F1 | Ceccarelli: "Perché la differenza di velocità può mettere paura ai piloti"
L'incidente di Oliver Bearman in Giappone apre una discussione sulla sicurezza quando una vettura è molto lenta perché in ricarica e l'altra giunge alla velocità massima: ai piloti non piaccione le situazioni in cui non hanno il controllo. La FIA deve intervenire...
L'incidente di Oliver Bearman, Haas F1 TGR
Il 9 aprile i team principal della F1 discuteranno con la FIA e il promotore del campionato quali cambiamenti alle regole saranno necessari dopo i primi tre GP disputati. L’incidente in Giappone che ha coinvolto Oliver Bearman con la Haas ha destato grande impressione, visto che l’inglese si è schiantato ad alta velocità quando si è trovato Franco Colapinto con l’Alpine lentissimo, mentre era in fase di recupero di energia.
Chiediamo a Riccardo Ceccarelli, mental coach di Formula Medicine, qual è l’effetto che gli ha fatto quel crash dovuto alla grande differenza di velocità?
“Ho letto un'intervista di Carlos Sainz. Lo spagnolo sosteneva che era un allarme che lui aveva lanciato in tempi non sospetti, ma che anche a me era passato inosservato fra le tante cose che i piloti hanno detto sui nuovi regolamenti. A parte la questione legata alle partenze, non avevo sentito allarmi lanciati sulla sicurezza”.
“La sensazione era che i piloti si lamentassero di non poter guidare al limite esaltando le staccate a causa della ricarica della batteria. Le dichiarazioni di Sainz cambiano la prospettiva dopo il crash di Bearman. Effettivamente il rischio c’è e va corretto: in gara ci può essere una fase con del traffico e se nella confusione c’è una vettura che procede troppo piano per la ricarica dell’energia può non essere vista dalla seconda macchina di un trenino, se la prima si sposta di colpo: il pericolo di un brutto incidente è altissimo”.
“Il campanello d’allarme è suonato e non può essere disatteso: oggi i piloti sono molto attenti alla sicurezza, perché se è vero che correre in F1 comporta sempre un rischio, è altrettanto vero che non sono disposti a prendersi dei rischi inutili. Le misure di sicurezza delle macchine e dei circuiti sono molto elevate e l’attenzione della FIA e dei piloti è sempre stata all’erta. Il tema della ricarica dell’elettrico non è stato discusso abbastanza e bisognerà fare qualcosa per evitare che in pista ci siano differenze esagerate di velocità e un pilota sia costretto a scartare di lato per evitare una vettura che procede troppo lentamente”.
Il dubbio è che Bearman non sapesse dove andare per evitare l’Alpine di Colapinto...
"Ricordiamoci che questo è un problema che si verifica quando piove. Ricordiamo il grave incidente di Pironi a Hockenheim nel 1982 quando si era schiantato contro la monoposto di Alain Prost perché non l’aveva vista nella nuvola d’acqua. Credo che questa sia una situazione che più fa paura ai piloti: trovarsi improvvisamente un ostacolo di fronte e non poter fare niente. Non c’è la paura di correre sul bagnato, quanto il timore di controllare la vettura se improvvisamente si trova un mezzo lento davanti e non c’è il tempo per scorgerlo. Questa è una situazione sulla quale loro non hanno il controllo ed è uno degli aspetti che psicologicamente più li può colpire, perché non possono contare sulle loro abilità”.
Oliver Bearman, Haas F1 Team car after his crash
Foto di: Kym Illman / Getty Images
L’argomento è interessante e di attualità, ma un pilota come Bearman quando tornerà in macchina si terrà un piccolo margine prima di azzardare un sorpasso?
“Nel momento in cui abbassi la visiera non ci puoi minimamente pensare perché sennò sei tagliato fuori, ma questo è il tema fondamentale. Il pilota è consapevole che può avere un incidente ad alta velocità, ma un conto è che commettono un errore e vanno fuori strada e un altro è quando si trovano un ostacolo improvviso. L’errore si cancella, mentre una traccia può restare se il crash lo subisci senza poter fare niente. Un pilota non ripone mai la fiducia negli altri, perché sa che le sue risorse sono migliori. Un conduttore di oggi non accetterebbe mai di attraversare un incrocio senza guardare se viene qualcuno dall’altra parte. Non è un incosciente anche se è una persona che sfida la velocità, perché vuole tutto sotto il suo controllo”.
Trovarsi all’improvviso una macchina lenta per la ricarica della batteria è una condizione che può togliere fiducia?
“Penso di sì, se Oliver dovesse ritrovarsi in una situazione simile a quella di Suzuka potrebbe trovarsi in uno stato d’allarme e, quindi, potrebbe alzare leggermente il piede per non ripetere l’incidente. Rivivere quella situazione porta a un certo grado di precauzione, anche se la tendenza è di cancellare ogni ricordo quando infilano il casco. È giusto che Sainz si faccia portavoce dei piloti: al di là del suo ruolo nella GPDA, lo spagnolo vuole evitare che si corra da incoscienti”.
“È un ragazzo molto intelligente e razionale e saprà dare validi consigli. Da medico mi viene da dire che sia meglio curare i sintomi prima della malattia conclamata. Carlos, quindi, invoca dei cambi delle regole che vanno ponderati”.
Ma la FIA deve ascoltare il parere dei piloti? Nella storia non hanno mai avuto un ruolo...
“Sarebbe un grave errore se la Fia e i team principal discutessero il cambiamento delle norme senza ascoltare i consigli dei piloti. Ovviamente bisogna sempre filtrare quello che dicono per evitare che tirino l’acqua al loro mulino. Ma questi sono tutti ragazzi intelligenti e non c’è più il folle di una volta, il genio e sregolatezza che era disposto a correre rischi assurdi”.
“In questi giorni sto lavorando alla riabilitazione di un pilota che corre in moto nel Tourist Trophy all'Isola di Man. Mentre pedalava sulla cyclette ho avuto modo di vedere un video ripreso dalla sua telecamera: mi ha raccontato con calma e lucidità come si gareggia a oltre 200 di media passando fra case e muretti. Conosceva ogni angolo pericoloso ed era consapevole dei rischi che correva nella piena consapevolezza. Fai un errore e c'è la possibilità che non lo racconti più. Il coraggio è un elemento della prestazione, ma ti prepari scrupolosamente per ridurre al minimo il rischio nella consapevolezza che potrebbe essere l'ultima gara della tua vita”.
Jackie Stewart
Foto di: Marco Bertorello / AFP via Getty Images
Questa concezione del rischio è parte anche dei piloti di F1 di oggi?
“Quando parli con Emerson Fittipaldi e Jackie Stewart raccontano che uno o due colleghi a stagione non arrivavano alla fine del campionato. Sapevano che quando andavano via da casa potevano anche non tornare più. Oggi succede ancora ai piloti del TT, mentre quelli di F1 questa sensazione per fortuna non la vivono più. Un conto è avere il coraggio per tentare un sorpasso all'esterno a 200 all'ora: l'istinto di sopravvivenza ti porterebbe ad alzare il piede, ma i ragazzi sanno che le macchine e i circuiti sono sicuri per cui non c’è più la percezione di farsi davvero male. Ed è meglio così...”.
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