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Alboreto: quando dopo 23 anni conta l'uomo più del grande pilota

Michele ha dato all'automobilismo molto più di quanto abbia raccolto: il milanese avrebbe meritato il titolo 1985 con la Ferrari, ma nel suo bottino personale in F1 ha raccolto solo 5 GP. Campione a tutto tondo, ha vinto la 24 Ore di Le Mans nel 1997. Scopriamo perché nel ricordo l'autorevolezza dell'uomo supera le qualità del pilota...

Michele Alboreto, Ferrari

Sono trascorsi 23 anni, ma il suo ricordo resta vivo. Non si cancella. È stato uno dei piloti italiani più importanti degli ultimi decenni. Doveva essere campione del mondo di F1 nel 1985 con la Ferrari: fino al GP di Germania, che vinse con la 156-85, era in testa al campionato in lotta con Alain Prost sulla McLaren. Enzo Ferrari, mal consigliato, a metà stagione decise di abbandonare le turbine KKK, le stesse di cui disponeva la McLaren MP4/2B con il motore Tag Porsche, per passare alle americane Garrett. Il timore era che il motorista tedesco venisse favorito dal fornitore connazionale. Non era vero e l’effetto fu un disastro: Michele con la rossa non aveva più conquistato nemmeno un punto, collezionando un ritiro dopo l’altro per le rotture meccaniche.

Il vincitore del GP di Germania Michele Alboreto, Ferrari 156/85

Il vincitore del GP di Germania Michele Alboreto, Ferrari 156/85

Foto di: Sutton Images

“Alboreto avrebbe meritato quel titolo che gli avrebbe cambiato la carriera – ammette Gian Carlo Minardi -. Le sue turbine KKK, mai più montate sulle Ferrari, erano state raccolte in uno scatolone e messe da una parte: me le avevano regalate per finire la stagione visto che erano le stesse montate sui Motori Moderni della mia M185. A Michele non diedero ciò che avrebbe meritato, mentre a me permisero di arrivare in fondo al primo mondiale in F1. Ma questa è un’altra storia…”.

I numeri di Alboreto in F1 non rendono l’effettivo valore del milanese: in 194 GP disputati sono stati solo 5 i successi e 2 le pole position, ma il suo valore assoluto è stato decisamente superiore a quello che indicano le statistiche.

Cresciuto a Monza nella Scuderia Salvati con le Formula Monza, passato dalla Formula Italia diventa campione Europeo di Formula 3 nel 1980 con la March 803 – Alfa Romeo. Nel 1981 passa alla Formula 2 chiamato da Gian Carlo Minardi: “Sono stato il primo ad offrirgli un contratto da pilota professionista – ricorda l’attuale presidente di Formula Imola – e anche l’ultimo a farlo correre in F1 nel 1994. Che strano destino…”.

Alle monoposto alternava la presenza nel mondiale endurance perché Cesare Fiorio, capo di Lancia Corse, aveva puntato sui giovani piloti tricolori e il lombardo si era difeso bene conquistando tre secondi posti alla 1000 km di Brands Hatch, alla 6 Ore del Mugello e alla 6 Ore di Watkins Glen.

Michele Alboreto, Tyrrell 011 Ford, vince il GP di Las Vegas

Michele Alboreto, Tyrrell 011 Ford, vince il GP di Las Vegas

Foto di: Motorsport Images

Poi l’ascesa in Formula 1 per volere di Ken Tyrrell che lo fa debuttare al GP di San Marino con la Tyrrell 010. Con una monoposto poco competitiva ottiene solo un nono posto a Zandvoort, ma consolida la fiducia del “boscaiolo” che lo conferma per l’anno dopo. Con la 011 le cose vanno decisamente meglio: due quarti posti precedono il primo podio a Imola. E la prima vittoria arriva a Las Vegas. Alboreto si ripete in America imponendosi l’anno dopo a Detroit con una 012 decisamente poco competitiva per un motore Cosworth piuttosto sgonfio, ma nella Capitale dell’auto USA la potenza contava poco e porta a casa un successo che gli apre le porte della Ferrari.

Michele Alboreto con la moglie Nadia

Michele Alboreto con la moglie Nadia

Foto di: Ercole Colombo

Un italiano tornava a guidare una rossa. La Ferrari 126 C4 si rivela poco competitiva, ma al terzo appuntamento s’impone nel GP del Belgio facendo sognare i tifosi del Cavallino. I problemi di affidabilità bloccano le sue ambizioni: chiude quarto il mondiale 1984 collezionando un podio in Austria e due secondi posti a Monza e nel GP d’Europa.

Michele Alboreto, Minardi M193B Ford al GP di Monaco 1994

Michele Alboreto, Minardi M193B Ford al GP di Monaco 1994

Foto di: Motorsport Images

Nel 1985 sappiamo come è andata a finire, iniziando una curva discendente attraverso il ritorno alla decadente Tyrrell, passando poi per Lola, Footwork e Minardi. “Michele era molto sensibile alla sicurezza – prosegue Minardi – nel contratto che aveva siglato con me aveva fatto aggiungere una clausola: anche se la velocità in pit lane era ancora libera, aveva deciso di percorrere le corsie dei box a una media che lui riteneva di sicurezza. Stava parlando con la GPDA e con la FIA per imporre il limite di velocità in pit lane. Ne aveva discusso con Senna e Martini anche prima del tragico GP di San Marino 1994 e non so cosa sarebbe potuto succedere se, quando si è staccata una ruota in corsia dopo il pit stop, fosse ripartito in piena velocità. Poteva essere una strage e, invece, ce la siamo cavata con qualche ferito perché procedeva lentamente”.

Dalle parole del manager faentino emerge la seconda indole di Alboreto, persona mite (finché non abbassava la visiera in macchina), per bene che pensava non solo alla sicurezza, ma alla promozione dei giovani piloti italiani.

Alboreto / Johansson / Kristensen, Joest Racing, TWR Porsche WSC 95 vittoriosi a La Mans nel 1997

Alboreto / Johansson / Kristensen, Joest Racing, TWR Porsche WSC 95 vittoriosi a La Mans nel 1997

Foto di: Motorsport Images

Dopo presenze nel DTM con l’Alfa Romeo e in Formula Indy, il riccioluto milanese si dedica alle gare di durata: nel 1997 conquista la 24 Ore di Le Mans con Stefan Johansson e Tom Kristensen con la TWR-Porsche del team Joest Racing. Diventa figura di riferimento dell’Audi Sport che avvia il programma dei quattro anelli nei prototipi. L'ultima vittoria è del 2001 alla 12 Ore di Sebring, insieme a Dindo Capello e Laurent Aiello.

“Nel frattempo aveva assunto un ruolo attivo nella CSAI, la Federazione Automobilistica alla quale già stavo collaborando anche io – conclude Minardi – Michele era diventato vice-presidente, ma sono sicuro che avrebbe assunto la presidenza a fine anno perché avrebbe chiuso anche l’esperienza nell’Endurance, per dedicarsi alla promozione dei giovani piloti italiani”.

L'ultima vittoria di Michele Alboreto: alla 12 Ore di Sebring 2001 con Audi R8 del Joest Racing

L'ultima vittoria di Michele Alboreto: alla 12 Ore di Sebring 2001 con Audi R8 del Joest Racing

Foto di: Audi Communications Motorsport

Non ha fatto in tempo a dare corpo al suo sogno: sul rettilineo del Lausitzring con l’Audi R8 Sport che stava preparando la 24 Ore di Le Mans il 25 aprile 2001, Alboreto perde il controllo del Prototipo che si capotta. L’impatto con le barriere è devastante: Michele muore sul colpo. A causare il terribile crash l’improvviso cedimento della gomma anteriore sinistra.

L’Italia ha perso un campione, ma soprattutto un uomo che avrebbe avuto un ruolo importante nello sviluppo delle corse animato da solidi valori etici e sportivi. Il magistrato del processo Senna, Maurizio Passerini, nel libro “Senna. Le verità” ha voluto riconoscere il ruolo di Michele alla ricerca delle cause della tragedia del Tamburello, mettendoci la faccia nel momento in cui il mondo della F1 cercava di insabbiare una verità molto cruda: la rottura del piantone dello sterzo.

L’aver intitolato solo la curva della Parabolica del circuito di Monza ad Alboreto è poca cosa per il valore che questo pilota, questo uomo ha saputo esprimere nel Motorsport. Pensiamoci…

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