F1 | Ceccarelli: "Con l'intelligenza artificiale i piloti devono sfruttare la flessibilità cognitiva"
Il titolare e mental coach di Formula Medicine spiega a Motorsport.com come stia cambiando l'approccio dei piloti con l'AI che può gestire l'erogazione della potenza grazie a complicati software di apprendimento: "Ci sarà un appiattimento dei valori, ma i talenti continueranno a emergere perché sapranno adattarsi ai cambiamenti prima degli altri".
Piloti in bagarre: quanto sono condizionati dall'AI?
Foto di: Steven Tee / LAT Images via Getty Images
In questo ultimo periodo si parla molto dell'intelligenza artificiale applicata alla Formula 1 come elemento che condiziona pesantemente le prestazioni dei piloti. C’è un software che gestisce l'erogazione della potenza e dell'energia ibrida, adattandosi in tempo reale allo stile di guida del pilota e alle condizioni del tracciato. Questa automazione estrema influisce pesantemente sulle prestazioni scatenando forti polemiche sul ruolo dei piloti.
In passato abbiamo avuto forti limitazioni che hanno condizionato l’esito dei GP: il limite della benzina aveva obbligato i piloti a non spingere per tutta la gara, con il rischio di rimanere a secco (come non ricordare Nigel Mansell svenuto mentre spingeva la sua Lotus senza benzina al GP di Dallas del 1984?). Bernie Ecclestone, in epoca più recente, aveva voluto gomme che si consumavano rapidamente per obbligare le squadre a studiare strategie con più pit stop, ma i piloti dovevano preservare gli pneumatici per allungare gli stint, dando battaglia solo in certi momenti del run.
La power unit della Red Bull
Foto di: AG Photo
Ora c'è un elemento più oscuro, che non si vede ma che ha preso il controllo delle power unit: è una memoria artificiale che raccoglie e analizza tutti i giri di un week end e in certe situazioni non restituisce al pilota la potenza che ha chiesto con il piede sull'acceleratore.
Si è parlato tanto di deployment dell’energia e superclipping, ma alla fine sembra che questo sia l’elemento derimente che condiziona i piloti con l’attuale regolamento. Abbiamo chiesto a Riccardo Ceccarelli, titolare e mental coach di Formula Medicine, quali possono essere gli effetti dell’intelligenza artificiale sulle motivazioni di chi guida le monoposto?
“È un tema estremamente attuale e molto critico dal mio punto di vista: se guardiamo l'evoluzione della F1, facendo un salto indietro, ricordo quando Niki Lauda nel 2002 guidò a Valencia la Jaguar R2 per rendersi conto di quale fosse il salto della tecnologia e disse: 'Queste F1 le può guidare anche una scimmia!'. L’austriaco che era un dirigente del team che poi sarebbe diventato la Red Bull scatenò una polemica violentissima”.
“L’elettronica aveva facilitato la guida: non c’era solo il traction control, ma una serie di ausili che avevano tolto molto alla guida del pilota, tanto da scatenare uno scandalo dei puristi del motorsport. E oggi il progresso sembra ancora più esponenziale: due o tre anni fa si è cominciato a parlare di intelligenza artificiale, ma non sapevamo quanto avrebbe potuto impattare sui piloti. L’argomento è delicato ed è diventato di grande attualità in tutti i campi della nostra esistenza”.
“Anche in Formula Medicine stiamo implementando l'intelligenza artificiale in tante delle tecnologie che ci supportano e ovviamente sono cambiamenti che, per chi ha una certa età, possono essere difficili per adattarsi”.
Lewis Hamilton, Ferrari
Foto di: Sam Bagnall / Sutton Images via Getty Images
E cosa bisogna fare?
“Adattarsi evoca una parola che per noi è uno dei cinque termini più importanti per un pilota, ma in generale un atleta che ci viene a trovare: mi riferisco alla flessibilità cognitiva. Lavoriamo su cinque temi, ma forse la discriminante più difficile sulla quale intervenire è la flessibilità degli atleti, cioè la capacità di adattarsi al cambiamento delle condizioni”.
“Quando l'intelligenza artificiale diventa una parte importante del nostro agire, noi dobbiamo concedere qualcosa all'AI per diventare complementari all'intelligenza artificiale. Ci sono già altri sport, come la vela, dove già regola la rotta della barca, avendo acquisito tanto funzioni che erano solo competenze dell’equipaggio. È un po’ frustrante perché toglie allo skipper delle scelte che potevano fare la differenza nel risultato”.
“Fiutare il vento era una hard skill di chi aveva imparato a navigare meglio di altri. E in F1 il concetto di traduce nel pilota che sa sentire la macchina e capisce come gestirla nei minimi particolari. Ma se certe doti me le toglie l'intelligenza artificiale, io devo sapermi adattare per sfruttare meglio quelle parti che all’AI non sono ancora deputate”.
Andrea Kimi Antonelli, Mercedes
Foto di: Bryn Lennon / Formula 1 via Getty Images
Un giovane pilota, quindi, come Kimi Antonelli ha un adattamento più facile a queste novità?
“Non c’è dubbio. Il progresso era molto più lento, mentre ora è frenetico. Nel Circus abbiamo tre diverse generazioni di piloti che si sono formati con logiche molto diverse e vedremo differenze esponenziali con l’intelligenza artificiale. La flessibilità e la capacità di adattamento saranno caratteristiche sempre più importanti per un pilota. Chi resterà rigido nel seguire i suoi protocolli e non sarà capace di staccarsi dalla sua comfort zone si troverà in maggiore difficoltà”.
Dunque, ci dobbiamo aspettare un livellamento delle competenze dovuto all’intelligenza artificiale?
“Sicuro. Quando non c'era elettronica la differenza tra il talento e il pilota costruito si poteva misurare in secondi. Con l’avvento dell’elettronica la differenza è scesa a qualche decimo, mentre con l’intelligenza artificiale si arriva a parla solo di millesimi. Ma finché non sarà solo un computer a guidare la monoposto, emergeranno le doti dell’uomo che continuerà a fare la differenza”.
Vediamo Antonelli, 19enne comandare la classifica iridata, ma a sfidarlo c’è un quarantenne come Lewis Hamilton. Max Verstappen, molto critico con le nuove regole, sembra che corra per lavoro e non si diverta più...
“Ci sono delle specifiche che sono molto personali. Sono stati citati tre piloti molto diversi che è molto difficile giudicare da fuori. Ma sto al gioco: Hamilton è uno che ha una vita sociale nella quale spazia molto, e ha un’apertura mentale più ampia di quanto lo sia Verstappen, molto più focalizzato solo sulla F1”.
Max Verstappen, Red Bull Racing
Foto di: Mark Thompson / Getty Images
Fino a ieri questa caratteristica di Max sembrava un grande vantaggio dell’olandese. Non è più così?
“Lewis è più flessibile di Verstappen, ma è presto per dare dei giudizi, perché la stessa AI è ancora in una fase di apprendimento. Max per me resta uno dei più grandi piloti nella storia dell’automobilismo e forse ha bisogno di più tempo per comprendere certi condizionamenti del guidare. Ma non esiste medicina senza effetti collaterali".
"La domanda è: quanto bisogna concedere alla tecnologia e quanto si deve essere flessibili a livello cognitivo per adattarsi ai cambiamenti? Ci sono piloti, proprio come Max, che si adeguano istantaneamente alla pista che si bagna o si asciuga, mentre altri impiegano più tempo. Bisogna imparare a sfruttare la tecnologia al 100% per aggiungere con grande flessibilità le capacità con cui fare la differenza sugli avversari. È chiaro che per un pilota giovane l’apprendimento è più facile rispetto ad uno esperto, ma Lewis ci dimostra che con una buona flessibilità cognitiva si può essere ancora competitivi”.
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