La "mia Dakar": il rally più bello al mondo raccontato attraverso gli occhi di chi l'ha vissuto
Un viaggio di 7.994 km nella Dakar 2026, tra ospitalità saudita, notti sotto le stelle e un finale deciso per soli due secondi. Ricordi personali, volti e gesti che raccontano una splendida avventura nel deserto attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta, tra emozioni e istanti che restano impressi come tracce sulla sabbia.
Il bivacco di Yanbu sul Mar Rosso ci ha accolto dopo un lungo viaggio alla scoperta dell’Arabia Saudita: due settimane, 7.994km in totale di cui 4840 di prove cronometrate. Come una pellicola che si riavvolge, si ripercorrono le tappe con la memoria. Difficile scandire il tempo, il giorno della settimana, la data. Si ragiona per tappe, numero di chilometri da percorrere, rocce o sabbia. Il tempo assume un’altra dimensione: lentissimo la prima settimana, rapidissimo dalla giornata di riposo sino alla meta. L’agenda non cambia, la percezione sì.
Così in un soffio siamo tornati a Yanbu dove questa Dakar è iniziata lo scorso 3 gennaio. Sembra ieri. Il bivacco è come un grande villaggio di tremila persone che si spostano ogni giorno, uniti dalla stessa passione. Esploratori, nomadi, avventurieri. Un caleidoscopio dell’umanità: 49 nazionalità, dalla Mongolia alla Terra del Fuoco, dal Canada al Botswana. Si trova gentilezza o un rigore militare che spiazza. Si impara ad osservare, ad ascoltare prima di parlare, a sorridere prima di dire bonjour, a fermarsi ad aiutare qualcuno anche se si ha fretta. È la legge non scritta del deserto.
Perché "Le Dakar est le Dakar". È difficile descrivere il fascino di questa corsa contro il tempo e sospesa da esso. La mia prima partecipazione fu nel 2011 in Argentina. Da allora non ne ho saltato una. Come voleva la tradizione, siamo partiti all’alba del primo gennaio tra un muro di folla: uomini, donne, nonni e bambini. Perché l’avventura non ha età, come i sogni. Da allora ogni gennaio il rito si ripete e sono giunta alla mia 15esima Dakar che racconto come giornalista.
Maria Guidotti e Nasser Al-Attiyah
Foto di: Maria Guidotti
Tra i ricordi più belli che porterò nel cuore di questa Dakar 2026, ci sono due momenti: l’ospitalità ricevuta da Yazeed Al-Rajhi a Riad e la tappa marathon à la belle étoile, sotto le stelle come dicono i francesi.
Una giornata principsca vissuta con chi la Dakar l'ha vinta
Principessa per un giorno. Il messaggio recitava: “Sei invitata a pranzo al Palazzo Yazeed Al Rajhi’s alle 13:30”. Sono onorata. Yazeed Al Rajhi è il vincitore della Dakar 2025 con Toyota. Neanche un anno fa ero sotto il podio a Shubaytah nel cuore dell’Empty Quarter ad applaudire la sua impresa: primo pilota saudita a vincere la Dakar.
Nessuno prima aveva trionfato sul suolo di casa. Non solo, Yazeed è il primo atleta saudita a conquistare un successo mondiale, diventando ispirazione per tanti connazionali. Quanto questa vittoria abbia cambiato la percezione della corsa in questo Paese è facile intuirlo perché oltre ad essere un pilota estremamente veloce, Yazeed Al Rajhi è un grande uomo di affari. La famiglia detiene la più importante banca saudita, la Al-Rajhi Bank, l’azienda che gestisce l'acqua che si beve al bivacco, la Berain, ed ancora alberghi, ristoranti oltre ad essere leader nel commercio dell’acciaio nel Paese.
Maria Guidotti e Yazeed Al-Rajhi
Foto di: Maria Guidotti
Il giorno di riposo, quando la carovana della Dakar si ferma, ha aperto le porte di casa sua a Riad per un gruppo ristretto di amici e colleghi. L'ospitalità è un pilastro sacro e centrale della cultura araba e l’accoglienza è stata principesca. Il palazzo, circondato da giardini e fontane, con un’essenza di oud nelle stanze arredate con cura. Come da tradizione, è stato servito caffè arabo e un’infinita varietà di cioccolato e dolcetti. A pranzo ero seduta tra Matthieu Baumel, il primo navigatore di Yazeed quando ha debuttato nei Rally, Jacky Ickx e signora.
Tra i tanti piloti presenti anche i compagni in Toyota Lategan, Quintero e Toby Price, e Tom Coronel, pilota e commentatore olandese di F1. La tavola imbandita da mille e una notte, decorata con fiori e frutta e coronata con oltre trenta diversi tipi di antipasti e venti pietanze calde. Le torri dei dolci, insieme al delizioso espresso ½ M, il caffè di famiglia, hanno concluso un ricevimento degno di un re ed io mi sono sentita principessa per un giorno. La polvere del bivacco sembra un ricordo lontano.
Il cielo stellato è lo sfondo del bivacco
“Mai dormito così bene”, scherza Ricky Brabec, un ragazzone forte cresciuto nel deserto del Mojave in California, due volte vincitore del Rally. Nel cuore del deserto, sotto un cielo stellato che lascia a bocca aperta, i piloti si riscaldano davanti al fuoco, uno accanto all’altro a raccontarsi le avventure della giornata. Si mescolano le lingue e presto ci si scorda che sulla Dakar ci sono concorrenti di ben 49 nazionalità.
Foto di: Red Bull Content Pool
Accomunati da uno sforzo sovrumano, il sudore, la polvere e un sogno comune, questa tribù colorata diventa presto un tutt’uno nella notte che cala poco prima delle 18.00. Niente fronzoli, zero comfort. Niente bagni o docce. Ai piloti è stata consegnata una tenda, un materassino, sacco a pelo e la razione per mangiare. Prima però i big come gli amatori hanno lavorato sui mezzi. Arriva un momento però dove tutto si ferma, lontano dal rumore dei generatori e dal rombo dei motori che regnano sovrani la bivacco, dove nel silenzio si possono alzare gli occhi al cielo. Anche per me è la cartolina da incorniciare di questa Dakar.
Due secondi hanno deciso la Dakar
Altro giro, altra corsa. Non te ne accorgi neanche e sei di nuovo a Yanbu. L’ultimo giorno è frenetico. Ci si sveglia all’alba ugualmente perché occorre impacchettare tutto, recuperare i pezzi di questa vita nomade. Quanto alla corsa, il risultato sembrava scontato invece l’impossibile è successo. Due secondi possono fare la differenza tra vincere e perdere. Scherzo del destino o magia?
“Me lo sentivo questa mattina. Partivo 3’20 dietro Ricky Brabec (Honda), con una tappa di 105 km è quasi impossibile recuperare”, ha confessato Luciano Benavides dopo il traguardo. La corsa si è giocata sul filo del rasoio. Cruciale è stato il km 96.7 di 105. “La nota disegnava una esse, lo schizzo era un po’ approssimativo rispetto al bivio che ci siamo trovati davanti”, racconta Adrian Van Beveren, compagno di squadra dell’americano. Quando si sono accorti che il roadbook non era stato preciso, era però ormai tardi.
#9 Monster Energy Honda HRC Honda: Ricky Brabec
Foto di: Maria Guidotti
“C’era il mare nel mezzo per cui abbiamo dovuto fare un giro lungo per tornare indietro”, confessa. Un detour di 6 km. È stato il momento che Luciano aspettava da quando, sin da piccolo, vedeva la Dakar passare da Salta, la sua città natale. “Ho capito di aver vinto. Ho dato tutto. Non ci potevo credere: due secondi che valgono oro”.
Dall'altra parte, regna il dispiacere per Brabec, il quale aveva fatto una gara solida, ragionata, matura, attorno a cui tutto il team ha deciso di stringersi. Io con loro, perché seguo "Ricky" da quando ha debuttato in Argentina nel 2016. Per molti era uno sconosciuto, per me che scrivo anche per la rivista americana Cycle World, una promessa. E così è stato.
Ho raccontato le sue imprese, la frustrazione di quando è stato costretto ad abbandonare per un guasto alla sua Honda mentre lottava per la vittoria, così come i trionfi del 2020 e 2024. Oggi ha vinto Luciano. Un fotografo lo aveva sognato nella marathon. Il touareg d’oro torna in Argentina, dove anche la mia avventura è iniziata seguendo questa avventura stupenda.
Nelle auto, poi, onore a Nasser Al-Attyah: sei sigilli, 50 vittorie di tappa. Figlio del deserto, il qatariota ha disegnato traiettorie sulle rocce e sulla sabbia. Nel segreto del successo anche il tiro a volo (medaglia di bronzo a Londra 2012), con un’allenatore italiano del lago di Garda. “Questo sport mi aiuta nella concentrazione, lucidità e precisione”, racconta Nasser. Da oggi è lui il nuovo re della Dakar.
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