Recuperare Bahrain e Jeddah? La F1 ci prova, ma ogni opzione apre un groviglio di spinose conseguenze
Il rinvio forzato dei GP in Medio Oriente non chiude alla possibilità di recuperare almeno una delle due gare, ma impone alla F1 un complesso gioco d’incastri che pesa anche sui team, non solo per il fattore umano. Il conflitto ha generato sfide logistiche e di costi che pesano sul budget. Scopriamo le opzioni sul tavolo e le possibili conseguenze.
L’annullamento dei Gran Premi del Bahrain e dell’Arabia Saudita di aprile a causa del conflitto in Medio Oriente, ha ridisegnato il volto del calendario di Formula 1. Il doppio forfait ha aperto un vuoto di un mese senza gare, creando oltretutto non pochi nodi da sciogliere su come riorganizzare la seconda metà del campionato.
Formalmente i due appuntamenti non sono mai stati ufficialmente cancellati dalla Formula 1, che si è limitata a precisare che non si sarebbero disputati in aprile, e non è un segreto che l’obiettivo condiviso resti quello di recuperarli più avanti nella stagione. Molto dipenderà dall’evoluzione e dai tempi di conclusione del conflitto in Medio Oriente, ma sul tavolo restano diverse opzioni, anche per desiderio dei promoter stessi.
A confermarlo è stato anche il CEO di Liberty Media, Derek Chang, che nella recente riunione con gli azionisti dedicata alla presentazione dei bilanci ha spiegato che i vertici della Formula 1 stanno “lavorando giorno e notte” per recuperare almeno una delle due gare. “Agiremo con attenzione. Potrebbe essere possibile riprogrammare una gara verso la fine della stagione”, ha dichiarato Chang.
La bandiera del Bahrain sventola sulla torre di Sakhir
Foto di: Sam Bagnall / Motorsport Images
Nello scenario più ottimistico uno dei due appuntamenti tra Bahrain e Arabia Saudita potrebbe essere reinserito nel calendario sfruttando lo slot libero tra Baku e Singapore a settembre. Al momento questa è l’opzione più concreta, perché non richiederebbe profonde modifiche al calendario, anche se comporterebbe tre triplette consecutive nella parte finale dell’anno, con un ulteriore aggravio sul piano umano e logistico.
Il quadro però si complica se l’obiettivo diventa recuperare entrambi gli appuntamenti. Da fine ottobre in poi la Formula 1 si sposterà in America, quindi non ci sarebbe spazio per reintrodurre una gara a novembre. Sarebbe più semplice aggiungere un evento alla fine della stagione, quando il Mondiale tornerà comunque in Medio Oriente, ma anche questa soluzione porta con sé diverse complicazioni.
Da contratto Abu Dhabi deve essere l’ultima gara della stagione, quindi per reinserire un GP sarebbe necessario posticipare di una settimana la tappa finale del Mondiale, spingendo il calendario sempre più vicino alla sosta natalizia. Va inoltre ricordato che, dopo la gara di Yas Marina, i team resteranno comunque in Medio Oriente per alcuni giorni per una sessione di test Pirelli utile a raccogliere dati per il 2027.
Abu Dhabi deve restare l'ultima tappa della stagione
Foto di: Zak Mauger / LAT Images via Getty Images
Il calendario non solo si allungherebbe, ma si creerebbe anche un’inedita sequenza di quattro gare consecutive insieme a Las Vegas e Qatar, rendendo un periodo già estenuante ancora più impegnativo, soprattutto perché diversi membri delle squadre non sono soggetti a rotazione. È facile capire perché al momento resti un'opzione più sullo sfondo, per quanto il ritorno economico sarebbe un forte incentivo per le stesse squadre.
Tutto questo si basa sullo scenario più favorevole, ovvero che il conflitto possa concludersi in tempi brevi. La situazione però è estremamente volatile e non si può escludere che, anche a fine anno, le gare del Qatar e di Abu Dhabi possano essere messe in discussione qualora non si arrivasse a un punto d’incontro a livello internazionale.
Su quel fronte, però, la F1 ha già confermato di avere un piano di backup, anche per non far scendere troppo il numero di GP in calendario che innescherebbe un effetto a catena: “Abbiamo dei piani" - ha poi aggiunto Stefano Domenicali, CEO della F1 -. "Le tempistiche o le scadenze cambiano a seconda che si tratti di recuperare ciò che non è stato disputato in aprile oppure di ciò che potrebbe accadere o meno a fine novembre o inizio dicembre. Ci stiamo coordinando con team e promoter, ogni decisione ha un effetto a catena”.
Oscar Piastri, McLaren, Andrea Kimi Antonelli, Mercedes, Esteban Ocon, Haas F1 Team, Alexander Albon, Williams, Sergio Perez, Cadillac Racing
Foto di: Mark Sutton / Formula 1 via Getty Images
C’è un tema organizzativo: occorre trovare hub alternativi
Ma più che il fattore tempo, sul fronte organizzativo la questione è molto più semplice a dirsi che a farsi. Complice il conflitto, sia le squadre che Pirelli (che stava svolgendo una sessione di test quando sono caduti i primi missili) si sono ritrovate con del materiale tuttora bloccato in Bahrain, dove si erano disputate le prove pre‑campionato.
Ma il problema più grande è che il Medio Oriente rappresenta uno snodo logistico fondamentale per tutte le squadre, che da Dubai o Doha (complici anche i rapporti di partnership con la F1) fanno transitare i materiali destinati alle trasferte asiatiche. La situazione ha costretto i team a trovare soluzioni alternative già in vista dello scorso Gran Premio del Giappone, staccato temporalmente da Australia e Cina.
Proprio per questo, osservando il calendario, la tappa più complessa da gestire nella seconda metà di campionato è Singapore, sia per quanto riguarda i materiali sia per il personale. L’incertezza sull’evoluzione del conflitto impone infatti di riorganizzare tutti gli spostamenti, individuando soluzioni alternative che garantiscano sicurezza ed efficienza.
Aereo sopra la pista al GP del Bahrain
Foto di: Evgeniy Safronov
Il tema costi: il trasporto dei materiali è nel budget cap
Proprio “efficienza” è la parola chiave. A livello regolamentare, se i costi di hotel, voli, taxi e bus legati esclusivamente al personale in trasferta restano fuori dal budget cap, è invece tutto il contrario per la spedizione del materiale: quelli rientrano nel tetto di spesa e pesano sulle casse dei team. Il conflitto ha già fatto lievitare le spese e la necessità di trovare alternative agli scali abituali comporta un ulteriore aumento dei costi, con un impatto ancora più pesante per i team più piccoli. “I costi del trasporto sono aumentati”, ha spiegato Hoady Nidd, Head of Car Engineering della Haas.
“Per i team più piccoli questo pesa ancora di più, non tanto perché le spese sono diverse dalle squadre più grandi, ma perché occupano una parte più significativa del nostro budget. Ora stiamo valutando il resto dell’anno. Ci sono anche effetti a catena, non solo sul trasporto aereo: il nostro reparto logistico sta lavorando molto anche sul trasporto via mare relativo anche a Bahrain e Jeddah”.
Elementi che aiutano a comprendere perché reinserire uno dei due Gran Premi tra la tappa di Baku e quella di Singapore, già considerata una vera e propria sfida logistica, non sarebbe comunque semplice. Ogni scuderia dispone di diversi kit che viaggiano via mare in base alle destinazioni previste, ma con la reintroduzione di una delle due gare andrebbe ripensata la pianificazione, riassegnando strutture a una tappa fuori programma.
Il GP di Singapore resta uno dei più complessi a livello organizzativo per i team
Foto di: Lionel Ng / Motorsport Images
Una sfida gestibile quando si dispone di un preavviso di diversi mesi, ma che diventa molto più complessa in assenza di riferimenti certi. A questo si aggiunge il tema dei materiali che devono essere trasferiti da un Gran Premio all’altro. Per ragioni di sostenibilità esiste infatti una filiera precisa da rispettare anche nelle modalità di spedizione, tanto che per molte squadre i container (inclusi i telai) dopo il GP del Giappone sono rientrati in fabbrica con almeno una settimana di ritardo.
L'aspetto umano: sarebbe più di un tour de force
C’è infine un altro tema, molto più delicato perché riguarda il piano umano. Le squadre di vertice dispongono in genere di più personale e questo permette di organizzare frequenti rotazioni. Per i team più piccoli la situazione è diversa: le risorse sono più limitate, le rotazioni più difficili da attuare e l’aggiunta di un’altra gara significherebbe aumentare ulteriormente il carico di lavoro e lo stress.
Inoltre, non tutti i componenti della squadra sono soggetti a rotazione. Se per alcune figure come i meccanici, negli ultimi anni è stato creato un sistema proprio per far fronte a un crescente aumento dei GP in calendario, ci sono ruoli, come gli ingegneri legati a un pilota o quelli specializzati, i direttori sportivi o il personale che si occupa di seguire le operazioni direttamente dal tracciato, che deve essere sempre presente.
Per dare un’idea, aggiungere un’altra corsa significherebbe portare la seconda metà di stagione a 12 appuntamenti in appena 16 settimane e chi è costretto a seguire ogni gara rimarrebbe lontano da casa per quasi quattro mesi. Un tour de force tutt’altro che semplice, sia sul piano tecnico sia su quello umano, in particolare a fine stagione.
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