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Intervista

Dakar 2026 | Ecco come l'Arabia Saudita fa del motorsport il suo "motore" principale di crescita

il principe Khalid bin Sultan Al Faisal racconta come l'Arabia Saudita sia in profonda crescita grazie agli investimenti nel motorsport con F1, WRC, Dakar e Formula E. Fa tutto parte dell'ambizioso piano Vision 2030.

Principe Khalid

Principe Khalid

Foto di: Motorsport.com

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L’Arabia Saudita sta vivendo una trasformazione profonda e il motorsport è uno dei suoi motori più potenti. Dalla Dakar alla Formula 1, passando per Formula E e il Campionato WRC, il Regno punta a diventare un hub globale dei motori, in linea con l’ambizioso piano Vision 2030. A raccontarlo è il Principe Khalid bin Sultan Al Faisal, uomo di sport, pilota e profondo conoscitore del deserto saudita.

Principe Khalid, che significato ha il motorsport per l’Arabia Saudita?
"Siamo un Paese giovane: circa il 70% della popolazione ha tra i 17 e i 35 anni. Amiamo lo sport, l’intrattenimento e tutto ciò che dà energia e valore alla vita. Il motorsport rappresenta perfettamente questo spirito. È uno dei pilastri della Vision 2030: sport, turismo, educazione e occupazione. Negli ultimi 25 anni il Paese si è trasformato profondamente, aprendosi al mondo, e il motorsport è diventato uno strumento di ispirazione per i giovani, oltre che un potente creatore di posti di lavoro".

Che impatto ha avuto la vittoria di Yazeed Al Rahji la scorsa edizione sulla percezione del Rally?
“E’ stata epocale. Non solo Yazeed è stato il primo pilota saudita ha vincere, ma lo ha fatto nel suo Paese, cosa che non era mai successa prima. La sua impresa è stata e continua ad essere di grande ispirazione”.

Cresce anche la partecipazione femminile…
"Ed è una delle cose che mi rende più felice. Ogni anno aumenta il numero di donne coinvolte. Abbiamo una campionessa del mondo come Dania Akeel, vincitrice della Baja Cup, e giovani ragazze che competono nel karting e in Formula 4. Cresce anche il numero delle ragazze che rivestono ruoli come commissari di percorso. È un cambiamento culturale straordinario".

Che cos’è il deserto per lei, a livello personale?
"Il deserto è il mio rifugio. È il luogo dove trovo pace. Vado dove non c’è campo, soprattutto di notte, a guardare le stelle. Prima della Dakar ho passato Natale e Capodanno in tenda, a 80 chilometri da Ha’il. Apro la tenda al mattino e mi affaccio su un panorama stupendo. Nemmeno un hotel a cinque stelle può offrirti questo. Disconnettersi è la cosa migliore per la salute: oggi siamo schiavi della tecnologia. E’ chiaro che ho sempre un satellitare per le urgenze”.

Siamo al settimo anno, c’è stata una grande trasformazione culturale.
“Questo è anche grazie allo sport”.

Che impatto hanno sul Paese eventi come importanti Dakar, Formula 1 o Formula E?
"Enorme, ne beneficia l’intero ecosistema: hotel, ristoranti, stazioni carburanti, supermercati, servizi vari. A Gedda, durante la Formula 1, i prezzi degli hotel e conseguentemente anche degli immobili sono aumentati sensibilmente. Ma l’aspetto più importante è culturale: vogliamo mostrare ai giovani che esistono sport diversi dal calcio, un tempo l’unico sport popolare. Oggi vediamo sempre più ragazzi e ragazze avvicinarsi al motorsport. È fondamentale anche per la comunità".

Principe Khalid

Principe Khalid

Foto di: Motorsport.com

Cosa rappresenta per lei la Dakar?
"La Dakar non è solo una gara, è uno stile di vita. È come scalare l’Everest, una sfida estrema, riservata ai migliori e ai più preparati. Quando la completi, provi un orgoglio indescrivibile. C’è qualcosa di profondamente coinvolgente, quasi magnetico che porta i piloti a partecipare e tornare, ancora ed ancora".

Lo scorso anno ha corsa la Baha Ha Il, da pilota, le piacerebbe correre un giorno la Dakar?
"È nella mia “bucket list”. Ho iniziato a correre nei rally nel 2003 e dopo aver vissuto la Dakar da vicino per sette anni, il desiderio è diventato fortissimo. Mi sto preparando mentalmente e fisicamente, perché la Dakar esige rispetto".

Avete un programma anche per i giovani. La “Saudi Next Gen” sulla Dakar, ma anche la recente Formula 4 saudita?
"È fondamentale. Nel 2019 abbiamo creato il Campionato Nazionale Rally per attirare i giovani. Ora, con la Formula 4 saudita, sviluppiamo talenti nelle monoposto, riservata ad un pubblico nazionale e internazionale. Stiamo investendo anche nel karting: nuovi circuiti, scuole… dobbiamo iniziare, dal basso, per costruire la cultura del motorsport saudita".

A proposito di grandi progetti, a che punto è il complesso di Qiddiya alle porte di Riad?
"I progressi sono impressionanti. Il paddock è già in costruzione. Sarà più di un circuito: è una città dell’intrattenimento, una “città nella città. Il tracciato sarà completato all’inizio del 2027. La Formula 1 potrebbe arrivare nel 2028 o 2029, perché non vogliamo correre finché hotel, parchi e infrastrutture non saranno pronti. È come un villaggio olimpico permanente".

Il circuito potrebbe ospitare anche la MotoGP?
"Il tracciato è in fase di omologazione FIA e FIM. Non è un circuito cittadino, come qualcuno pensa, ma un impianto permanente, progettato per essere unico al mondo, con curve iconiche e soluzioni mai viste".

Come vede il futuro della Dakar in Arabia Saudita?
"L’Arabia Saudita è abbastanza grande da offrire percorsi sempre nuovi e spazi sconfinati, deserti, canyon e montagne. Noi siamo felici, i team sono felici”.

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