F1 | Ceccarelli: "La prestazione dei piloti va cercata con il benessere"
E' raro che un pilota ammetta alla fine di una stagione di subire un calo psico-fisico a causa della stanchezza. Secondo il mental coach di Formula Medicine, invece, si tratta di un aspetto che andrebbe studiato scientificamente, per raccogliere dati utili a evitare che il conduttore spenda delle energie inutili, cercando un maggiore benessere.
La partenza del GP d'Olanda
Foto di: Erik Junius
È possibile mantenere la migliore forma psico-fisica per un’intera stagione di corse? La Formula 1 propone un calendario di 24 GP che è diventato molto impegnativo anche per i piloti che si muovono in business o con aerei privati.
Un conduttore professionista ha ammesso di sentire la stanchezza a fine campionato ed è consapevole che il calo deve essere gestito, dal momento che anche gli avversari subiscono le stesse difficoltà. A Riccardo Ceccarelli, titolare e mental coach di Formula Medicine, abbiamo chiesto se è un’evidenza che ha notato anche lui...
“Sapete quanto voglio bene al mondo dei motori dove ci vivo da 37 anni, ma mi sento di fare una critica benevola proprio per l'affetto che ho di questo ambiente. Quando sostengo che il mondo del motorsport è un po'... ignorante su certi aspetti, faccio una critica costruttiva. Secondo me sulla componente umana del pilota c’è molto da fare, perché non c’è una grande cultura”.
“Quella che ha rivelato il pilota è una grandissima verità, ma che si sente dire da pochissimi. Probabilmente perché manca la consapevolezza, la percezione che è stata raggiunta in altri sport”.
Ammettere di essere stanchi a fine stagione, quindi, non è una forma di debolezza...
“Si registra nel tennis, c'è nel calcio, ma in generale in tutti gli sport. Avviene più facilmente negli sport dove non ci sono barriere tra la performance e l'atleta. Mentre nelle corse c’è un grosso filtro che è rappresentato dalla macchina”.
“La vettura che non deve diventare l'alibi per nascondere la reale performance del pilota. Un conduttore che va due o tre decimi al giro più lento delle aspettative non sa dire se il calo prestazionale dipende da lui o dalla macchina”.
“Per questo un pilota che racconta di essere arrivato a fine campionato stanco con l’esigenza di ricaricare le batterie è quasi un'eccezione. Non so di chi si tratti, ma certamente è una persona che ha acquisito una bella consapevolezza di sé stesso. E questo è un aspetto che l'ambiente delle corse deve sviluppare”.
In quale modo?
“In tempi recenti avrete notato che alcuni piloti e anche i loro manager chiedono alle squadre di ridurre gli incontri con gli sponsor, limitando le giornate di impegno fra una gara e l’altra. A volte sembrano dei viziati, visto che sono stra-pagati e le risorse arrivano da chi investe nelle squadre. In realtà emerge un problema di comunicazione perché il pilota non sa spiegare o non vuole spiegare che ha bisogno di ricaricare le batterie, ben sapendo che le uscite promozionali richiedono tempo e spesso anche lunghi viaggi”.
Nico Hülkenberg presso lo stabilimento Audi
Foto di: Audi AG
Bisognerà trovare un valido equilibrio...
“Certo, ma non è facile. Stiamo dialogando con un pilota di Formula 1 che vuol venire in Formula Medicine per un paio di giorni di allenamento mentale. Non riusciamo a trovare una data perché o è impegnato al simulatore o in un incontro con i media o gli sponsor. Ormai siamo all'inizio di febbraio, ma vorrebbe venire prima dei test. Dobbiamo metterci in test che un pilota di Formula 1, è impegnatissimo anche se non ci sono gare o test. Non ha il tempo per annoiarsi a casa, perché è sempre ingaggiato. Sia chiaro è un aspetto che riguarda il loro lavoro, ma che porta via tante energie”.
“Il rischio è di viaggiare, muoversi e poi rispondere cento volte alle stesse domande, magari sorridendo per mostrare un certo interesse. Non sono reazioni naturali e, quindi, si spengono delle energie. E come dico sempre, sono come i soldi: a un certo punto finiscono”.
Una stagione può essere molto impegnativa: c’è la pressione dei media, quella della squadra che si aspetta dei risultati e poi ci sono i weekend di GP con giornate lunghe, con briefing e debriefing...
“Guidare, alla fine, può essere un momento che riporta in comfort zone il pilota che, altrimenti, deve dare retta ai tecnici del team, ai dirigenti e poi ai giornalisti e agli sponsor. Non deve stupire se nel corso del campionato si accumulano delle stanchezze che possono impattare anche sulle prestazioni”.
Ma ammettere un calo non è una forma di debolezza?
“Questo è il punto. Stiamo cercando di portare nello sport una parola che è ancora troppo sconosciuta. Non basta parlare di performance, perché bisogna associarci un altro termine che è benessere. Non vogliamo fare del pilota un... viziato, ma comprendiamo la sua esigenza di staccare per non sprecare inutilmente delle energie nervose”.
“In alcune discipline sportive con il tennis, il calcio e lo sci, la percezione del benessere c'è, mentre nell'automobilismo è meno evidente, ma non soltanto nel pilota, ma anche nell'ambiente del paddock. Non c'è questa cultura e quando dico che l'ambiente è un po' ignorante, è perché non conosce queste condizioni”.
Max Verstappen, Red Bull Racing
Foto di: Red Bull Content Pool
Possiamo ipotizzare, quindi, che anche un Super pilota con la capacità di mantenere un'altissima concentrazione come Max Verstappen, nella fase conclusiva della stagione può avere un calo psico-mentale? È ipotizzabile che possa avere un calo minore rispetto ad altri avversari e si crea un ulteriore delta prestazionale?
“Assolutamente sì. Aggiungiamo che un pilota emozionale spende più energie mentali. E questo è un valore che vale per chiunque, per l'atleta, per un manager, per un direttore d'azienda. Lo ripeto, le energie mentali non sono infinite, sono come i soldi che abbiamo nel portafoglio, in tasca o in banca. Se siamo emotivi e ci mettiamo più pressione, complicandoci la vita è una situazione che pagheremo. Nel nostro MentalEconomy Training, cerchiamo la massima resa con la minima spesa. E per restare a Verstappen credo che sia uno dei piloti più... economici perché è sempre focalizzato su sé stesso. Questo è un lavoro che abbiamo fatto su Sinner: negli ultimi tre tornei della stagione scorsa Yannick si lamentava di essere stanco, ma poi ha vinto a Vienna, Parigi e agli ATP, perché ha consumato meno energie dei suoi avversari ed è più efficiente”.
Azione in pista di notte
Foto di: Shameem Fahath / Motorsport Network
Per implementare questa cultura della stanchezza poco consapevole nel motorsport cosa si potrebbe fare?
"Dobbiamo portare dei dati oggettivi, uscendo dalle semplici opinioni. Siamo gli unici che siamo riusciti a far omologare dalla Federazione Internazionale un sensore che può misurare durante una gara la frequenza cardiaca e lo stress di un pilota: raccogliendo dati vorremmo creare una conoscenza e poi una cultura frutto dell’esperienza. Dobbiamo però superare forti barriere legate ad ostacoli politico-culturali a protezione del pilota che può pensare alla volontà di avere il controllo sulle sue prestazioni. In realtà l’obiettivo è di cercare il suo benessere e non solo la prestazione pura. Nelle gare di endurance si vedono conduttori che raddoppiano i turni di guida notturna e altri che li saltano. Nelle 24 Ore è più facile il confronto diretto e l’elemento vettura conta di meno. Ma se un pilota non si trova in uno stato di benessere non può dare una buona prestazione, per cui è meglio trarre il massimo da ciascuno in situazioni diverse di utilizzo”.
L’argomento è interessante...
“In un box è facile trovare 99 persone su 100 che si occupano della macchina e solo uno del pilota. È evidente che si nota una sproporzione molto evidente che proveremo a bilanciare. Ci vorrà tempo, forse anni, per cambiare una mentalità che porti a una maggiore consapevolezza delle debolezze umane. Dobbiamo dimostrare con i dati che è possibile migliorare le prestazioni con il benessere”.
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