Dakar 2026 | Dacia, parla il copilota di Loeb: "Roadbook? Siamo arrivati all'eccesso"
Il navigatore che fu di Peterhansel e di Al-Attiyah, e oggi detta le note a Loeb, racconta a Motorsport.com com'è evoluto il suo ruolo nel corso degli ultimi anni e quali siano le peculiarità dell'alsaziano che è alla ricerca del primo successo in carriera alla Dakar.
#219 The Dacia Sandriders Dacia: Sebastien Loeb, Edouard Boulanger
Foto di: Dacia
Dakar 2026 | Dacia Sandriders
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La Dakar è come le montagne russe, un giorno sei settimo, la tappa successiva sprofondi 24esimo. Bastano una foratura di troppo o un errore di navigazione per perdere 25 minuti, un’eternità su questo spietato rally che si gioca su una manciata di minuti, quando non secondi. Nella prima giornata della marathon Al Ula -Bivacco Refugee, Loeb ha attaccato e recuperato, chiudendo 5°. Ma la corsa è ancora lunga.
Imprevedibilità è la natura di questo rally spietato, ma mai come quest’anno, Loeb è apparso determinato a lottare per il Touareg dorato. Per raggiungere l’obiettivo, il francese ha cambiato anche una pedina fondamentale per l’esito della gara: il navigatore. All’ottava partecipazione, dopo un passato come il miglior map man della Dakar, Edouard Boulanger è l’arma segreta del nove volte campione iridato rally. Al lato di Peterhansel con cui ha vinto la Dakar nel 2021 con Mini X-Raid, lo scorso anno aveva affiancato Al Attyah con cui ha vinto il titolo mondiale di campione per la categoria Navigatore nel campionato mondiale 2R world rally raid. Dal Rally del Marocco, ultima prova di campionato, è con Sebastien Loeb.
La Dakar non si vince da soli: è uno sforzo di squadra.
“Nelle macchine il pilota è fondamentale, ma conta anche il co-pilota. Tutti i vincitori della Dakar in determinate situazioni hanno aiutato i loro copiloti a capire dove andare. Stephane Peterhansel e Nasser Al-Attyah sanno navigare perfettamente anche senza di noi. Il co-pilota fornisce le indicazioni, ma sarebbero assolutamente capaci senza. Stepahne lo ha imparato quando correva in moto, ma anche Nasser è assolutamente capace. Seb (Loeb) lo ha capito ed è migliorato anche a livello di navigazione”.
Come si prepara un navigatore?
“Flessibilità, adattabilità e precisione sono le parole d’ordini insieme ad una mente lucida. A casa non si può riprodurre la stessa tensione della gara, la velocità, il calore nell’abitacolo o colpi alla testa sui sedili. Per questo non ci si allena a leggere un road book. E’ utile invece mettersi sotto pressione. L’allenamento consiste nel richiedere al corpo e alla testa di performare in condizione estreme e scomode, mettersi volontariamente in difficoltà qualsiasi che sia l’esercizio, dallo stare in equilibrio lanciando tre palline mentre rispondere a un quiz o fai calcoli matematici. Qualsiasi cosa che richiede sforzo perché in gara non ci sarà mai un momento di tranquillità”.
Al bivacco, tanti puntano su Loeb vincente. Potrebbe essere l’anno buono?
“Ci siamo preparati per questo. E’ anche il nostro obiettivo. La Dakar rimane comunque imprevedibile, non esistono tappe semplici. Non solo, se guardi l'ordine di partenza ci sono almeno 15 auto che potenzialmente possono vincere delle tappe. Questo fa sì che l'intensità sia altissima: le speciali si giocano al minuto, magari anche meno.
Come è cambiata la corsa negli ultimi anni?
“Oggi non possiamo gestire niente, perché il livello dei primi 15 equipaggi è altissimo. In passato, quando correvo con Peterhansel ti potevi permettere di tenere un po’ di margine, di sapere quando attaccare e quando rallentare. Adesso sei costretto a prendere sempre dei rischi”.
Quali sono le sfide di un navigatore?
“Tante, a partire dalla temperatura nell’abitacolo. Queste auto riscaldano così tanto che se fuori il termometro registra zero gradi, all’interno non abbiamo mai meno di 40°C dentro. Immagina quando fuori ci sono fuori 30 a 35°. Nonostante l’aria condizionata nell’abitacolo si superano i 50°C. Una vera sauna, anche perché - per ragioni di sicurezza - indossiamo doppia tuta, sottocasco e casco”.
E a livello di navigazione?
“La nuova filosofia dei roadbook si basa sul moltiplicare le note al fine di rallentare la velocità dei motociclisti. Siamo arrivati però ad a un eccesso perché alla Dakar 2025 avevamo una media di una nota ogni 400 metri, vale a dire che ci sono momenti in cui i parziali sono ancora più corti, anche una nota ogni 200 mt. Un rompicapo”.
Questo complica enormemente il vostro lavoro.
“Le note contengono molte informazioni. Quando i parziali sono inferiori a 400 metri siamo in difficoltà perché non possiamo raccontare tutto. Quindi è lì che dobbiamo essere bravi a selezionare le informazioni essenziali”.
Il focus resta il road book, guardi mai fuori per confermare la nota?
“Più che la nota, è bene avere una visione complessiva del terreno. Riesco a farlo però solo con dei parziali più lunghi, quando abbiamo un chilometro o più. Allora posso sollevare lo sguardo”.
Sei stato navigatore di Peterhansel, Al Attiyah e adesso Loeb. Come cambia il tuo lavoro?
“Il mio compito è quello di aggiustarmi in funzione che di quello che piace al pilota a livello di lui vocabolario, distanze e quant'altro. Ogni pilota è diverso”.
Il navigatore all’occorrenza deve essere anche un buon meccanico. Come te la cavi con la meccanica?
“La responsabilità di guidare le operazioni è mia, ma è sempre meglio quando siamo in due. Seb è molto bravo nella meccanica, non è uno che sta a guardare. Dopodiché sono io a gestire i vari utensili ed i ricambi. Ci alleniamo per questo, ma in due siamo più efficienti”.
Watch: Dakar 2026: Tappa 4
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