Dakar | Sorpresa Ventura: scopriamo il rookie che ha regalato a Honda la prima vittoria in Rally2
Il 25enne è una delle novità più interessanti di questa edizione della Dakar e nella seconda tappa è gà riuscito a lasciare il segno, centrando la vittoria nella Rally2. Una pietra miliare, visto che non si tratta solo del suo primo successo, ma anche del primo per la Honda in questa categoria.
#84 Honda Hrc Junior Team Honda: Martim Ventura
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Honda si prende le sue soddisfazioni sulla Dakar e la tappa 2 regala al team Monster Energy Honda HRC la prima vittoria nella Rally2. Una piccola rivoluzione considerata la gioventù del progetto. E’ stato possibile grazie al portoghese Martim Ventura, esordiente alla Dakar.
Il marchio giapponese entra così in un club finora largamente dominato da KTM (36 vittorie di tappa in Rally2), seguita da Husqvarna (16) e Sherco (2). Ventura, tuttavia, non è riuscito a prendere il comando della classifica generale di categoria, dove Michael Docherty resta saldamente al vertice con un vantaggio di 19 secondi.
Ma chi è Ventura? Abbiamo scoperto un ragazzo molto profondo, che nonostante la giovane età incarna bene lo spirito delle origini di questa corsa mitica.
A differenza di molti piloti che arrivano al rally raid dal motocross o dall’enduro, hai sempre voluto correre la Dakar. Da dove nasce questa passione?
"Sì, ho dedicato tutta la mia vita a questo. L’eredità della Dakar in Portogallo è enorme e ho ereditato questa passione dalla mia famiglia, soprattutto da mio padre. Ho iniziato ad andare in moto a 10 anni e a usare il roadbook a 18. Ho studiato ogni dettaglio, sia in sella che fuori".
Qual è il tuo primo ricordo della Dakar?
"È iniziato tutto quando avevo sei anni. Nel 2006 e 2007 la Dakar partiva da Lisbona e mio padre e i miei nonni mi portarono a vedere il prologo e le prime tappe. È stato amore a prima vista. La mia vita è stata perfetta fino al 2021, quando ho perso mio padre e il mio meccanico: due persone fondamentali. In quel periodo correvo, studiavo ingegneria elettrica e gestivo anche l’azienda di famiglia. Ho provato a farcela, ma era troppo. Alla fine, l’ho venduta. Mi sono laureato, ma volevo continuare a correre in moto. Senza mio padre è stato durissimo, non solo dal punto di vista economico, ma anche per la guida e il supporto nella vita. Non ho mollato e, guardando indietro oggi, posso dire che tutti quei sacrifici sono valsi la pena".
Chi erano i tuoi eroi?
"Sono cresciuto guardando Ruben Faria, Helder Rodrigues e Paulo Goncalves. Avevo un legame molto forte con Helder, che viveva a soli 30 minuti da me. È stato il primo ad aiutarmi in questa disciplina, insegnandomi tantissime cose. E poi Ruben (Faria)".
#84 Honda Hrc Junior Team Honda: Martim Ventura
Ripensando al bambino che guardava la partenza della Dakar da Lisbona nel 2006, perché il rally ti affascinava così tanto?
"Da bambino ero affascinato dall’avventura. Oggi sono più attratto dal senso di libertà che rende unica questa competizione. È anche qualcosa che mi lega profondamente a mio padre. Passavamo ore insieme a guardare la gara in TV. Tifavo per i piloti portoghesi, sognando che un giorno potessi diventare uno di loro".
Tutti hanno una ragione personale per correre la Dakar. La tua?
"Per me la Dakar è un viaggio, proprio come la vita. Davanti a te hai una tela bianca. C’è un percorso definito, ma puoi disegnare le tue linee. Amo l’aspetto creativo, la libertà, l’arte di tutto questo. Non devi seguire esattamente la stessa traccia degli altri: a volte basta spostarsi di 20 metri. Amo essere il protagonista della mia vita".
Il deserto può essere affascinante ma anche intimidatorio. Ti sei mai sentito perso o solo?
"Il deserto è incredibilmente bello, ma va rispettato profondamente. Più ti alleni, più diventi sicuro, finché un giorno pensi di sapere tutto e il deserto ti ricorda che non è così. Mi è successo in Marocco: ti senti in controllo, attacchi una duna a gas spalancato, ma una volta in cima capisci che la cresta è diversa dalle altre, magari è rotta. Non ho paura. Mi sono perso, ma non mi sono mai sentito solo. Mi sento protetto e spiritualmente connesso. Nella mia mente faccio parte di qualcosa di più grande. Bisogna rispettare gli 'dei del deserto': se non lo fai, ti danno una lezione. Amo questo mare infinito di sabbia, ti tiene sempre all’erta perché è imprevedibile".
Come è andato il debutto? Cosa ti ha sorpreso?
"Il ritmo della corsa. Faccio fatica a pensare a due settimane a questo passo forsennato!".
Congratulazioni per la prima vittoria di tappa nella Rally2...
"Sono felice. Per il momento cerco di essere prudente e migliorare. Oggi ho spinto un po’ di più, mi sentivo bene su questa tappa di 400 chilometri. Non avevo mai affrontato una speciale così lunga, è stato tosto. All’inizio assomigliava molto allo stile Baja, come in Portogallo dove sono cresciuto, mi sono divertito e sentito a casa. Dopo è arrivata la sabbia, un terreno su cui devo migliorare, ma sono super soddisfatto: è un sogno che si realizza. Ho un buon passo, l’ho sempre saputo, e mi sento comodo sulla CRF450RX Rally, ma ad essere onesto mi sento bene, e cerco di fare una corsa intelligente. Il rally non è solo fisico, è anche molto mentale".
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