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Arvid Lindblad esclusivo: "F1? Non ho mai avuto un piano B. Non volevo accontentarmi di una vita normale"

Da bambino aveva un'unica certezza: sarebbe diventato un pilota di Formula 1. In una lunga intervista esclusiva a Motorsport.com, Arvid Lindblad racconta il rapporto con Helmut Marko, il ruolo decisivo della famiglia, le lacrime di Melbourne e perché, ancora oggi, non vuole vivere a Monaco.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Sona Maleterova / Getty Images

Ci sono chiacchierate che lasciano il segno e ricordano che, anche in questa Formula 1, si può ancora essere sé stessi. Senza filtri, senza giri di parole studiati per smussare gli angoli, senza risposte preconfezionate da copia e incolla. Che questa intervista sia stata realizzata con il pilota più giovane oggi presente in Formula 1 rende tutto ancora più sorprendente: Arvid Lindblad compirà 19 anni sabato prossimo.

Dietro il pilota c’è già un uomo. Ha soltanto 18 anni, ma le spalle sono larghe. E dietro il casco, i guanti e la tuta c’è una storia fatta di sofferenza, determinazione e di una lucidità fuori dal comune, che emerge in ogni passaggio.

Tre anni fa, nel 2023, durante il Gran Premio del Belgio, Helmut Marko sorseggiava un caffè nell’hospitality della Red Bull. Parlando del vivaio della squadra emerse il nome di Lindblad, che in quel momento non aveva ancora conquistato alcun trofeo nel mondo delle monoposto. «Tra tre anni sarà in Formula 1», sentenziò Marko. Lo scorso 2 dicembre un comunicato stampa della Racing Bulls ufficializzò il suo ingaggio per la stagione 2026.

“Perché ne era così convinto? – ricorda oggi Lindblad pensando alle parole di Marko – è una domanda che mi sono posto anch'io. Credo che molto dipendesse dalla mia mentalità. Sono entrato nell'orbita Red Bull alla fine del 2020. Avevo dodici o tredici anni quando incontrai Helmut per la prima volta. Mio padre era presente all'incontro, ma a parlare siamo stati praticamente solo io e Helmut. Mi ha raccontato in seguito che una delle cose che lo colpirono fu proprio questo: vedeva davanti a sé un ragazzino molto determinato, estremamente concentrato sul proprio obiettivo”.

Iniziamo da questo punto. Molti piloti ricordano che, quando erano bambini, la Formula 1 rappresentava semplicemente un sogno. Tu hai sempre parlato della Formula 1 come di un obiettivo concreto, eri un ragazzino quando hai detto a tua madre: “Non andrò all'università, sarò un pilota di Formula 1”. Quando e dove ha preso forma questa certezza?
“Semplicemente era quello che volevo fare. Fin da quando ero molto piccolo il mio obiettivo era arrivare in Formula 1. Ma non solo arrivarci, ricordo che quando avevo sei o sette anni non sognavo semplicemente di partecipare, ma volevo essere competitivo, volevo lottare per vincere. Non so spiegare perché fossi così diverso rispetto ad altri bambini, so soltanto che la mia mente funzionava in questo modo. Naturalmente da piccolo praticavo anche altri sport. A scuola giocavo a calcio, facevo nuoto come tanti altri bambini. Ma dentro di me non ho mai pensato che quello potesse diventare il mio futuro. Per me esisteva soltanto la Formula 1”.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Guido De Bortoli / LAT Images via Getty Images

Quando hai iniziato nelle formule propedeutiche, c’è mai stato un momento in cui hai seriamente pensato a un piano B? A una carriera alternativa?
“No, mai, e questo perché nella mia testa il piano A avrebbe funzionato. Anche quando avevo cinque o sei anni non riuscivo nemmeno a immaginare un futuro in cui non sarei diventato un pilota di Formula 1. Per me semplicemente non era una possibilità. E forse proprio per questo non ho mai avuto paura delle aspettative. Molte persone si spaventano davanti a un obiettivo così grande. Io, sinceramente, no”.

Guardandoti indietro, riesci a individuare un momento o una persona che abbia fatto la differenza nella tua carriera?
“Oliver Rowland (da sempre driver coach di Lindblad, pilota con una lunga carriera in monoposto e oggi impegnato in Formula E). A parte la mia famiglia, probabilmente è la persona che mi ha aiutato più di chiunque altro. L'ho conosciuto quando avevo sette anni. All'inizio facevamo semplicemente qualche giornata di test in kart insieme, poi il rapporto è cresciuto. Quando ho vinto il campionato britannico in kart, abbiamo iniziato a lavorare molto più a stretto contatto, mi ha insegnato tantissimo, sia come pilota che come persona. Credo sinceramente che senza Oliver la mia carriera sarebbe stata diversa. Naturalmente devo citare anche Helmut Marko. Mi ha dato un'opportunità enorme. Ha creduto in me anche quando altri non lo facevano e, se oggi sono qui, è soprattutto grazie a lui. Gliene sarò sempre grato. Sono loro due le persone che hanno inciso maggiormente sul mio percorso”.

Come stai vivendo questa fase della tua carriera? Sta andando come l'avevi immaginata?
“È tutto completamente diverso rispetto agli anni precedenti. La mia vita è cambiata tantissimo, ma la sto vivendo molto bene. Essere in Formula 1 è quello che ho sempre sognato fin da bambino; quindi, sto cercando soprattutto di godermi ogni momento e di rendermi conto di quello che mi sta succedendo. Sono una persona che tende ad adattarsi facilmente alle situazioni. Affronto quello che arriva con naturalezza. Però ogni tanto cerco anche di fermarmi un attimo e pensare che per tanti anni ho desiderato di essere in questo paddock e di guidare queste monoposto. Per questo cerco davvero di apprezzare ogni momento”.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Liam Fabre

Hai vissuto tutto il percorso del Red Bull Junior Team. Una persona della Red Bull confidò un paio di anni fa che eri il pilota perfetto per quel programma. Come è stato il tuo percorso?
“Tutto è cominciato nel karting. Helmut aveva diversi contatti nell'ambiente e spesso chiedeva informazioni sui giovani più promettenti. A un certo punto il mio nome iniziò a comparire sempre più spesso. Ricordo perfettamente il giorno in cui tutto prese forma. Ero a Portimão insieme a mio padre per prepararci al Campionato del Mondo. Stavamo facendo colazione quando sul suo telefono comparve una chiamata proveniente da Graz, in Austria. Rispose e, quando chiuse la telefonata, mi disse che Helmut Marko voleva incontrarci per parlare di un contratto. Ricordo molto bene quel momento. Ci incontrammo la domenica mattina del Gran Premio del Portogallo del 2020, prima che lui andasse in circuito. Non ricordo se firmammo proprio quel giorno, ma fu lì che ci disse che sarebbe iniziata la nostra collaborazione. Da quel momento è partito tutto”.

Molti descrivono il programma Red Bull come estremamente duro: se non ottieni risultati vieni subito messo da parte.
“È vero che viene percepito così, ma io non l'ho mai vissuto in quel modo. Io ho sempre visto solo una grande opportunità. Pensavo: "Loro credono in me, mi stanno aiutando ad arrivare in Formula 1". Non ho mai sentito quella pressione di cui tutti parlano. Perché nella mia testa è sempre stato tutto molto semplice: se non fossi stato abbastanza veloce, mi sarei arrabbiato con me stesso. Comunque, non sarebbe stato un problema creato dalla Red Bull. Avrebbe voluto dire che non ero stato abbastanza bravo, per questo non ho mai percepito pressione. La prima volta che ho visto il casco Red Bull ho pensato soltanto: "Accidenti, quanto è bello". E basta. Lo stesso vale oggi in Formula 1. Tutti mi dicevano: "La pressione della Formula 1 è enorme". Sono sicuro che arriverà il momento in cui la sentirò anch'io. Ma, finora, sinceramente non l'ho mai avvertita. Perché essere qui è il desiderio coltivato da quando avevo cinque anni. Ho lavorato tutta la vita per arrivare dove sono. Sono grato a tutte le persone che mi hanno aiutato, ma alla fine questo è il mio sogno e lo sto vivendo per me stesso. Perché dovrei sentirmi sotto pressione?”.

Qual è stata l'emozione più forte che hai vissuto nel motorsport?
“Direi due. La prima è stata sicuramente Silverstone 2024, in Formula 3, quando ho vinto entrambe le gare. In realtà è stato un weekend strano, perché tutto era iniziato male. In qualifica abbiamo commesso un errore come squadra. Siamo usciti troppo presto in pista, le condizioni cambiavano continuamente perché l'asfalto si stava asciugando e io sono stato uno dei primi a lanciarmi. Il giro era anche buono, ma non la scelta del momento. Mi ritrovai undicesimo e ricordo quanto fossi arrabbiato. Fino a quel momento avevo sempre lottato nelle prime posizioni e, anche se partire undicesimo significava essere in pole per la gara Sprint con la griglia invertita, sinceramente non mi interessava. A me importava soprattutto la Feature Race della domenica. Il sabato vinsi, ma partivo davanti e non fu la gara più difficile della mia carriera. La domenica, invece, parlavo con Oliver Rowland prima della partenza e ci dicevamo che un quinto o un sesto posto sarebbe già stato un risultato straordinario. Poi arrivò la pioggia, la gara diventò completamente folle e alla fine riuscii a vincere. È stata la prima volta nella mia vita in cui sono stato così travolto dall'emozione da perdere quasi il controllo. Urlavo via radio, non riuscivo a credere a quello che era successo. Ero semplicemente felicissimo. La sensazione è stata persino superiore a quella che avevo immaginato nei miei sogni. Di solito la realtà non riesce mai a superare quello che immagini, ma quella volta andò molto oltre. Era qualcosa che non avrei nemmeno saputo immaginare”.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Michael Potts / LAT Images via Getty Images

E la seconda?
“Direi la Sprint Race del Bahrain, sempre in Formula 3. Quella vittoria mi tolse un peso enorme. Il passaggio diretto dalla Formula 4 alla Formula 3 era considerato quasi impossibile. Nessuno aveva fatto un solo anno di Formula 4 per poi essere subito competitivo in Formula 3. È stato un salto enorme, forse il più grande di tutta la carriera”.

Più grande del passaggio dalla Formula 2 alla Formula 1?
“Sì, probabilmente sì. Io sapevo perfettamente che quella stagione avrebbe potuto cambiare completamente la mia carriera. Se fossi andato forte tutti avrebbero detto che ero davvero un grande talento, viceversa avrei dovuto probabilmente ridimensionare le mie ambizioni. Considerando anche come si era conclusa la mia stagione di Formula 4 (Arvid perse il campionato dopo aver dominato la prima metà di stagione) avevo parecchi dubbi su me stesso. Quella vittoria, alla prima occasione, fece sparire tutta quella pressione”.

Non hai incluso la Formula 1 tra le tue emozioni più grandi…
“Arriveranno, ma c'è stato un momento che non dimenticherò mai. Siamo a Melbourne, lo scorso marzo. Fino a quel momento non avevo ancora realizzato davvero di essere diventato un pilota di Formula 1. Lo sapevo, ovviamente, ma non l'avevo ancora interiorizzato. La prima volta che mi ha colpito davvero è stato sulla griglia di partenza. Dopo l'inno nazionale stavo tornando verso la macchina. Mi ero qualificato nono e stavo per indossare il casco quando Oliver Rowland mi ha abbracciato e mi ha detto una frase semplicissima: "Tutti questi anni di duro lavoro erano per questo momento". In quell'istante mi è successo qualcosa che non avevo mai provato. Per uno o due secondi mi sono passate davanti agli occhi tutte le immagini della mia vita. Quando avevo sette anni. Quando ne avevo otto. Quando sognavo la Formula 1. Tutti i momenti difficili. Tutti gli anni in cui mi sono chiesto se ce l'avrei fatta. Mi sono messo a piangere. Poi mi sono fermato subito perché dovevo correre, ma è stata un'emozione completamente diversa da qualsiasi altra. È stato il momento in cui ho capito davvero: "Sono arrivato in Formula 1".

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Andy Hone/ LAT Images via Getty Images

Non è solo una questione di risultati o di trofei, c’è anche un percorso umano, emotivo.
“Esattamente. Quelle parole di Oliver — "tutti questi anni di duro lavoro erano per questo" — hanno riassunto tutto. Erano tredici anni della mia vita. Ci sono stati tantissimi momenti difficili. Molte volte ho pensato di mollare. Molte volte ho dubitato di me stesso. È difficile perfino spiegare quello che ho vissuto. Ma credo che un'emozione così intensa non la proverò mai più”.

Credi che esista il giro perfetto?
“È una domanda interessante. Da bambino ero convinto che il giro perfetto non esistesse. È un po' come un ideale irraggiungibile: puoi solo cercare di avvicinarti il più possibile. Oggi, però, la penso in modo leggermente diverso. Credo che esistano situazioni molto particolari — davvero rarissime — in cui riesci ad andare oltre quello che normalmente sei in grado di fare. Immagino che potrebbe accadere quando ti stai giocando un campionato del mondo o qualcosa di davvero importante, in quei momenti credo che un pilota possa entrare in uno stato mentale completamente diverso, come se ci fosse qualcuno sulla tua spalla ad aiutarti. Non stai più pensando a quello che fai, guidi in automatico, tutto avviene in modo naturale e improvvisamente riesci a fare un giro che sembra quasi irreale. Credo però che non sia qualcosa che puoi controllare volontariamente. Se provi a costruirlo, non succede, deve semplicemente accadere. E probabilmente capita una o due volte in tutta la carriera. Paradossalmente succede proprio quando stai attraversando un momento difficile, quando stai lottando, sei sotto pressione e hai bisogno di qualcosa in più. È lì che, a volte, riesci ad arrivare in un posto speciale”.

Hai dichiarato in più occasioni di non avere alcuna intenzione di trasferirti a vivere a Monaco. Perché?
“Ci sono diverse ragioni. La prima è molto semplice. La stagione è talmente intensa che, quando voglio staccare, voglio davvero allontanarmi completamente dal mondo delle corse. Monaco, invece, è Formula 1 anche quando non sei in pista. Ci sono i piloti, gli addetti ai lavori, si parla continuamente di corse. Io non voglio vivere in un posto del genere. Preferisco stare vicino al mare, in un posto tranquillo dove nessuno mi riconosce. Dove posso andare al cinema, fare una passeggiata, uscire con gli amici o semplicemente vivere come un ragazzo normale. È una cosa molto importante per me. Da quando ero bambino la mia vita è stata completamente diversa da quella dei miei coetanei. Quando sono in pista voglio essere un pilota di Formula 1, ma quando torno a casa sono semplicemente un ragazzo di diciotto anni. Voglio vivere una vita normale. Ed è proprio questo che oggi riesco a fare nel posto in cui vivo”.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Guido De Bortoli / LAT Images via Getty Images

Il secondo motivo?
“Riguarda la mia famiglia. Provengo da una famiglia che ha sempre lavorato durissimo per conquistare tutto quello che ha. Mio padre ha corso un po', ma non perché avesse disponibilità economiche. Anzi, tutt'altro. I miei nonni non avevano soldi. Ci sono stati periodi in cui mio padre faceva fatica persino ad avere tre pasti al giorno. A undici o dodici anni lavorava già. Anche dalla parte di mia madre la storia è molto particolare. I miei nonni arrivano dal Pakistan. A un certo punto hanno perso tutto. Letteralmente tutto. Da un giorno all'altro non avevano più nulla, se non i vestiti che indossavano e quello che riuscivano a portare con sé. Sono arrivati nel Regno Unito e hanno dovuto ricostruirsi una vita da zero. Hanno lavorato duramente come medici per rifarsi una vita. Sono cresciuto circondato da persone che hanno dovuto conquistarsi ogni cosa con il lavoro. Credo che sia anche per questo che, già da bambino, fossi così determinato. È il modo in cui sono stato educato. Per me non è mai esistita l'idea di accontentarmi di una vita normale. Ho sempre desiderato fare qualcosa di speciale”.

E questo si collega anche al fatto che non vuoi vivere a Monaco?
“Esatto. So che molte persone che vivono lì mi dicono che, alla fine, è una vita abbastanza normale. Però, nella mia testa, faccio ancora fatica ad accettare l'idea di vivere in un luogo che rappresenta il simbolo della ricchezza. Quando penso che mio padre, da ragazzo, faceva fatica anche solo a mangiare tre volte al giorno, e che i miei nonni hanno perso tutto, mi sembra quasi sbagliato. È una sensazione personale. Non sto dicendo che Monaco sia un posto sbagliato. Semplicemente, oggi non mi sento a mio agio con quell'idea. Poi è chiaro: anch'io sono un ragazzo normale. Ogni tanto mi piace comprarmi qualcosa di bello. Forse, da questo punto di vista, sono anche un po' contraddittorio. Però oggi la penso così”.

È vero che ancora non hai preso la patente?
“(ride) Sì, è vero. Semplicemente sono stato talmente impegnato che non ho mai trovato il tempo. E poi, in parte, mi divertiva anche l'idea di arrivare in Formula 1 senza avere ancora la patente. Pensavo fosse una storia simpatica. Adesso, però, sta diventando un problema. Mia madre continua a portarmi in giro oppure devo prendere un Uber. Fino a poco tempo fa non ne avevo davvero bisogno. La mia vita era organizzata in modo tale da poterne fare a meno. Adesso, invece, ho trovato un centro sportivo fantastico, con palestra, piscina, pista d'atletica... ma dista circa venti minuti da casa. Non posso continuare a chiedere a mio padre di accompagnarmi dappertutto. Quindi adesso mi sto finalmente impegnando per prenderla. La differenza è che oggi, per la prima volta, ne sento davvero la necessità, quindi la prenderò”.

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Arvid Lindblad, Racing Bulls

Foto di: Guido De Bortoli / LAT Images via Getty Images

Tu hai diciott'anni e sei già in Formula 1. Che rapporto hai con il denaro? È un simbolo di successo? Di indipendenza? Oppure non ci pensi?
“Sinceramente non ci penso molto. Il mio ragionamento è semplice. Ho degli obiettivi sportivi. Se riuscirò a raggiungerli, il denaro arriverà di conseguenza. Per questo non è qualcosa che occupa i miei pensieri. Piuttosto, mi interessa costruire il mio marchio personale. Non tanto l'immagine, quanto il modo in cui voglio sviluppare la mia carriera anche fuori dalla pista. Mi piace la moda. Mi piace la musica. Mi interessa capire con quali aziende lavorare, quali partnership costruire e come crescere anche sotto questo aspetto. Sono questi i temi ai quali penso. Non perché voglia guadagnare di più. Ma perché voglio fare le cose nel modo giusto e costruire qualcosa che duri nel tempo”.

C'è qualcos'altro che sogni di fare, qualcosa di lontano dalla Formula 1?
“C'è una cosa che mi affascina molto osservando Max Verstappen. Mi piace il fatto che lui non ami soltanto la Formula 1: ama correre. È una differenza importante. Per questo ha creato un team GT, vuole disputare la 24 Ore di Le Mans e continua a guardare anche oltre la Formula 1. Quando penso al mio futuro, mi rendo conto di essere molto simile. Naturalmente voglio fare una lunga carriera in Formula 1, mi piacerebbe restarci dieci, quindici anni. Ma, quando quel capitolo sarà concluso, vorrei provare esperienze completamente diverse, mi piacerebbe correre in IndyCar per qualche stagione. Poi mi piacerebbe provare la V8 Supercar australiana e valutare altre esperienze che mi affascinano. Il mondo del motorsport è davvero grande”.

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