F1 | Ceccarelli: "La tragedia del Ring nel GT non avrà strascichi per Verstappen"
Il mental coach di Formula Medicine spiega perché il campione olandese potrà superare l'aver vissuto in circuito la scomparsa del pilota gentleman di 66 anni. Nei piloti scatta un meccanismo di protezione: non c'è incoscienza, ma consapevolezza del rischio.
#3 Mercedes-AMG Team Verstappen Racing, Mercedes AMG GT3 EVO: Max Verstappen
Foto di: Red Bull Content Pool
Max Verstappen è tornato al Nürburgring per il gusto di correre e l’olandese ha vissuto un weekend tragico caratterizzato dalla morte di Juha Miettinen. In F1 l’idea che ci possa ancora essere una tragedia nemmeno sfiora i piloti, vista l’alta soglia di sicurezza raggiunta dalle monoposto. E allora cosa può aver provato il quattro volte campione del mondo nello scoprire che, come risvolto della medaglia del piacere di gareggiare, ci può essere ancora la morte? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Ceccarelli, mental coach e titolare di Formula Medicine...
“Questo è un tema delicato, ma al tempo stesso molto interessante, che deve far riflettere. Finché non succedono questi episodi, noi vediamo il motorsport come un mondo che rappresenta la nostra passione ed è affascinante, un mondo che ci attrae come una calamita. Quando poi succedono le tragedie effettivamente ti rendi conto dei rischi e rifletti".
"Ricordo quando nel 1995 Ivan Capelli correva in SuperTurismo con la Nissan Primera: avevamo gestito un training camp Nissan, e tra i piloti c’era Keith O’Dor, un pilota inglese molto veloce, ma anche un ragazzo d'oro che si faceva volere bene. Da lì a pochi mesi ebbe un incidente mortale con la vettura da turismo e rimasi scosso, perché mai mi sarei immaginato, io che venivo dalla F1, che ci potesse essere un epilogo così tragico: la Nissan intraversata era stata centrata lateralmente nella portiera lato guida e l’impatto fu devastante”.
La FIA, infatti, da quell’incidente tragico aveva poi adottato le protezioni laterali antintrusione per le turismo, le GT e le vetture da rally...
“Fu uno choc: squillò un allarme interiore perché quel ragazzo sorridente e gentile all’improvviso non c’era più. E scopri che il mondo bellissimo a volte riserva dolori profondi. La morte in pista è un qualcosa che colpisce”.
"Vanno analizzati due aspetti: quando morì Ayrton Senna nel 1994 è stato rivoluzionato il mondo delle corse, mentre non sarebbe cambiato se ci fossimo fermati all'episodio luttuoso di Ratzenberger, perché ha un peso anche chi muore”.
Ayrton Senna
Foto di: Rainer W. Schlegelmilch / Motorsport Images
“Al Ring, purtroppo, è morto un gentleman driver di 66 anni. E, inevitabilmente, nel cervello dei piloti scatta un meccanismo di difesa: ‘Io sono un professionista e a me non sarebbe successo’. Non è una cosa ragionata, niente di razionale, ma una semplice difesa, per quanto vivere la tragedia abbia inevitabilmente un impatto. Sono convinto che Max, che non è certo una persona priva di sentimenti, sarà rimasto colpito da questo episodio”.
Ci sarà qualche strascico psicologico da questo episodio?
“No, il morto non era il numero uno. Quando la tragedia colpisce il campione, la reazione è diversa: nella testa dei piloti scatta il ragionamento ‘...caspita, se è successo a lui poteva succedere anche a me’. E nella tragedia di Ayrton era emerso chiaro questo effetto”.
Per Max, quindi, sarà diverso?
“Sono certo che avrà provato dolore per quanto è successo. Era presente all’evento e avrà patito il clima che c’era in circuito. Ma poi scatta un meccanismo mentale di difesa del pilota, ancorandosi al concetto che a lui non sarebbe successo”.
Non ci saranno conseguenze psicologiche?
“Non credo che influisca sulle prestazioni nelle prossime gare di Max che sia un GP di F1 o una corsa GT. L’episodio sarà archiviato come un incidente di percorso triste, doloroso, quanto si vuole, ma sappiamo che ciclicamente la componente di rischio nelle gare riappare nel modo più cruento. Per fortuna, non più come una volta: in Formula 1 perdevamo uno o due protagonisti a campionato. Oggi la sicurezza ha fatto passi avanti importanti. E c’è la consapevolezza del rischio, non l’incoscienza”.
“Ne ho già parlato, ma mi viene in mente l’esperienza di Dave Todd, motociclista inglese che corre in SBK inglese e disputa il TT che ha già vinto. Alla gara dell’Isola di Man succede spesso che ci siano degli incidenti mortali perché si corre a oltre 200 km/h di media fra case, muri, marciapiedi e alberi. Ogni giro è di 60 km da ripetere sei volte!”.
Todd è in riabilitazione a Formula Medicine dopo un bruttissimo incidente...
“Quando parlo con Dave resto sbigottito. Mi mostra i suoi video e parla serenamente degli incidenti, della morte e dei piloti che non ci sono più, come se fosse una cosa fisiologica, come se fosse una cosa normale. Mentre il pilota di Formula 1 questo problema l'ha quasi rimosso, perché sono tanti anni che per fortuna non succede più niente, ci sono categorie dove la morte è ancora vissuta come qualcosa che fa parte del gioco. L’inglese sta facendo di tutto per tornare in tempo per il TT, ma l’approccio che vedo non è quello dell’incosciente, perché è una persona molto concreta, con i piedi per terra, umile ma sicuro di sé. Consapevole del rischio che andrà a correre ma con una capacità analitica sorprendente. Quando mostra la sua camera car, racconta con naturalezza immagini che fanno paura: segnala i dossi dove si salta a 250 km/h, dove ci sono le buche e i muri dove bisogna fare attenzione”.
“E quando sento certi discorsi capisco che non tutti i cervelli sono uguali. Ma con questo non dico che questi ragazzi sono degli incoscienti che si buttano giù dal terrazzo per vedere se si fanno male, sono piloti che calcolano ogni rischio. Sono razionali, intelligenti e lucidi che cercano di fare il massimo per tenere tutto sotto controllo".
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