Andretti: "La Ferrari lotterà per il mondiale nel 2016!"

Mario difende lo stile di vita di Hamilton, mentre attribuisce a Dennis il flop di suo figlio Michael alla McLaren

Mario Andretti, l’eroe dei due mondi, è stato accolto alla 50esima Festa dei Caschi d’Oro di Autosprint come il reduce di una generazione di piloti che non esiste più. Ha dominato il mondiale di Formula 1 con la Lotus 79 nel 1978 nove anni dopo aver vinto la 500 Miglia di Indianapolis, ma nel 1972 aveva già contribuito a regalare alla Ferrari il mondiale Marche con la 312 PB in coppia con Jacky Ickx, senza dimenticare i successi in Nascar. All’istriano di Pola, che vive da decenni negli Usa a Nazareth, è stato consegnato il Casco Legend, visto che quello iridato non gli è mai stato consegnato nel 1978…

“Non avevo potuto presenziare alla Festa dei Caschi e Marcello Sabbatini, direttore di AS, mi aveva detto che mi aveva spedito la statuetta per posta, ma non in realtà non mi è mai arrivata…”.

Era stata consegnata a Colin Chapman, titolare della Lotus…
“Colin era un furbacchione. Mi mancano ben otto trofei dell’epoca: se li era tenuti lui…”.

Questa volta te lo hanno consegnato nelle mani…
“Ci tengo moltissimo al Casco d’Oro. Questo è un riconoscimento per il lavoro fatto in vita durante la carriera”.

È cambiato il modo di correre negli anni: quale categoria fra la Indycar e la Formula 1 ha mantenuto un legame più stretto con il tuo modo di vedere le corse?
“Il compito del pilota è sfruttare il mezzo che gli viene messo a disposizione. Il campione di oggi si sarebbe adattato alle macchine di ieri e noi ci saremmo adeguati a questo tipo di monoposto”.

Oggi ci sono piloti-computer, mentre un tempo c’erano quelli istintivi?
“No, non vedo queste categorie per dividere i piloti di generazioni così diverse. Ciascun pilota si deve adeguare a quanto gli veniva offerto, che sia il computer e qualcos’altro il mezzo può dare fino ad un certo punto, poi tocca al pilota spremere il cento per cento del potenziale della macchina. Non è cambiato l’approccio fra oggi e decine di anni fa. E alla fine sono sempre i campioni quelli che emergono”.

Ti sentivi un Cavaliere del rischio? E oggi i piloti devono avere ancora il coraggio fra le doti per essere vincenti?
“Uno non ci pensa a quell’aspetto. Il fatto positivo è che oggi la sicurezza delle piste e delle monoposto ci permette di godere lo spettacolo della Formula 1. I piloti di oggi hanno la possibilità di concludere le loro carriere e avere una vita dopo le corse, mentre ai miei tempi solo una percentuale del quaranta per cento aveva questa opportunità. Si tratta di un passo avanti importantissimo per lo sport. È il segno che si sono fatti grandi passi avanti”.

E allora c’era qualche differenza rispetto a oggi?
“Siamo stati persone che amavano la velocità e le corse, che amavano tanto la vita, ma i più sfortunati non sono più qui oggi. Ho perso tanti amici, tanti compagni di squadra”.

Chi ricordi in particolare?
“Billy Foster, Jud Larsson e Ronnie Peterson. Vale a dire degli amici stretti che mi mancano. In realtà ai miei tempi l’intero Circus era una sorta di famiglia: ci frequentavamo anche fuori dalle piste e l’ambiente era molto ristretto. Mi ricordo i breafing di inizio stagione negli Anni ‘60 e ’70 quando il direttore di corsa ci faceva stringere le mani fra tutti nella consapevolezza che qualcuno alla fine del campionato non ci sarebbe stato più. A ripensarci era un po’ come andare in… guerra”.

Cosa ti ha salvaguardato dai brutti incidenti, tu che non ti risparmiavi a prenderti dei rischi?
“L’aiuto mi è sempre venuto da lassù. Ne sono sicuro”.

La Ferrari riuscirà nel 2016 a sfidare le Mercedes che negli ultimi due anni sono parse imbattibili?
“Si, certo! Vettel è la persona giusta per Maranello. Mi sembra che l’ambiente della Ferrari sia molto motivato e sereno: credo che ci siano le condizioni giuste per dare il meglio l’anno prossimo. La squadra di Maranello, come sempre, darà il suo 110% per tornare in alto, ma adesso vedo un team che non pensa a vincere una corsa ogni tanto come è accaduto nel 2015, ma lotterà per il titolo. E io glielo auguro di cuore di tornare al vertice…”.

Lewis Hamilton ha conquistato il terzo titolo mondiale pur conducendo una vita da rock star: si può durare al vertice del Circus anche con questo stile di vita o sta cogliendo l’attimo?
“Vive giorno per giorno. Coglie l’attimo. Si sta divertendo e sta conducendo una vita diversa. Non saprei proprio se dire moderna, ma con un certo stile molto personale. Ma è un bravo ragazzo: sa quali sono le priorità per cui non bisogna rimproverargli proprio niente. Non credo che il modo di vivere possa avere alcun effetto sulle sue prestazioni. Resterà un pilota al top finché avrà le giuste motivazioni”.

Eppure si dice che tuo figlio Michael, quando correva per la McLaren e aveva Ayrton Senna come compagno di squadra, abbia pagato le continue trasvolate oceaniche con il Concorde per tornare a casa quasi ogni sera…
“Sono stupidaggini. Figuriamoci! Questa è una cosa che si è sempre raccontata, ma non è vera. E la riprova l’abbiamo oggi proprio da Lewis”.

E allora quale è stato il problema di Michael in Formula 1 nel 1993?
“Che ha disputato solo una stagione. Avrebbe dovuto avere la possibilità di correre un secondo campionato. Per prima cosa Michael è approdato alla squadra migliore, la McLaren, nel momento peggiore. Non solo, ma Ayrton avrebbe dovuto andare alla Williams, per cui Dennis aveva assunto Mika Hakkinen dalla Lotus per affiancarlo a mio figlio. E, invece, Senna è rimasto ancora un anno. Solo che Ron, anziché far girare Michael nei test per fargli imparare le piste, metteva in macchina il finlandese che era rimasto a piedi. E così mio figlio è stato trattato come un… figliol prodigo”.

La colpa, quindi, sarebbe da attribuire a Ron Dennis?
“Non ho alcun dubbio in proposito! Poi non voglio dire che Michael non abbia commesso degli sbagli: specie all’inizio era troppo irruento. In America era abituato a vincere e non riusciva a capire come mai non potesse essere altrettanto competitivo in Formula 1 per cui tendeva ad esagerare per dimostrare il suo valore. Però nei test a Magny Cours che avevano fatto seguito al Gran Premio avevano sviluppato la macchina e ha ottenuto gli stessi tempi di Ayrton. In gara sarebbero partiti appaiati in seconda fila con la MP4-8 dotata del motore Ford che non era certo la migliore McLaren del periodo”.

Senna ha sostenuto più volte che Michael fosse uno dei compagni di squadra più veloci fra quelli che aveva avuto…
“E’ vero, ma ho avuto modo di capirlo chiaramente anch’io, perché abbiamo corso insieme in equipaggio e ho visto quanto fosse competitivo. Mi è spiaciuto che la sua avventura in F.1 si sia chiusa così precocemente perché sono sicuro che Michael avrebbe avuto modo di farsi valere proprio come è accaduto in Indycar”.

Mario non hai ancora appeso del tutto il casco al chiodo…
“Guido la biposto della Indycar prima delle gare: porto gli ospiti a vivere il brivido di un giro sugli ovali a tavoletta”.

A 75 anni suonati cerchi ancora delle emozioni
“Sarà bellissimo a Indianapolis: l’anno prossimo si celebrerà il centenario della 500 Miglia e avrò l’opportunità di girare nel catino a 220 miglia di media (vale a dire 353 km/h!). Chi vuole vivere questa fantastica opportunità potrà prenotarsi: una trentina di fortunati avranno questa possibilità. E mi divertirò anch’io…”.

Piedone non si fa fatica a crederti…

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A proposito di questo articolo
Campionati Formula 1
Articolo di tipo Intervista
Tag f1, intervista, mario andretti