F1 | Ceccarelli: "Per migliorare la preparazione mentale serve un ecosistema"
Il titolare di Formula Medicine rivela che il nuovo approccio del suo team alla stagione 2026 nasce dall'esperienza con un fuoriclasse come Sinner che intorno a sé ha uno staff unito e collaudato. Per supportare un pilota nella crescita mentale serve la collaborazione di preparatore atletico, manager e ingegnere di pista. Scopriamo perché...
Carlos Sainz, Williams
Foto di: Peter Fox
Il 2025 va in archivio, ma il nuovo anno è già alle porte. Abbiamo vissuto una stagione molto combattuta e ci apprestiamo a un 2026 che entra in una nuova era della F1 con una rivoluzione tecnica sulle macchinee una riscrittura dei regolamenti. Insomma, niente sarà come prima. A Riccardo Ceccarelli, titolare di Formula Medicine, chiediamo quali saranno i cambiamenti che intende adottare nel Circus come apprezzato mental coach o se, invece, procederà nella stabilità dei programmi già avviati?
“Quando si parla di Formula 1 bisogna stare attenti perché la stabilità può essere un'arma a doppio taglio. È importante nella gestione di un team, ma non può esistere a livello tecnico. Bisogna cercare sempre delle evoluzioni tecniche e, bene o male, noi abbiamo mutuato questo approccio in Formula Medicine”.
“Lavoro in F1 da 36 anni e con il mio staff abbiamo imparato quanto sia importante avere una stabilità nell'equipe, cercando sempre un'evoluzione tecnica. Guardiamo al futuro, ad evolverci. C'è un aspetto importante che emerge dalle tante esperienze che stiamo vivendo: anche noi impariamo dai più disparati settori nei quali siamo impegnati. Abbiamo notato che l'allenamento mentale funziona meglio quando non si è isolati”.
I piloti di F1 hanno intensificato il lavoro di preparazione mentale che è ancora agli albori
Foto di: Sam Bloxham / LAT Images via Getty Images
Cosa intendi?
“L’essere soli è un po' il limite dell'allenamento mentale. Spesso e volentieri, mental coach, psicologi, proprio perché lavorano sul cervello, questa parte strana del corpo che non vediamo, scoprono quanto sia culturalmente difficile agire su un aspetto che sembra astratto. La tendenza, quindi, è di lavorare in una maniera distaccata, senza far parte di un'equipe. A volte interviene il pudore di essere studiai e la voglia dell’atleta di mantenere una certa privacy”.
“Abbiamo visto che questo è un grosso limite, perché il training mentale funziona quando si entra a far parte di quello che io chiamo un ecosistema. Mi spiego meglio: tutto conosciamo cos’è la preparazione atletica, perché tutti siamo andati in palestra e sappiamo cos'è un quadricipite o una resistenza aerobica. Non deve stupire, quindi, se il preparatore atletico parla molto con l'allenatore per migliorare le prestazioni dell’atleta. Vale per il calcio o il tennis, ma in generale nello sport: si crea un ecosistema”.
Non c’è niente di strano, mi sembra...
“Anche in Formula 1 il preparatore atletico del pilota parla con il manager o l’ingegnere di pista. Tutti sono informati sulla forma del pilota o se deve allenare di più i muscoli del collo o delle braccia in funzione delle caratteristiche dei circuiti”.
“Queste sono cose che conosco molto bene, perché essendo stato un medico sportivo che è in F1 dal 1989, mi considero una sorta di precursore, visto che la preparazione fisica quando ho iniziato era una cosa lasciata a sé stessa. Pochi piloti si preparavano in modo accurato. Per alcuni allenarsi voleva dire andare a giocare a calcetto con gli amici, fare una partita a tennis. Insomma, allenarsi voleva dire fare del movimento”.
“Non c'era una cultura dell'allenamento specifica che si è formata nel tempo e oggi è molto avanzata, tant’è che ogni pilota è un vero atleta. Per quello che riguarda la parte mentale siamo ancora al... 1989. Sono pochi i conduttori che si allenano mentalmente. E la sfida per il 2026 è creare un... ecosistema”.
Cosa vuol dire applicato alla Formula 1?
“È semplice: non basta lavorare sul pilota, ma bisogna coinvolgere nel progetto il manager, il preparatore atletico e l’ingegnere di pista: dovrebbero venire da noi per vedere come operiamo sul mentale, per spiegare loro qual è l'obiettivo che cerchiamo con il pilota”.
“L’ecosistema è importante perché si potrebbe condividere un linguaggio comune, semplice, grazie al quale potremmo raccogliere dei feedback da un efficace lavoro di squadra, condiviso con il gruppo a vantaggio del pilota”.
L’evoluzione del pensiero sull'attività mentale da che cosa è nata?
“È nata dalla constatazione del lavoro svolto con Sinner. Non c’è solo Jannik, ma un team che è entrato nella consapevolezza dell'allenamento mentale e noi possiamo raccogliere ottimi feedback: arrivano da Simone Vagnozzi, suo tennis coach, ma anche dall'australiano Darren Cahill e dal preparatore atletico, Umberto Ferrara, o dal manager Alex Victor. Tutti parliamo lo stesso linguaggio e quindi c'è una grande sinergia che produce risultati”.
Quindi è stato il fuoriclasse del tennis ad aprire una porta sul futuro...
“Esatto. Ma può sembrare una banalità: dove c'è un gruppo di lavoro che si rispetta, dove i ruoli sono ben definiti e dove tutti parlano lo stesso linguaggio si possono sviluppare le tre componenti che fanno la prestazione: tecnica, fisica e mentale. Stiamo cercando di portare questa esperienza in Formula 1, dove è un po' più difficile raggiungere gli stessi risultati perché c'è sempre di mezzo la macchina che può alterare le percezioni dell'ecosistema sulla prestazione del pilota”.
“Nell’automobilismo la sfida è più difficile proprio perché c'è la componente tecnica della macchina. Per questo è importante portare... a bordo anche un tecnico, l’ingegnere di pista, perché è la figura che forse potrebbe dare buoni feedback, sapendo discriminare tra la parte tecnica e il pilota. E anche il manager e il preparatore atletico devono sapere che c'è una componente mentale da seguire e da esaminare. Così si può creare una cultura”.
Non sarà facile allargare l’attività mentale a chi segue il pilota...
“Ci vorrà un po’ di tempo per creare una cultura. Ci stiamo provando anche con una grande squadra di calcio di seria A. Non è facile creare l’ecosistema perché l’aspetto mentale spesso resta fuori da questo cerchio”.
Oliver Bearman, Haas F1 Team
Foto di: Sam Bagnall / Sutton Images via Getty Images
In F1 si lavora su un pilota non su una squadra con titolari e riserve...
“Vero, ma accade che ci siano squadre che ci mandano i loro piloti nella consapevolezza che ci siano delle doti mentali da estrarre dal driver. In due o tre giorni dovremmo risolvere i problemi, ma non siamo ortopedici che fanno un intervento e mettiamo a posto l’osso”.
Però siamo arrivati alla consapevolezza del team che il proprio pilota sarebbe in grado, attraverso il talento che ha mostrato di avere, di dare risultati migliori se trovasse la chiave per innescare un meccanismo mentale positivo...
“Esatto, magari il team ha visto le cose giuste, che poi noi confermiamo con i nostri test, ma è proprio il pilota a non esserne consapevole. Dobbiamo eliminare il tabù della debolezza mentale, per lavorare sulla possibilità di costruire una performance. È giusto che il team sia partecipe, ma non è un percorso di due giorni con il pilota in... appalto, ma è un lavoro nel quale tutti sono coinvolti, creando una complicità nella quale la preparazione tecnica, atletica e mentale si integrano alla ricerca di prestazioni migliori e più costanti”.
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