F1 | Allarme Motori 2026: c'è chi vuole aumentare la potenza endotermica
Nella riunione indetta dalla FIA per domani alle 11:00 il tema non sarà solo il V10 più ERS del futuro, ma anche le power unit del prossimo anno. C'è chi vuole ridistribuire la potenza 60% (endotermico) e 40% (elettrico) per risolvere i problemi di ricarica, ma c'è il forte sospetto che la proposta venga da chi è in ritardo sulle nuove PU.
Il motore Honda F1
Foto di: Giorgio Piola
Alle 11:00 locali di domattina si terrà un incontro con la presenza dei rappresentati di FIA, squadre e motoristi. L’incontro è stato pianificato da tempo per valutare le varie opzioni in materia di power unit, un’opportunità per mettere sul tavolo le posizioni di tutti i presenti in merito al potenziale ritorno ad un motore aspirato. Si parlerà anche di date, ovvero se anticipare o meno la conclusione del ciclo tecnico che scatterà la prossima stagione e che al momento è programmato fino al termine del 2030.
Nelle ultime ore è emerso anche un altro ‘topic’ che sarà all’ordine del giorno, ed è probabilmente destinato a diventare l’argomento principale della riunione poiché riguarda una proposta di cambiamento delle specifiche power unit 2026. La motorizzazione che esordirà la prossima stagione è stata definita e regolamentata nel 2022, con una proporzione del 50% tra la potenza generate dal motore elettrico e quello endotermico. Un bilanciamento dettato della necessità di voler cambiare drasticamente la specifica di power unit rispetto a quelle attualmente in uso, un punto cruciale per favorire l’ingresso di Audi. Costringere tutti i motoristi a ripartire da un foglio bianco era quanto chiesto dalla casa tedesca e da Red Bull Powertrain.
Il ritorno del motore V10 verrà discusso domani in Bahrain
Foto di: Franco Nugnes
Dallo scorso mese di gennaio le squadre hanno iniziato ufficialmente a progettare le monoposto che saranno utilizzate nel 2026, vetture che già prima di vedere la luce sono state condizionate da una serie di direttive tecniche mirate a risolvere problematiche emerse durante lo sviluppo delle power unit. La più impattante è la difficoltà nel ricaricare una batteria tre volte maggiore di quella attuale, una criticità a cui la FIA ha risposto mettendo mano al regolamento tecnico della monoposto. È stata introdotta l’apertura costante del DRS al fine di ridurre il drag sui rettilinei, un modo per consumare meno energia elettrica e per favorire la ricarica in fase di frenata.
Tutto risolto? Secondo alcune squadre no. Nel paddock c’è chi sostiene che da quando è stato possibile avere sui simulatori dei modelli affidabili del pacchetto monoposto-power unit 2026, è emerso che le misure introdotte dalla FIA su molte piste non sono sufficienti a garantire in un giro la ricarica completa della batteria, e di conseguenza i piloti sarebbero costretti ad alzare il piede ben prima del punto di frenata per favorire il “charging”. Un pilota che ha provato il pacchetto sul simulatore di una squadra di vertice ha definito la guida simile a “quella di una Formula E”.
Sarà davvero così? Da qui la proposta che alcune squadre vogliono proporre domani, ovvero un cambio della percentuale elettrica/endotermica dai 50/50 attuali a 40/60, ovvero una riduzione della potenza elettrica per far fronte alle difficoltà di ricarica. Non tutti però sono favorevoli, c’è chi sostiene che siamo davanti al classico colpo di coda da parte di squadre che hanno la percezione di non avere un pacchetto competitivo. C’è chi non vuole sentire parlare di cambiamenti nel breve periodo (“Partiamo con le regole scritte da tempo, poi trarremo le conclusioni e valuteremo se davvero ci sono delle criticità”), ovvero il dialogo sarà possibile solo se ci saranno davvero dei problemi comuni.
Non sarà semplice per la FIA capire se dietro l’allarme c’è una pretattica studiata ad ‘hoc’ da squadre in difficoltà o se si è davvero davanti ad una problematica che rischia di snaturare la guida della prossima generazione di monoposto. L’unico aspetto critico accertato è che si sia arrivati a discutere un regolamento a nove mesi dalla sua entrata in vigore e, soprattutto, a quasi tre anni dal suo varo.
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