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Analisi: le piste della F1 fra storia e business

Imola, Mugello e Portimao hanno portato una ventata di novità nel calendario di Formula 1 e il Circus ha commentato positivamente il ritorno di impianti storici e il debutto di tracciati tecnici e insidiosi, ma non è giusto limitare all'Europa l'esistenza di circuiti spettacolari (Suzuka, Montreal, Austin, Interlagos). Le esigenze di business della F1 portano a compromessi: certo Sochi non piace, ma un GP si è disputato anche nel parcheggio di Las Vegas.

Analisi: le piste della F1 fra storia e business

Mentre si appresta ad affrontare le prime trasferte extra-europee della stagione 2020, la Formula 1 è al lavoro sul calendario del prossimo Mondiale. I punti interrogativi che deve (e dovrà) affrontare Liberty Media sono indubbiamente molti, ma è necessario un punto di partenza da cui iniziare a sondare quali nazioni potranno ospitare un Gran Premio e quante saranno costrette a rinunciare.

Questo punto di partenza prevede oggi 23 gare, con inizio a Melbourne il 21 marzo per terminare ad Abu Dhabi il 5 dicembre. Le novità sono Vietnam ed Arabia Saudita insieme al ritorno del Gran Premio d’Olanda.

Negli ultimi mesi si è parlato molto di circuiti, a causa dell’emergenza che ha dovuto affrontare la Formula 1 per poter mettere insieme un calendario.

Dopo l’emergenza Covid sono saltate più delle metà delle sedi previste dal calendario originale e Liberty Media ha parato il colpo considerando circuiti fuori dal giro da anni o vere e proprie new-entry per la Formula 1.

Sono riapparse calendario delle vecchie conoscenze come Imola, Nurburgring ed Istanbul park, insieme a novità come Algarve e Mugello. I riscontri sono stati positivi, alimentando una crociata a favore del ritorno di piste storiche ed europee come presenze fisse nel calendario di Formula 1.

Non è da sottovalutare il riscontro di team e piloti, perché sono pur sempre coloro che con la pista ci hanno a che fare sul serio, e davanti a domande molto precise (“Vi piace questa pista?”) si sono ottenute risposte altrettanto precise: “si”.

Le piste storiche non sono solo in Europa

C’è stata una corrente di pensiero che è andata oltre, battezzando il calendario 2020 come una specie di ritorno alle origini, una Formula 1 che riscopre sé stessa. Al netto della curiosità che precede sempre un esordio o un ritorno su una pista, è una considerazione molto discutibile.

La Formula 1 è una realtà internazionale, quindi è giusto giudicarla come tale e non secondo ciò che piacerebbe ad un singolo paese, sia esso l'Italia o la Gran Bretagna. Il 2020 ha portato alla ribalta Portimao, Imola e Mugello, ma dobbiamo anche considerare che lo stesso 2020 ha tolto dal calendario piste come Suzuka, Montreal, Austin, Interlagos, tracciati di notevole spessore tecnico ed in alcuni casi anche sedi con una storia maggiore anche delle stesse piste europee recuperate nel calendario di questa stagione.

Quella di preservare circuiti in cui la Formula 1 ha scritto pagine importanti della sua storia è una via corretta, da seguire senza esitazioni, tenendo però presente che questi tracciati non sono solo in Europa, come si tende erroneamente a credere.

Serve poi un compromesso anche con la visione commerciale, che non è una novità di questi tempi. È dagli ’70 che la Formula 1 segue rotte nuove quando offrono vantaggi economici, scandalizzarsi oggi è curioso visto che già quarant’anni fa fu messo in calendario un Gran Premio disputato nel parcheggio di un hotel di Las Vegas sul quale, tra l’altro, furono anche assegnati titoli Mondiali.

È sempre stato così, una volta era il circuito nel parcheggio del Caesars Palace, oggi una pista ricavata intorno all’ex villaggio Olimpico di Sochi che al confronto di quella statunitense può essere considerata alla stregua del Nordschleife.

Ci sono ‘tilkodromi’ di grande valore

Serve ovviamente un compromesso tra il mantenimento del ‘dna’ della Formula 1 ed il ritorno finanziario, tenendo presente che inserire in calendario una nuova nazione non è un contratto per la vita, come hanno dimostrato i GP di India e Corea. Altro luogo comune che passa come un concetto scientificamente avallato è che le piste nuove siano mediamente brutte e senz’anima.

A Hermann Tilke, responsabile di molte delle nuove piste approdate nel calendario di Formula 1 negli ultimi 20 anni, vengono attribuiti dei progetti discutibili, come quello di Abu Dhabi, ma all’ingegnere tedesco bisogna riconoscere anche la paternità di piste come Sepang, Austin, Istanbul Park e Bahrain, piste tutt’altro che senz’anima ma che, al contrario, si sono confermate tecniche, impegnative e spettacolari per il pubblico.

Quello di Yas Marina resta un errore difficile da comprendere, considerando che il progetto partiva da un foglio bianco, ma nel caso di tracciati cittadini (come ad esempio Sochi) le possibilità di manovra sono molto ridotte, considerando che si opera su strade normalmente aperte al traffico. Come sarebbe giudicato oggi il tracciato di Monaco se non potesse contare su decenni di storia?

Ormai Monte Carlo è parte stessa della Formula 1 e come tale è un evento che fa accettare anche un circuito sul quale (oggi) le possibilità di sorpasso sono azzerate, ma anche tra gli stessi appassionati non sempre la pazienza è la stessa.

Spesso un circuito cittadino rappresenta l’unica chance per permettere alla Formula 1 di approdare in una nazione che non dispone di impianti permanenti, circuiti che in alcune occasioni (come sta accadendo proprio in Russia) diventano disponibili in un secondo momento.

Anche questi aspetti sono da tenere in considerazione quando si valuta un calendario. Negli ultimi anni l’aumento delle gare ha poi di fatto accontentato tutti, ovvero il numero di tappe sui circuiti abituali non è stato intaccato dall’arrivo di nuove piste, che sono semplicemente andate ad incrementare il numero complessivo di eventi.

Ora starà a Liberty Media valutare i vantaggi e le problematiche legate ad una potenziale conferma di piste sperimentate nel 2020, come Portimao, Mugello o Imola. Sotto alcuni aspetti c’è da augurarsi che tutto possa confermarsi come da programma, perché indicherebbe un progressivo ritorno alla normalità con una Formula 1 in grado di essere l’ambasciatrice di sé stessa, non solo in Europa, ma ovunque sia (anche finanziariamente) ben apprezzata.

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