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Intervista

Dakar 2026 | Defender, parla Peterhansel: "Sono stato sfortunato, ma la bontà del progetto è chiara"

Il pluri vincitore della Dakar ha dovuto far fronte a diversi problemi che lo hanno portato a uscire dalla lotta per vincere la classe Stock, ma non per questo demorde. Anzi, guarda alla bontà del progetto Defender definendola "evidente".

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

#500 Defender Rally Defender: Stephane Peterhansel, Michael Metge

Foto di: Red Bull Content Pool

Dakar 2026 | Defender Land Rover

Tutti gli articoli che riguardano il team Defender alla Dakar 2026

Fa strano vedere Stephane Peterhansel così indietro in classifica. Per trovarlo occorre scorrere la classifica in basso: quarto nella Stock dietro i compagni Rokas Baciuska e Sara Price, 86esimo della generale. Dopo un ottimo inizio, nelle ultime tappe ha avuto diversi guai meccanici all’inizio della seconda settimana, continuati nella marathon. Acqua passata, perché la carovana corre veloce e Bisha è già un lontano ricordo. Mr Dakar è sereno, consapevole della gioventù del progetto e della visione d’insieme.

È un progetto Defender è davvero particolare, come sta andando questa esperienza, soprattutto considerando le difficoltà incontrate nelle ultime tappe?
“Nel complesso è una sfida molto interessante. Devo dire che nelle dune il Defender è davvero piacevole da guidare. Si comporta molto meglio di quanto ci aspettassimo all’inizio. Abbiamo avuto alcune difficoltà e diversi problemi tecnici che ci hanno fatto perdere parecchio tempo, però guardando il quadro generale del team, i miei due compagni di squadra sono davanti nella categoria Stock, quindi questo è molto positivo. Per quanto mi riguarda, forse quest’anno non sono stato molto fortunato, ma il potenziale del progetto è chiaro.

Come team, vi ritenete dunque soddisfatti?
“Assolutamente sì. Tutte e tre le vetture sono in gara, siamo al rush finale e siamo competitivi. Ognuno di noi ha vinto delle tappe, quindi il bilancio di squadra è molto buono. È chiaro che, a livello personale, quando hai problemi meccanici diventa tutto più duro, ma fa parte delle corse.

E’ una sorta di “gara nella gara”. Sfidare le Ultimate è impossibile?
“Non c’è alcuna possibilità di lottare contro le T1+. L’obiettivo è un altro: cercare di stare in una buona posizione nella categoria Stock e portare la macchina ogni giorno al traguardo della tappa. Questa è la nostra priorità”.

Abituato a stare davanti, quanto è difficile accettare questo tipo di approccio? Riesci comunque a divertirti?
“È una sfida diversa. Devi cambiare completamente mentalità ed accettarlo. Quando ho deciso di partecipare con questa vettura e in questa categoria, sapevo che mi sarei concentrato solo su questo obiettivo e nient’altro. Quando ho corso, non era per ottenere il riconoscimento delle persone intorno a me. È arrivato naturalmente con le vittorie. Avevo la possibilità di continuare nella categoria regina, l’Ultimate, ma ho prendermi una pausa. E’ una scelta personale, smettere come tornare con Defender e sono contento di averla fatta per continuare a far parte della bella avventura che è la della Dakar. Mi piace l’idea di contribuite con la mia esperienza a un grande marchio come Defender”.

In quali condizioni il Defender riesce a esprimersi meglio?
“Il nostro miglior risultato è arrivato in una giornata davvero molto veloce. Nella tappa 7 abbiamo abbiamo chiuso 34° come posizione assoluta. Le condizioni ideali per noi sono quando il ritmo è alto e la pista è molto scorrevole. Più è veloce il tracciato, meglio riusciamo a esprimerci”.

Quali i problemi meccanici che vi hanno afflitto in questi giorni?
"Diversi. Nella tappa 8 è stata la cinghia di trasmissione dell'alternatore, che non è possibile cambiare in speciale per cui siamo dovuti rientrare al bivacco con l’aiuto di un altro concorrente. Nella 9, la marathon refuge abbiamo aspettato il T5, il campion di assistenza in gara, per riparare la macchina: ammortizzatore e anche il differenziale posteriore che aveva una perdita sul differenziale posteriore".

Infine un occhio alla categoria moto, che ti ha visto trionfare sei volte. Come è cambiata la Dakar?
“Oggi il distacco è di 2 o 3 minuti, non 20 minuti come in passato. È l’impegno che metti che fa la differenza. Bisogna essere bravi in tutto: nella tecnica di guida, nella velocità, nella navigazione. E poi dipende da quanto a quanto tari la lancetta di quello che ognuno chiama “limite”. Daniel Sanders è un pilota tosto, così come Brabec: un australiano che ha grandi spazi dietro casa, che guida su piste infinite e nella savana. Ricky Brabec ha il deserto a due passi da casa. Questo manca ai nostri piloti europei. li penalizza un po’. E poi dipende da quanti rischi sei disposto a prendere. Quelli davanti non hanno paura, come Toby Price in passato”

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