Dakar 2026 | Vi raccontiamo il dietro le quinte del Rifugio Marathon
Abbiamo passato la serata al Rifugio Marathon, con i piloti nel bel mezzo della tappa decisiva della Dakar 2026. Ecco cosa abbiamo visto...
Rifugio Marathon
Foto di: ACO
Dakar 2026 | Moto
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Marathon Refuge. Finalmente regna il silenzio. Dopo 15 giorni di sogni interrotti dal ronzio costante dei generatori e il ruggito dei motori accesi, ci si può fermare ad ammirare le stelle senza i tappi nelle orecchie.
Siamo al bivacco della “Marathon Refuge”, come l’ha chiamata il Direttore del Rally David Castera. Niente fronzoli, zero comfort. Niente bagni o docce. Ai piloti è stata consegnata una tenda, un materassino, sacco a pelo e la razione per mangiare. Prima però i big come gli amatori hanno lavorato sui mezzi. La zona fra le dune non ha neanche copertura. I più audaci sono saliti invano sulle grande dune alla ricerca di copertura.
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Foto di: ACO
Nel cuore del deserto, sotto un cielo stellato che lascia a bocca aperta, i piloti si riscaldano al fuoco. Si scherza sulle imprese della giornata e c’è sempre qualcuno che ricorda quando ancora si correva in Africa, il mito del Tenerè e le leggende legate a Thierry Sabine. “Sono passati 40 anni, proprio oggi, da quel tragico giorno”, ricorda uno dei veterani. Il sogno continua, come l’avventura. La corsa corre contro il tempo e alle 05:30, quando è ancora buio, suona il clacson dell’unico camion del bivacco che ha portato l’equipaggiamento minimo per i piloti, inclusa l’acqua.
“Mai dormito così bene. Ci vorrebbero tutti bivacchi così”, scherza Andrea Gava, “Ho dormito dalle 19 alle 5:00. Una meraviglia”, fa eco Tommaso Montanari. Concordano Cesare Zacchetti, Tiziano Interno, Paolo Lucci e Mattia Riva. “Mancavano le carte, così siamo andati a dormire”, scherza Cesare. Il bivacco Italia, piccolo ma ben rappresentato, è una piccola enclave tra le tendine poste in fila.
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Foto di: ACO
“Ci aspetta una tappa tosta”, confessa Ricky Brabec, uno dei primi a partire: 469 km, 421 di montagne di sabbia spacca muscoli e mezzi. Lo so bene l’australiano Sanders, campione in carica, arrivato al bivacco di Bisha tutto acciaccato. “Devo essermi rotto la clavicola. Sentivo l’osso fuori posto mentre guidavo”, ha confessato prima di chiudersi nel motorhome KTM. Fino a questo momento non si è presentato al centro medico per accertamenti. Ma Chucky è forte e domani si rimetterà in moto. Perché la Dakar è imprevedibile e una tappa Marathon ancora di più.
Così Brabec, in lotta per la vittoria sin dalla prima settimana, ha ripreso la testa della classifica per soli 56 secondi su Luciano Benavides (KTM), 6 minuti su Sanders. Un soffio dopo 41ore 35 minuti e 13 secondi, a conferma della brutalità della corsa che non perdona il minimo errore.
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