto!» Ricordo bene che mia mamma piangeva, mio fratello era emozionatissimo e mio padre non sapeva cosa dire”.
È forse il momento in cui, durante l'intervista, il pilota lascia maggiormente spazio al ragazzo. Perché dietro quel sedile c'erano anni di kart, trasferte e sacrifici che Bortoleto aveva vissuto da una prospettiva diversa rispetto ai genitori.
“È impossibile spiegare cosa significhi, ma è il traguardo di un lavoro portato avanti per vent’anni. So quanti giorni mio padre non è stato a casa, quante gare non è potuto venire a vedere quando ero piccolo perché doveva lavorare”.
La famiglia Bortoleto non proveniva dal motorsport. Il padre lavorava nel settore web e telecomunicazioni; soltanto successivamente è entrato nel mondo delle corse brasiliane, dove oggi gestisce la serie Stock Car.
“Ci sono stati tanti sacrifici da parte loro, anche vivere lontano da me per portare avanti il lavoro. E quel giorno, quando abbiamo fatto quella video chiamata, credo che quello che mi è passato per la testa sia stato: è un grande traguardo per me, ma per mio papà e mia mamma lo è ancora di più. Tutti i sacrifici fatti sono serviti”.
Forse è anche da qui che nasce un rapporto con il denaro piuttosto distante da quello che spesso si associa al mondo della Formula 1. Quando gli viene chiesto se tra i piloti esista anche una competizione sugli stipendi, Bortoleto sorride all'idea.
“Non mi interessa quanto guadagnano gli altri. Mi interessa avere una macchina vincente e un bel progetto davanti a me. Poi i soldi sono una conseguenza. Se sei un grande campione, i soldi non ti mancheranno mai. Se vinci delle gare, l'ultima preoccupazione che devi avere sono i soldi che ti entrano”.
Poi aggiunge una considerazione che racconta qualcosa di lui: “Semmai il problema è dove spenderli o chi aiutare. Se fai tutti questi soldi e non aiuti quelli che sono intorno a te, non li meriti”.
Una testa che non si spegne
Gabriel Bortoleto, Audi F1 Team
Foto di: Andy Hone/ LAT Images via Getty Images
Bortoleto ammette di avere un problema comune a molti piloti: fatica a smettere di pensare alle corse. Il suo interruttore sono i videogame, anche quando ciò che compare sul monitor continua ad avere quattro ruote.
“La mia mente è sempre sulle corse. Ho bisogno di qualcosa che mi faccia staccare da quello che faccio per il resto della giornata. A volte il tema è sempre il motorsport, ma vissuto in modo diverso. Lì sto ridendo, mi sto divertendo, non è un lavoro. Non devo cercare la perfezione”. Perché la perfezione, secondo Gabriel, in realtà non esiste. Almeno non quando al volante c'è un essere umano.
“Il giro perfetto no, credo che non esista, perché perfezione vorrebbe dire poter dire: «Non avevo niente in più». Però può esistere un giro molto vicino alla perfezione. La perfezione non è umana. La perfezione, per me, sono le simulazioni al computer”.
È forse un'altra chiave per comprendere il suo approccio. Bortoleto sembra meno interessato all'idea di essere già arrivato, il suo obiettivo è continuare a migliorare. “Studio, cerco di capire. Alla fine, tra venti o trent'anni, quando guarderò indietro alla mia carriera, non voglio pensare di non aver fatto tutto ciò che potevo fare”.
Vent'anni tornano ancora. Prima per capire dove saranno lui, Antonelli e Hadjar; poi per giudicare ciò che avrà fatto della propria carriera. Per adesso Bortoleto accetta una Formula 1 nella quale altri ragazzi della sua generazione salgono sul podio mentre lui contribuisce a costruire qualcosa che ancora non è pronto per vincere. Non sembra viverla come una rinuncia. Piuttosto come un investimento.
Prima di salutarlo resta un'ultima domanda. Tra cinque anni dove sarà Gabriel Bortoleto? La risposta arriva immediata. “Speriamo che stia vincendo dei titoli mondiali, ovviamente con Audi”.
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