Dakar: KTM sconfitta, ma non con le ossa rotte (tranne Price)

La Casa di Mattighofen ha incassato la seconda sconfitta consecutiva, ma nonostante il ko del suo uomo di punta Toby Price ed una Honda capace di vincere 10 speciali su 13, è rimasta in lizza per il successo finale fino all'ultima tappa con Sam Sunderland.

Dakar: KTM sconfitta, ma non con le ossa rotte (tranne Price)
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La KTM è uscita sconfitta dalla Dakar 2021, ma non con le ossa rotte, a differenza del suo pilota di punta Toby Price. Dopo un dominio incontrastato di 18 anni, la Casa austriaca si è dovuta inchinare alla Honda per il secondo anno di fila, questa volta concedendo addirittura una doppietta agli acerrimi rivali giapponesi.

Se però si vuole guardare anche il rovescio della medaglia, è altrettanto vero che in una 43esima edizione che ha visto la Honda imporsi in 10 delle 13 speciali completate (Prologo compreso), gli uomini di Mattighofen hanno rinunciato definitivamente alla possibilità di vincere solamente nella tappa conclusiva.

E probabilmente avrebbero avuto più possibilità di giocarsela fino alla fine se Price non fosse stato costretto alla resa nella nota tappa. Ma i ritiri fanno parte del gioco nel motorsport e a maggior ragione in una maratona estrema come la Dakar. E ne sanno qualcosa anche i rivali della HRC, che sul più bello hanno perso sia Nacho Cornejo che Joan Barreda.

Il ritiro di Toby Price pesa tanto

#3 Red Bull KTM Factory Racing: Toby Price

#3 Red Bull KTM Factory Racing: Toby Price

Photo by: KTM Images

Fino al momento del suo ritiro, il gigante australiano era stato l'unico a riuscire ad opporre resistenza al dominio dello squadrone HRC, con le vittorie nella prima e nella terza tappa, ma anche prendendo il comando della generale al termine della sesta.

Poi è stato secondo nella settima e nell'ottava, nella quale aveva chiuso a solo un minuto da Nacho Cornejo nella generale. Il tutto condito dalla grande impresa compiuta nella tappa Marathon, nella quale ha completato circa 800 km con una gomma tagliata, che era riuscito a riparare con del nastro e delle fascette. La nona tappa però è stata fatale alle sue speranze di concedere il tris ai successi già ottenuti nel 2016 e nel 2019.

Toby è caduto al km 155 ed è stato immediatamente soccorso dal compagno di squadra Sam Sunderland e da Ricky Brabec, che hanno atteso con lui l'arrivo dell'elicottero dell'organizzazione, che lo ha successivamente trasferito all'ospedale di Tabuk.

Il 33enne è stato quindi sottoposto a tutti gli esami del caso, che fortunatamente hanno evidenziato solo la frattura di una clavicola, nonostante i due rivali lo avessero trovato in stato confusionale, come ha confermato Brabec a fine tappa: "Mi ha chiesto almeno sette volte dove fosse e chi fossi io, quindi sono rimasto con lui fino all'arrivo dell'elicottero".

Per lui è quindi arrivato il secondo ritiro per infortunio dopo quello del 2017, quando si ruppe il femore e poi fece anche temere il peggio, rimanendo vittima di crisi epilettiche quando era in ospedale. Questa volta gli è andata meglio, anche se rimane la delusione di non aver potuto concretizzare la buona gara che aveva fatto fino a quel momento. E forse dovrà anche andare sotto ai ferri del chirurgo, come lui stesso ha ipotizzato poco dopo l'incidente.

"Beh, alla fine mi sono rotto il mio 30esimo osso", ha scritto dall'ospedale sui suoi canali social. "Non mi ricordo molto, ma ho la clavicola, la spalla e la mano piuttosto doloranti e per questo avrò bisogno di un intervento chirurgico... Sono deluso di non essere arrivato al traguardo e di aver deluso il KTM Factory Racing, oltre ai miei sponsor, ma queste purtroppo sono le corse".

Sunderland ha fatto bene a provarci, ma non è bastato

#5 Red Bull KTM Factory Racing: Sam Sunderland

#5 Red Bull KTM Factory Racing: Sam Sunderland

Photo by: A.S.O.

Una volta fuori Price, l'unico che poteva ancora sperare di portare la KTM sul gradino più alto del podio era Sunderland, perché Matthias Walkner si è trovato tagliato fuori praticamente subito da un problema alla frizione e Daniel Sanders invece era un debuttante, quindi era troppo chiedergli di battagliare subito per la vittoria.

Il britannico, che si era già imposto alla Dakar nel 2017, aveva vissuto una gara senza acuti fino a quel momento. Nella prima settimana di gara aveva fatto giusto tre puntate nella top 5, ma poi nella settima tappa è riuscito a risalire al terzo posto nella generale, nonostante non avesse mai chiuso una speciale nelle prime tre posizioni ed avesse basato la sua strategia solo sulla regolarità.

Una strategia che appunto ha iniziato a dare dividendi nella seconda settimana, quando sono stati tanti i big che hanno commesso errori che li hanno costretti a salutare la carovana. Da quel momento, infatti, Sam non ha più mollato la sua posizione in zona podio, facendo valere tutta la sua esperienza (questa era la sua ottava Dakar).

E bisogna dire che è stato anche molto bravo quando non ha avuto altra scelta che attaccare: nell'11esima tappa, la più lunga di questa edizione, con le Honda ad aprire la pista e lui che invece prendeva il via per ottavo, sapeva bene che era il momento per provare un'ultima zampata e rilanciarsi nella lotta per la vittoria finale.

Entrato in speciale con oltre 10 minuti da recuperare nei confronti di Benavides nella generale, all'ultimo rilevamento cronometrico prima del traguardo era arrivato a ridurre a soli 46" il suo ritardo nei confronti dell'argentino. Nei chilometri conclusivi, tra le dune, il rivale della Honda ha però trovato la collaborazione del compagno di squadra Brabec ed è riuscito a riaprire la forbice fino a 5'07".

Questo non toglie meriti a Sunderland, che proprio nel momento chiave è riuscito a trovare la sua prima vittoria di tappa dal 2019. Lui stesso era consapevole che recuperare ancora nell'ultima speciale, che era di soli 200 km, era praticamente impossibile dovendo aprire la pista.

E infatti, attaccando nei primi chilometri della 12esima tappa ha subito perso un WP, pagando una decina di minuti e perdendo così anche la seconda posizione. Ma ormai che era in ballo, valeva la pena di ballare. Anche perché, una volta sfumata la vittoria, anche chiudere terzo è sempre un risultato di spessore. E Sam ha confemato il suo trend "o tutto o niente": in otto partecipazioni alla Dakar, infatti, ha collezionato tre piazzamenti a podio e cinque ritiri.

"Ho fatto il massimo che ho potuto, non posso essere deluso", ha detto Sunderland appena uscito dall'ultima speciale. "Ci ho provato tanto, ed ho iniziato bene, ma non sono riuscito a trovare un WP tra le dune e sono rimasto lì per 10 minuti. Sono super felice, ho dato il massimo e ho finito terzo. Alla fine vince il migliore e oggi non siamo stati noi".

Sanders e Howes, due nomi per il futuro

#21 KTM Factory Team: Daniel Sanders

#21 KTM Factory Team: Daniel Sanders

Photo by: KTM Images

La Dakar 2021 resterà però anche quella di un grande esordio per la KTM. La Casa austriaca infatti è stata l'unica ad inserire un rookie nella sua squadra ufficiale e bisogna dire che Daniel Sanders si è comportato decisamente bene, non facendo rimpiangere per niente il suo predecessore Luciano Benavides, fratello del vincitore Kevin, passato tra le fila della Husqvarna.

Questo ragazzone australiano, alto oltre 180 cm, si è subito presentato con un biglietto da visita importante, staccando il terzo tempo nel Prologo di Jeddah. Poi ha faticato per qualche giorno, ma nella quarta tappa ha regalato un altro saggio del suo talento, firmando il secondo tempo. E due giorni più tardi, prima della giornata di riposo, si è ripetuto con il terzo tempo nella sesta tappa.

Nella seconda settimana poi si è infilato regolarmente nel gruppetto dei migliori e, complici anche diversi ritiri illustri, è riuscito a chiudere la sua prima Dakar al quarto posto assoluto, primo tra i debuttanti. Il suo quindi è sicuramente un nome da cerchiare in rosso per l'edizione 2022, perché non è andato tanto distante dall'emulare il debutto del suo caposquadra Price, che nel 2015 fu terzo.

Ma lo ha fatto con molta meno esperienza del connazionale, perché prima di presentarsi al via della Dakar il 26enne di Melbourne, che si è formato soprattutto nell'enduro, aveva disputato un solo rally, quello di Andalusia, concluso all'11esimo posto e con la vittoria dell'ultima tappa. Negli ultimi mesi però si è preparato molto tra la Spagna e Dubai, e in queste due settimane di gara è riuscito a mettere a frutto gli insegnamenti di un maestro come Jordi Viladoms, oggi team manager della KTM, con alle spalle però 10 Dakar ed un secondo posto nel 2014.

#9 BAS Dakar KTM Racing Team: Skyler Howes

#9 BAS Dakar KTM Racing Team: Skyler Howes

Photo by: A.S.O.

C'è però anche un altro nome legato a KTM, anche se non in maniera diretta, che merita una menzione, ed è quello di Skyler Howes. Con il suo quinto posto in sella ad una moto austriaca, lo statunitense è stato il primo tra i piloti privati al traguardo di Jeddah. Il suo obiettivo era quello di farsi notare per ottenere un ingaggio in un team ufficiale per il prossimo anno.

Il 28enne, alla sua terza Dakar, non è passato sicuramente inosservato, riuscendo a piazzarsi addirittura al comando della generale dopo la terza tappa. Ma non solo, perché è stato costantemente nel lotto dei migliori, dimostrando che una moto factory se la meriterebbe. Chissà che non possa essere proprio la KTM ad offrigliela per il 2022.

Walkner è l'anello debole, ma suo malgrado

#52 Red Bull KTM Factory Team: Matthias Walkner

#52 Red Bull KTM Factory Team: Matthias Walkner

Photo by: KTM Images

La squadra ufficiale era completata da Walkner, ma il vincitore dell'edizione 2018 si è ritrovato subito tagliato fuori dalla possibilità di lottare per la vittoria. Terzo dopo la prima tappa, l'austriaco ha perso oltre due ore nella seconda, quando la sua KTM ha accusato un problema alla frizione che ha richiesto una riparazione piuttosto lunga ed anche l'aiuto di qualche collega.

Bisogna dire, però, che il modo in cui ha proseguito la corsa è stato davvero esemplare, nonostante a quel punto si trovasse 46esimo nella generale: per ben sei dei rimanenti giorni di gara ha staccato dei tempi da top 5 di tappa e alla fine è riuscito a risalire fino alla nona posizione finale.

Il giorno della sua debacle tecnica si trovava a due ore e 13 minuti nella generale. Se pensiamo che alla fine ha chiuso a poco più di due ore e mezza da Benavides, si capisce che il suo ritmo gli avrebbe permesso di provare ad insidiare almeno il podio di Sunderland. E forse, se fosse stato ancora in corsa per qualcosa di importante, avrebbe osato anche qualcosina in più. Ma questo non potremo saperlo mai...

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