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Intervista

Peterhansel e il fascino del Defender: cosa lo rende una sfida inedita anche per il Re della Dakar

Anche per chi ha vinto tutto, ci possono essere sfide inedite. Questo è esattamente ciò che ha spinto Peterhansel, sua maestà "Monsieur Dakar" a rimettersi in gioco per una nuova avventura con il Defender DX7-R. Un progetto che lo riporta alle origini della competizione, ma che richiede anche un modo differente di guidare e affrontare la gara.

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

Dakar 2026 | Defender Land Rover

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Cosa spinge un pilota che ha già vinto tutto a tornare nel deserto per affrontare la competizione più dura del motorsport? Non è necessariamente la ricerca di un altro trofeo, né il desiderio di arricchire un palmarès già straordinario. È, piuttosto, la passione pura per le corse e la forza di un progetto capace di riaccendere l'amore per l'avventura.

E a volte, per andare avanti e dare nuova linfa a quella passione, bisogna saper tornare indietro. È proprio questo che ha convinto Stephane Peterhansel, il pilota che si è guadagnato il titolo di “Monsieur Dakar”, a rientrare nel bivacco dopo un anno di pausa. Non per inseguire rimpianti, ma con quel filo di nostalgia che accompagna chi sa di appartenere a una sfida che lo ha reso il più vincente di sempre.

Serviva un progetto nuovo, interessante ed entusiasmante per convincerlo a tornare a solcare le dune del deserto saudita. Un progetto come quello di Defender che, per la prima volta nella sua storia, ha scelto di affrontare il leggendario Rally Raid con un team ufficiale, schierando tre vetture nella categoria Stock, la più vicina alle auto di serie. 

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

Foto di: Red Bull Content Pool

Una scintilla che ha riacceso in Peterhansel il desiderio di rimettersi in gioco. Non con un prototipo, bensì con una sfida che ha il profumo di passato, agli inizi della Dakar, quando le macchine erano molto vicine a quelle di produzione. “La mia passione mi spinge a correre. La mia passione è correre. L’unica cosa che ho fatto per tutta la mia vita è correre nel motorsport. Quindi smettere, perdere l’adrenalina del motorsport… smettere è anche una cosa positiva. L’anno scorso ho fatto un anno di pausa dalla Dakar”.

“Ma penso che fosse il momento giusto per me per tornare e prendere parte a questa categoria [Stock]. Se una piccola squadra mi avesse chiesto di unirsi a loro per questa categoria, avrei detto di no. Ma con Defender, credo che fosse il momento giusto”, racconta “sua maestà” Peterhansel rispondendo alle domande di Motorsport.com.

“Ho vinto molte volte con i prototipi, e so cosa significa essere leader della gara, con tutta la pressione che comporta. Volevo godermi la gara, ma con meno pressione e con auto divertenti da guidare. Abbiamo alle spalle un grande marchio come Defender e un ottimo fornitore come Prodrive. Quindi tutto era perfetto per fare la Dakar nelle migliori condizioni possibili. Voglio portare il marchio al vertice di questa categoria, volevo farlo con loro. Sono sempre stato un fan del Defender, perché amo le auto off-road”.

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel

Foto di: A.S.O.

Un progetto valido, costruito con ambizione, qualcosa che per un campione conta quanto l’auto. A spingere Peterhansel al ritorno ci sono anche le nuove regole della categoria Stock, che concedono ai costruttori molta più libertà d’intervento, soprattutto sul sistema sospensivo. Novità che permettono di adattare meglio le vetture alle insidie del deserto e, al tempo stesso, di ridurre il divario prestazionale rispetto ai prototipi.

La DX7‑R che Peterhansel sta guidando tra le dune saudite non ha nulla a che vedere con le vetture di produzione con cui corse nei primi anni 2000. Anzi, secondo il francese, le prestazioni della Defender di questa stagione sono paragonabili a quelle di un prototipo di una decina d’anni fa: un risultato notevole, considerando che le vetture della classe Ultimate nascono proprio per correre senza compromessi.

Quando è salito per la prima volta sul nuovo Defender, la sorpresa è stata immediata, perché la DX7-R aveva già un’ottima base su cui proseguire lo sviluppo, anche a livello di bilanciamento, con il serbatoio da 550 litri e la gomma di scorta posti a centro vettura proprio per limitare lo spostamento di carico nel corso della tappa.

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

Foto di: A.S.O.

"Ciò su cui abbiamo lavorato sono state le sospensioni e il bilanciamento della vettura, per trovare gli ultimi dettagli. Abbiamo lavorato sugli ammortizzatori, sulle molle, su come lavorano i freni. In realtà, tutto era già vicino alla perfezione. Ad esempio, sul motore non abbiamo fatto alcuna rivoluzione, perché gli ingegneri avevano già lavorato bene prima, solo piccole cose sul tempo di cambiata con il cambio. Ma la base era già ottima”, spiega Peterhansel raccontando quello che è stato il percorso di sviluppo dell’auto.

È una sfida inedita anche per chi ha vinto tutto

Ma correre nella categoria Stock significa anche accettare che le vetture restino vicine a quelle di serie: non tutto può essere modificato o rinforzato. Può sembrare paradossale, ma proprio questa vulnerabilità, con un margine di rischio impossibile da eliminare, è un altro degli aspetti che ha convinto Peterhansel ad abbracciare questa sfida.

Dopo anni trascorsi a domare prototipi estremi, tornare a una macchina che va capita, ascoltata e protetta gli è sembrato un modo per ritrovare il senso originario della competizione, pur avendo tra le mani un’auto veloce capace di farlo divertire. È un gioco sottile, un equilibrio continuo tra istinto e ragione, tra adrenalina e conservazione.

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

Foto di: A.S.O.

“Questa è una vettura molto divertente da guidare, molto interessante, ma anche più fragile rispetto al prototipo, perché dobbiamo usare alcune parti della produzione. E non è possibile rinforzare tutto, non è permesso. Quindi dobbiamo gestire. La cosa più difficile sarà resistere alla tentazione di stare sempre a tutto gas! Ma si tratta di una questione di strategia. Ma la Dakar è sempre una questione di strategia”.

Ed è qui che riemerge il Peterhansel stratega, quello che ha imparato a vincere la Dakar usando l’intelligenza di chi sa che per trionfare bisogna, prima di tutto, arrivare al traguardo. “Quando ho iniziato con le moto ero super veloce, vincevo molte tappe ma mai la classifica finale. Un giorno ho capito che potevo vincere la gara anche senza vincere una tappa. Quando l’ho capito, ho iniziato a vincere molte Dakar. Questo è un elemento chiave e spero di riuscire a metterlo in pratica anche quest’anno”.

Con un grande marchio alle spalle, Peterhansel torna alla Dakar con un obiettivo chiaro: fare bene, portare in alto Defender e godersi la sfida. Non è un ritorno nostalgico né un colpo di coda. È una scelta lucida, tecnica, quasi filosofica: la volontà di ritrovare quel sapore antico che la Dakar sa dare. Perché, alla fine, per rimettersi in gioco a un campione come Peterhansel bastava una sfida capace di far battere il cuore come un tempo.

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